19:07 18 Dicembre 2018
Soldato della NATO in Afghanistan

500 mila vittime, il costo delle guerre USA al terrorismo

© AFP 2018 / Noorullah Shirzada
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Tatiana Santi
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Uno studio pubblicato dalla professoressa Neta Crawford della Brown University ha mostrato una statistica spaventosa sulle morti provocate dalle guerre americane contro il terrorismo.

Sarebbero 500 mila le vittime, ma il rapporto, basato su fonti aperte, non mostra le cifre effettive dei morti delle guerre "di pace" degli USA.

Dall'11 settembre si sono susseguite guerre per portare la pace e sconfiggere il terrorismo, ma il prezzo di tali guerre è stato un numero elevatissimo di vittime, fra cui la metà civili. La professoressa Crawford ha pubblicato uno studio focalizzato sui conflitti in Afghanistan, in Iraq e in Pakistan. Sono diverse le guerre però che non sono state prese in considerazione, come quelle in Siria e in Yemen, conflitti da un bilancio gravissimo in termini di vittime civili.

Inoltre, lo studio della Brown University si basa su fonti aperte e sui dati forniti dalle forze militari, il numero reale dei morti causati dall'11 settembre ad oggi quindi rimane ovviamente sconosciuto. Sputnik Italia ha raggiunto per una riflessione Emanuele Giordana, direttore del sito altlanteguerre.it e cofondatore dell'Associazione indipendente di giornalisti Lettera22.

— Emanuele Giordana, che cosa racconta lo studio di Neta Crawford? Qual è il quadro che ne esce fuori?

— Lo studio della Brown University si concentra sulle guerre americane, quindi sulle vittime sia civili sia militari che sono state prodotte dai conflitti scatenati dopo l'11 settembre. Parliamo di conflitti che avevano l'obiettivo di riportare la pace, ma che in realtà hanno provocato un numero di morti spaventoso che varia fra i 480 mila e oltre i 500 mila. Si tratta dei dati di novembre di un progetto che effettua un aggiornamento costante, non tiene conto però di un quadro più generale dei conflitti come quello siriano, dove gli Stati Uniti rientrano indirettamente. I conflitti presi in esame in modo particolare sono l'Afghanistan, l'Iraq e il Pakistan.

— Si tratta dei conflitti che dopo l'11 settembre hanno provocato purtroppo tantissime vittime civili, un aspetto della vicenda di cui si parla meno, non è vero?

— Sono la maggior parte, perché parliamo di oltre la metà del numero complessivo. Inoltre su queste cifre è legittimo mettere un punto di domanda, perché è uno studio che si basa su fonti aperte, sui numeri dati ufficialmente dalle forze militari e su quelli rilevati dai giornali e dalle organizzazioni non governative.

Dobbiamo tener conto del fatto che non conosciamo tutta una serie di effetti collaterali degli attacchi aerei, che in Afghanistan sono triplicati nell'ultimo anno, soprattutto se sono effettuati con i droni, protetti da segreto militare. Il numero che va dai 240 mila e 270 mila è da prendere quindi con le molle.

— Il rapporto della Crawford non tiene conto della guerra in Siria e in Yemen. Esistono conflitti lasciati a loro stessi di cui si parla sempre meno?

— Noi abbiamo dei dati che riguardano la Siria, che parlano di oltre 500 mila vittime, e anche lo Yemen, perché esistono organizzazioni locali che forniscono numeri approssimativi. Sono cifre che conosciamo relativamente poco, non c'è al momento un centro di ricerca come quello della Brown University che se ne occupi direttamente. Negli Stati Uniti c'è la possibilità anche di trovare i finanziamenti per un progetto del genere che richiede mesi di ricerca. In guerre "minori" come nel caso dello Yemen invece queste ricerche non accadono, anche se sappiamo che sono state colpite non solo le persone, ma anche le strutture come gli ospedali.

— Queste guerre avrebbero dovuto portare la pace, ma se vediamo anche l'esempio dell'Afghanistan non è andata proprio così. Tuttora il Paese in parte è sotto il dominio degli estremisti islamici. Possiamo dire che i bilanci non sono molto ottimistici alla fin fine?

— Il bilancio è impressionante, anche perché se prendiamo i casi dell'Afghanistan e dell'Iraq messi assieme vi è un elemento che mi pare veramente preoccupante: a fronte di 7 mila caduti con la divisa, cioè soldati americani, ce ne sono di 7800 che sono paramilitari, cioè persone assoldate dall'esercito che conducono una guerra privata. È un elemento interessante che di solito si tende a non calcolare. Sono guerre date in appalto, come se si trattasse di un servizio…

— Qual è l'esito di questa grande guerra lanciata al terrorismo? È possibile lottare contro i terroristi senza fare vittime innocenti secondo lei?

— La guerra al terrorismo diventa la guerra ad un Paese e a chi ci abita se si colpisce in maniera indiscriminata, soprattutto con i bombardamenti aerei, la forma più odiosa dei conflitti dove non c'è uno scontro fra due persone. Per quanto le armi siano tecnologicamente avanzate, non è vero che riescono a fare operazioni chirurgiche. La prima cosa da fare sarebbe impedire l'utilizzo di queste armi, ovviamente la soluzione migliore sarebbe evitare le guerre e trovare altre forme come i servizi segreti, la polizia e le inchieste. Serve un lavoro da eseguire assieme alla gente, deve essere la società civile a denunciare forme di terrorismo prima che avvengano. Quando si scatena un conflitto, si spara nel mucchio e si uccidono civili.

— Gli Stati Uniti occupano il primo posto in termini di spese militari, investimenti in armi e guerre. In futuro purtroppo questi conflitti continueranno?

— Esiste una serie di iniziative a livello internazionale, come il bando delle armi nucleari, sono vittorie possibili se si pensa al grande lavoro fatto dalla campagna internazionale contro le mine antiuomo, anche se in realtà sappiamo che vengono utilizzate ancora.

Questi passi possono apparire piccoli, in realtà sono quelli che ci possono portare alla messa al bando di certe armi. Bisognerebbe rimettere la guerra, che è comunque un fatto terribile da evitare, in un binario più accettabile. Oggi vediamo una disparità di forze e l'utilizzo di bombe potentissime. Su questo forse abbiamo la possibilità di intervenire.

— Vorrebbe aggiungere qualcosa?

— In queste guerre, come dice la Brown University, sono morti quasi 400 giornalisti e 600 operatori sanitari, vittime civili particolari, persone che svolgono un ruolo fondamentale per l'informazione e per l'aiuto alle popolazioni colpite. Un dato importante da tenere presente.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione. 

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Tags:
ricerca, Crisi in Siria, Difesa, Sicurezza, Guerra, Pakistan, Iraq, Afghanistan, USA
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