19:23 16 Dicembre 2018
Il Castel Sant'Angelo, Roma, Italia

Italia: rischi di politica estera trainata dal business

© Sputnik . Vladimir Astapkovic
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Giulio Virgi
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Da qualche tempo, la politica estera italiana sembra essere trainata soprattutto da considerazioni natura economica.

Di certo, questa condotta riflette tradizioni culturali profondamente radicate nella società italiana, che nella sua storia ha espresso raramente grandi capi militari e più spesso brillanti figure imprenditoriali nel campo del commercio e delle manifatture. Su questo atteggiamento, tuttavia, pesa ancor più la necessità contingente di assicurare una prospettiva di sviluppo ad un paese che arranca da almeno tre decenni a causa del rigido sistema regolatorio europeo cui sono state sacrificate la libertà fiscale e buona parte dell'industria di Stato.

Nessuno può contestare il fatto che in una situazione in cui la domanda interna resta debole, il Bel Paese abbia bisogno di incrementare le proprie esportazioni e di reperire all'estero i capitali che servono a finanziare i suoi investimenti produttivi e a servire il proprio ingente debito sovrano, che presto non potrà più contare sui benefici effetti degli acquisti di titoli fatti dalla Bce nel quadro del cosiddetto Quantitative Easing.

Di tali necessità, sono avvertiti anche i maggiori alleati storici dell'Italia. Gli Stati Uniti, in particolare, sembrano comprendere che in questa fase storica non è possibile chiedere a Roma di tagliare tutti i rapporti giudicati politicamente sconvenienti senza provocarne il collasso. Così, l'Italia è stata esentata dalle sanzioni che riguardano le importazioni petrolifere dall'Iran. Persino la campagna condotta dalla diplomazia americana per ottenere l'accettazione delle sanzioni imposte contro la Russia viene significativamente svolta sminuendone l'impatto economico, che invece esiste ed è sostanziale, come sta a dimostrare la promozione da parte di Confindustria di iniziative in favore del pieno ripristino delle relazioni commerciali bilaterali italo-russe, tra le quali spicca un convegno svoltosi proprio a Mosca con la partecipazione di Matteo Salvini.

In pratica, tuttavia, l'Italia sta cercando di volgere a proprio vantaggio questa licenza di perseguire i propri interessi economici anche per ricavarsi più larghi margini d'autonomia politica. E' stata messa in campo una efficace strategia di massimizzazione del profitto economico che ha anche una potenziale valenza geopolitica.

Tuttavia, questo è un tempo incerto contrassegnato dall'indebolimento delle alleanze e dalla conseguente frequenza delle scelte di campo. Il crollo dell'ordine bipolare ha generato una forma di deregulation in cui la crescita delle ambizioni delle medie potenze moltiplica i contenziosi. E da questa condizione deriva la maggiore controindicazione dell'attuale azione diplomatica italiana, che porta il Bel Paese ad intrattenere rapporti simultanei con Stati tra loro rivali, circostanza che rischia di generare incomprensioni e delusioni circa l'effettivo posizionamento di Roma.

Due situazioni meritano di essere evidenziate. La prima concerne le relazioni italo-cinesi, la seconda riguarda la postura italiana rispetto alla lotta in atto tra le forze favorevoli e quelle ostili all'Islam Politico.

Un uomo cinese nel padiglione italiano all'EXPO 2010
© Sputnik . Валерий Мельников

Nel rapporto con Pechino, l'Italia si sta spingendo molto in avanti. Roma ha permesso ai cinesi di acquisire un terzo del capitale della società che gestisce la sua rete elettrica nazionale, un'infrastruttura di grande valenza strategica. Inoltre, la Banca d'Italia ha recentemente sottoscritto una quota, seppure modesta, del debito sovrano cinese denominata in yuan, contribuendo attivamente all'internazionalizzazione del renmimbi. Il governo italiano era pronto anche a firmare il Memorandum d'intesa che avrebbe inserito l'Italia nelle vie della seta cinesi, prima che il Ministro Di Maio decidesse qualche settimana fa di soprassedere almeno fino al 2019. Nulla di male, per carità, salvo per il fatto che l'Italia ha anche chiesto ad importanti interlocutori americani — dal Presidente Trump ai vertici di BlackRock e della borsa newyorkese — di sorreggere i Buoni del Tesoro Pluriennali qualora si trovino in difficoltà sui mercati globali.

In Medio Oriente, invece, il problema è rappresentato dal fatto che si sta cercando di fare affari simultaneamente tanto con il blocco filo-saudita quanto con quello composto da Turchia e Qatar, che sono tra loro ai ferri corti. A Riad l'Italia offre una parte significativa delle bombe che vengono impiegate sul fronte yemenita. Ma vende anche sistemi d'arma complessi e costosi al Qatar, con il quale è stato appena stretto anche un accordo che tende a fornire a Doha le risorse alimentari di cui ha bisogno per sopravvivere all'embargo decretato nei suoi confronti dagli stessi sauditi, dai loro alleati nel Golfo e dall'Egitto. Il rischio che qualcuno si chieda da che parte stia Roma si fa di giorno in giorno più concreto. A Palermo, i rappresentanti dell'Emiro del Qatar hanno mantenuto il profilo più basso possibile, ma il Vicepresidente turco ha abbandonato i lavori, dichiarandosi deluso per la piega favorevole ad Haftar che avevano preso. In pratica, per l'Italia si sta avvicinando il punto oltre il quale la pretesa di non antagonizzare nessuno dei suoi ricchi e permalosi interlocutori potrebbe rivelarsi insostenibile e comportare costi importanti anche sotto il profilo della sicurezza. Non è certo che la circostanza sia stata compresa.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

Tags:
Matteo Salvini, Qatar, Turchia, Italia, USA, Cina, Russia
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