03:15 26 Maggio 2019
Genitori e figli

Ecco perché in Italia si fanno sempre meno figli

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Tatiana Santi
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Culle sempre più vuote in Italia, i dati ISTAT mostrano una triste realtà: i tassi di natalità scendono in continuazione, anno dopo anno. Conciliare la famiglia e il lavoro per una donna è una missione quasi impossibile, i giovani disoccupati, non avendo modo di creare una propria famiglia, vivono con i genitori o scappano all’estero.

Non solo la crisi economica ha influenzato negativamente il bilancio delle nascite nel Belpaese, ma anche l'assenza di politiche mirate che aiuterebbero le famiglie con dei figli a tirare avanti. Nel 2017 rispetto al 2016 sono state registrate 15 mila nascite di meno. I giovani che non lavorano né studiano, nonostante il desiderio di creare una propria famiglia, sono costretti a dipendere dai genitori e a sigillare i propri sogni nel cassetto.

Spesso di fronte alle donne sorge una scelta difficile, che in teoria non dovrebbe porsi: lavoro o figli? Purtroppo si è costretti a rinunciare a una delle due opzioni. Il risultato è che in Italia si fanno sempre meno figli e se si trova il coraggio lo si fa molto tardi rispetto agli altri Paesi europei. Quali politiche andrebbero attuate per invertire la rotta? Sputnik Italia ha raggiunto per un'intervista Alessandro Rosina, professore ordinario di demografia all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, autore di "Il futuro non invecchia" (Vita e Pensiero).

— Secondo i dati Istat il crollo delle nascite in Italia non si arresta. Professore Rosina, quali sono i motivi principali per cui non si fanno più figli?

— Sono in gran parte economici, perché se si va a vedere il numero desiderato di figli, sia secondo l'indagine dell'Istat sia secondo il rapporto dell'Istituto Toniolo, è attorno ai 2 figli per donna. I giovani italiani quindi desiderano avere due figli, mentre il valore effettivo osservato è 1,32, il dato più basso in Europa.

È vero che non c'è solo un motivo economico, c'è anche un motivo di politiche assenti per aiutare le famiglie a realizzare determinate scelte. Se andiamo a vedere le politiche di conciliazione fra lavoro e famiglia, anche quelle legate agli asili nido, c'è una copertura molto più bassa rispetto agli altri Paesi e molto disomogenea sul territorio; è nel sud infatti che la fecondità risulta ancora più bassa. Una volta che si ha il primo figlio, ci si trova in difficoltà a conciliare lavoro e famiglia, più facilmente succede che chi ha figli rinuncia al lavoro e chi lavora rinuncia ad avere figli.

L'occupazione femminile risulta particolarmente bassa, ma anche la fecondità è bassa, c'è un alto rischio di povertà per le famiglie. Tutto ciò è legato alla carenza di politiche di conciliazione fra lavoro e famiglia. Lo vediamo anche a livello aziendale: i livelli del part time in Italia sono cresciuti, ma in Italia i due terzi sono involontari, mentre in Europa lo è un terzo. In Italia il part time più che essere utilizzato a favore delle famiglie è utilizzato dalle aziende per tenere basso il costo del lavoro. Anche sul congedo di paternità si potrebbe fare di più.

— Cioè?

Verona, Piazza dei Signori
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— I giorni obbligatori remunerati al 100% che si possono prendere da parte del padre negli altri Paesi arrivano ad una settimana e anche 10 giorni, mentre in Italia si arriva a 4 o 5 giorni. Su tutti questi aspetti che consentono di conciliare lavoro e famiglia l'Italia tende ad avere livelli più bassi rispetto agli altri Paesi, questo frena la progressione oltre il primo figlio. È con il primo figlio che emergono le difficoltà, le quali portano in collisione famiglia e lavoro. Alla fine bisogna rinunciare ad uno dei due.

— I giovani non hanno le condizioni nemmeno per fare il primo figlio, no?

— L'Italia ha la percentuale più alta in Europa di "neet", di giovani che non studiano né lavorano. Anche nella fascia dei 30-34 anni, cioè l'età cruciale giovane adulta, l'età in cui bisognerebbe avere una posizione solida lavorativa, ancora il 30% delle persone è in condizione di neet. I giovani non lavorano e non hanno basi solide per la costruzione del proprio futuro. Sono persone che dipendono dai genitori. Ci si sente nella posizione di figlio, è molto difficile immaginarsi nel ruolo di padre e di madre. Questa scelta viene rimandata continuamente con il rischio di diventare una rinuncia. L'Italia è il Paese in Europa con la più alta età al primo figlio.

Ovviamente la crisi economica in sé ha fatto diminuire ancora di più la natalità rispetto alle dinamiche precedenti. Prima della crisi economica la fecondità era in aumento, quando la crisi è entrata nella sua fase più acuta, nel 2012-2013, la fecondità ha iniziato a diminuire progressivamente. Quello che pesa in maniera più rilevante è l'incertezza nei confronti del futuro. Non c'è un solido progetto di aiuto alle famiglie da parte dei governi.

— Quali sono le politiche necessarie per aiutare finalmente le famiglie e chi decide di fare figli?

— Abbiamo esempi di altri Paesi europei, penso alla Germania, che aveva livelli di fecondità molto bassi come in Italia e poi negli ultimi 10 anni ha deciso come priorità di investire su uno degli elementi più fragili che erano i servizi per l'infanzia, gli asili nido ad esempio. Questo piano è diventato un segnale forte per il Paese. L'approccio solido è rispondere realmente alle seguenti domande: che cosa serve davvero alle famiglie? Quali sono delle misure trasformative e non occasionali? Aumentiamo la copertura per gli asili nido come negli altri Paesi europei? Questa impostazione in Italia non è mai stata data, tutto ciò non è mai stata una priorità.

C'è sempre molta retorica che non si trasforma in politiche trasformative, perché per esserlo hanno bisogno di giusti finanziamenti. In Italia c'è però il caso della Provincia di Bolzano, una delle aree in Italia in controtendenza rispetto all'evoluzione nazionale. La fecondità è andata continuamente aumentando anche nel periodo di crisi e negli anni più recenti. Alla base vi è un impegno continuo dell'Amministrazione attraverso le politiche famigliari.

Una maggior conciliazione fra lavoro e famiglia inoltre migliora la produttività nelle aziende stesse. All'interno del tessuto economico della Provincia di Bolzano la conciliazione ha prodotto un cambiamento culturale, una convinzione diffusa che si tratta di un fenomeno importante per le aziende stesse.

— Secondo i dati a disposizione in Italia ci sono sempre più anziani e meno giovani. Quale futuro demografico attende il Paese, c'è speranza?

— Se non si inverte questa tendenza non c'è speranza, perché gli squilibri demografici stanno diventando tali da aumentare il numero di anziani, quindi aumenta anche la spesa sociale, quella previdenziale e quella sanitaria. Questo succede anche in altri Paesi come la Francia e la Germania. Il guaio dell'Italia però è il suo debito pubblico, fra i più elevati; il Paese da troppo tempo non cresce e ora come conseguenza della denatalità sta riducendo i giovani e coloro che entrano nelle classi attive della società. Parliamo della categoria che dovrebbe essere l'asse portante della produzione di ricchezza di un Paese. Andiamo verso un futuro disastroso, in cui l'Italia rischia di scivolare ai margini dei processi più virtuosi di questo secolo.

L'aspetto positivo è che se l'Italia cambia e riesce a mettere in campo le politiche giuste avvia dei motori rimasti fino adesso fermi in panchina. Vi sarebbe la possibilità di autonomia e di occupazione dei giovani con la possibilità di formare una famiglia, quindi far tornare il Paese a crescere. Sennò avremo giovani che rinunciano a fare una famiglia o che scelgono di andare all'estero, donne che scelgono di avere un figlio, ma di non lavorare, o donne che lavorano e rinunciano ad avere dei figli. O si fanno adesso queste politiche, altrimenti si rischia di entrare in una nuova recessione. Più tempo si aspetta, più tutto sarà difficile.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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Tags:
Demografia, bambini, Famiglia, ISTAT, Italia
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