21:50 18 Dicembre 2018
Foro di Cesare, Roma

Demagogia canaglia, ora i conti non tornano

© Sputnik . Vladimir Astapkovic
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Mario Sommossa
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Brutta cosa la demagogia. Tutti i politici accusano i loro avversari di non essere sinceri con gli elettori e, molto spesso, di annunciare a pure fine demagogico decisioni che non realizzeranno mai. Tutto ciò senza considerare quali siano i veri interessi del Paese.

Purtroppo, anche il "Governo del cambiamento" sta dimostrando di non essere molto diverso da chi l'ha preceduto. Le promesse e le dichiarazioni erano roboanti: un reddito garantito per tutti i cittadini ("reddito di cittadinanza"), stop a tutte le infrastrutture progettate dai governi precedenti perché "inutili", fine della legge Fornero, deficit al 2,4% a dispetto degli accordi sottoscritti a livello europeo dai precedenti governi, Bruxelles che "non ci farà cambiare idea", eccetera.

Il fatto è che, nel momento in cui si conquista il volante, le idee e i progetti si scontrano con la realtà delle cose. L'economia, ci piaccia o no, è la base della vita di ogni cittadino in ogni Paese e troppo frequentemente è diversa dai sogni o, semplicemente, dai desideri. Anche i giallo-verdi han dovuto rendersene conto e già nella stesura della loro manovra hanno cominciato a fare i conti con i numeri veri. Il reddito di cittadinanza si è presto trasformato in reddito di disoccupazione o d'invito al lavoro. L'ostilità al TAP è dovuta essere rinnegata una volta viste le implicazioni economiche e politiche di una sua rinuncia e lo stesso accadrà per il terzo valico di Genova e per la TAV. Perfino la Fornero non è stata cancellata ma si è ripiegati su "quota 100", lasciando invariata per la maggior parte delle persone l'età reale dei pensionamenti. Tali i contenuti della finanziaria mandata alle Camere…

Poi, è cominciato il diverbio con l'Europa.

Che Bruxelles sia una fogna che sperpera una marea di denaro per imporre regole spesso assurde o addirittura ridicole è un dato di fatto. Che, inoltre, si comporti in maniera ipocrita nei nostri confronti a proposito d'immigrazione e di altro è addirittura un'ovvietà. Perfino l'euro, nato orfano dell'unità politica e finanziaria, si è rivelato "difettoso" e ha sempre favorito (e continua a farlo) i Paesi più ricchi sulle spalle di quelli più poveri. Ciò detto, nemmeno i più disincantati possono negare che più del 50% delle nostre esportazioni finiscono sui mercati degli altri Paesi del'Unione e che, di conseguenza, l'Europa è per noi, pur nei suoi chiaro/scuri, una fonte di ricchezza. Per ciò che riguarda l'euro, una volta che ci siamo entrati con conseguenze negative e positive (maggiore inflazione ma tassi interessi molto più bassi), uscirne sarebbe perfino peggio, se non addirittura un disastro per lo Stato e, soprattutto, per i singoli cittadini.

E' naturale che trattandosi di una valuta comune a più Stati le decisioni economiche prese da ogni governo abbiano un'influenza su tutti gli altri che condividono la stessa moneta. E' quindi più che comprensibile, per quanto spiacevole, che le decisioni prese da Roma possano essere discusse e contestate da tutti gli altri.

Di là dalle dichiarazioni altisonanti di Conte, Salvini e Di Maio e dai loro spergiuri sull'intenzione di non cambiare linea, diventa chiaro che la manovra debba essere ritoccata. D'altra parte, com'è possibile ipotizzare un reddito di cittadinanza in un Paese ove il numero di chi gode di pensioni d'invalidità costituisce un record mondiale in proporzione agli abitanti? E per quanto riguarda le pensioni, nonostante il giusto scandalo suscitato dalla Fornero sugli esodati, l'aumento delle aspettative di vita sta spingendo in tutto il mondo gli Stati sviluppati a dover innalzare l'età pensionabile. Non è cattiveria e non è una scelta: è necessario.

L'ha fatto perfino Putin, grande amico di Salvini e Berlusconi, suscitando anche lui proteste e raccogliendo impopolarità, magari passeggera.

Non sarà, quindi, una sorpresa se, pur continuando a sostenere che la manovra non verrà cambiata, il Governo Conte la modificherà.

Sappiamo benissimo che l'economia non è una scienza esatta e che anche il testo presentato da Tria, date certe condizioni, avrebbe perfino potuto funzionare e favorire lo sviluppo. Una delle due pecche principali era però che c'erano troppe spese che finivano con l'essere puramente assistenziali, mentre poche erano destinate a investimenti produttivi. L'altra era che, per funzionare, occorreva avere la fiducia dei mercati.

Dopo la dura e ferma posizione di Bruxelles e il rialzo dello spread, anche se la "propaganda" non cambierà le parole d'ordine, le cifre destinate al cosiddetto "reddito di cittadinanza" e alla "quota cento" molto probabilmente diminuiranno. Se anche non accadrà formalmente, le condizioni per accedervi saranno rese più stringenti per entrambi in modo da ridurre la platea dei beneficiari e diminuire così la spesa pubblica. Contemporaneamente, si aumenteranno le cifre destinate agli investimenti strutturali. Per quanto riguarda il deficit al 2,4%, totem o "barriera del Piave" per i giallo-verdi, se pure non fosse ribassato al 2% saranno introdotte tali clausole di salvaguardia da rendere il limite prefissato in sostanza irraggiungibile.

Come sempre si sarà dimostrato che una cosa sono le promesse o i sogni, ma che, alla fine, a trionfare non potranno restare che i numeri e il buon senso.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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manovra, UE, Italia
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