14:26 15 Dicembre 2018
Theresa May

Il Regno Unito forse non è più così tanto “unito”

© REUTERS / Henry Nicholls
Opinioni
URL abbreviato
Mario Sommossa
2102

In ogni democrazia spesso si scontrano punti di vista diversi e a volte opposti tra loro, ma la crisi che sta attraversando il Governo della signora May va ben oltre il normale rapporto dialettico tra forze discordanti.

Il fattore detonante di questa situazione è stato l'esito del referendum sull'uscita dall'Unione Europea e, soprattutto, la bozza di accordo (di 585 pagine) sottoscritta dai due negoziatori, il britannico e l'europeo, che la May ha faticato a far approvare dal suo Governo e che il 6 dicembre sarà sottoposta al voto della Camera dei Comuni. Ancora prima di arrivare alla discussione tra i membri del Governo, due Ministri e un Sottosegretario si sono dimessi per manifestare il loro totale dissenso dall'accordo raggiunto con Bruxelles. Anche durante la discussione governativa a porte chiuse si sa che il responsabile del Commercio Estero Liam Fox, il Ministro degli Esteri Jeremy Hunt, il responsabile per la Brexit Dominic Raab, quello degli Interni Sayid Javid e il capogruppo conservatore alla Camera dei Comuni si sono espressi in modo contrario.

Il voto è finito 18 a 11 e il documento è stato approvato con il pressante invito a ridiscuterne alcuni punti durante il Consiglio dei Ministri europei a Bruxelles la domenica 25. La Merkel ha immediatamente fatto sapere che non sarebbe andata all'incontro per rinegoziare alcunché, ma soltanto per firmare quanto gia' discusso e concordato.

Premier britannico Theresa May
© REUTERS / Steve Parsons
Il problema più grave è però che, qualunque sia il testo finale, sarà nel Parlamento di Londra che si evidenzieranno i maggiori ostacoli. Il partito Conservatore è totalmente spaccato tra "hard brexiters", sostenitori di una linea di distacco duro e definitivo dall'UE, e chi invece approva quanto sottoscritto dalla May. I laburisti sono altrettanto divisi: il loro leader, Jeremy Corbin, ha dichiarato che il referendum va applicato in toto ma la maggioranza dei delegati del suo partito nel congresso di settembre aveva votato una mozione che si dichiarava aperta a ogni opzione, compresa quella di "una nuova consultazione popolare".

Il partito DUP, quello dei duri filo-Londra nord irlandesi, è dichiaratamente contrario alla bozza di accordo e occorre ricordare che i suoi dieci parlamentari sono indispensabili per garantire la maggioranza al Governo May.

Favorevoli invece a un nuovo referendum si sono espressi, con varie gradazioni, il Parlamento scozzese, i partiti nord irlandesi alternativi al DUP, Jo Johnson (fratello dello "scapestrato" Boris che punta a prendere il posto della Primo Ministro) e ben settecentomila manifestanti che hanno sfilato a Londra lo scorso 20 ottobre.

I motivi del contendere si focalizzano in particolare su due punti: la questione dell'Irlanda del Nord e il fatto che l'accordo raggiunto manterrà in sostanza quasi tutto come prima della Brexit almeno fino al dicembre 2020. Dopo quella data le cose potrebbero cambiare ma solo in base a un nuovo accordo commerciale che potrà, allora sì, reintrodurre tutte le barriere scomparse con l'ingresso della Gran Bretagna nell'Unione. Lo stesso varrà per la circolazione delle persone e per le sentenze della Corte di Giustizia europea.

La questione nord irlandese è particolarmente delicata perché fu grazie all'appartenere all'Unione sia la parte britannica (Ulster, con capitale Belfast) sia l'Eire (con capitale Dublino) che fu possibile, con l'accordo detto del "Venerdì Santo", porre fine ai lunghi anni di conflitti violenti e di attentati che avevano messo a ferro e fuoco la parte nord dell'isola. Da allora, tra i due Paesi esiste la libera circolazione di merci e di persone e non c'e' più alcuna fisica barriera doganale.

I commerci tra le due parti sono costanti e ognuno è libero di lavorare dove meglio crede. L'intesa raggiunta recita che dal 29 marzo 2019 sarà possibile creare alcuni posti di blocco a quella frontiera ma che fino al primo gennaio 2021 gli scambi continueranno a essere liberi. E' evidente che questa soluzione, forse l'unica per evitare che si ritorni allo scontro tra "cattolici" e "protestanti" a Belfast, costituisce un vulnus alla reale indipendenza commerciale di tutto il Regno Unito poiché, o si costituirà una dogana sulla costa inglese, o le merci che arriveranno liberamente nell'Irlanda del Nord potranno passare lo stretto braccio di mare e disperdersi anche nel resto del Regno. Va da sé che, in caso di dogana tra l'Ulster e l'isola maggiore, le aspettative "unioniste" di Dublino saranno incoraggiate. E' anche temendo ciò che il DUB ne ha fatta una questione di vita o di morte fregandosene del fatto che nel referendum sulla Brexit i nord irlandesi si espressero con più del sessanta percento a favore del rimanere nell'Unione Europea.

La soluzione trovata con Bruxelles per l'Irlanda è, tuttavia, pretesa anche dalla Scozia e dal Galles che, in mancanza di soddisfazione data a questo loro desiderio potrebbero votare contro l'accordo e lanciare un nuovo referendum locale per l'indipendenza.

I motivi conflittuali, di cui abbiamo elencato solo una parte, non riguardano però soltanto gli equilibri interni al Regno (non più?) Unito. Toccano anche la possibilità che la Spagna ponga il veto alla firma dell'accordo. La realtà è che anche Gibilterra si troverà in una situazione simile a quella irlandese e il Primo Ministro spagnolo Sanchez ha ricordato che Madrid non ha mai accettato che la Rocca (dagli spagnoli detta Penon) non sia sotto la propria sovranità. In effetti, considerata la sua posizione strategica sullo stretto tra il Mediterraneo e l'Atlantico, non si capisce perché debba continuare a rimanere britannico un territorio che è tutto geograficamente parte del Continente europeo. Sanchez ha chiesto che nel documento sia inserito formalmente che la Spagna abbia almeno potere di veto su ogni decisione che riguardi Gibilterra.

Qualunque esito esca dall'incontro di Bruxelles, l'intera questione è solo ai suoi inizi.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

Correlati:

Londra frena sulla vicinanza dell'accordo sulla Brexit con Bruxelles
Brexit, Tajani: Pe voterà accordo all’inizio del 2019
Brexit, May: senza accordo avremo “più incertezza e divisione”
Tags:
brexit, Liam Fox, Jeremy Corbyn, Theresa May, Gran Bretagna
RegolamentoDiscussione
Commenta via FacebookCommenta via Sputnik