11:55 16 Dicembre 2018
La conferenza di Palermo per la Libia

Per chi suona la campana di Palermo?

© Sputnik . Akeksandr Astafyev
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Giulio Virgi
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Poche volte nella storia diplomatica italiana la preparazione di una conferenza internazionale è stata tanto difficile come nel caso di quella tenutasi a Palermo. Purtroppo, non è un caso.

È anzi un triste segno dei tempi probabilmente destinato a ripetersi, dal momento che ad ostacolarne il successo è intervenuta una combinazione di rivalità locali e tensioni ad un più alto livello che si riscontra anche in altri scacchieri.

L'Italia ha dovuto barcamenarsi tra opposti schieramenti senza avere la forza politica necessaria per farlo e scontando la circostanza di non godere dell'incondizionato supporto di tutti i propri tradizionali alleati.

Più di una volta negli ultimi quattro anni, in effetti, Roma è stata costretta dalle circostanze a cambiare i propri interlocutori in Libia, nel tentativo di perseguire i propri interessi nazionali in un contesto particolarmente accidentato. Dopo l'affermarsi di due poteri concorrenti in Tripolitania e Cirenaica, ad esempio, Renzi portò l'Italia dal lato di Tobruk, allineandola all'Egitto, alla Francia e, più indirettamente, all'Arabia Saudita ed agli Emirati Arabi Uniti. Più recentemente, in seguito agli accordi di Skhirat in Marocco, Roma ha però cambiato lato, appoggiando il nuovo Governo di Accordo Nazionale affidato a Fayez al Serraj e partecipato da forze vicine alla Fratellanza Musulmana.

La nascita del nuovo esecutivo libico fu favorita dagli Stati Uniti, alla cui testa si trovava allora l'amministrazione guidata da Barack Obama, che era incline a sostenere la causa dell'Islam Politico in tutto il Nord Africa e nel Medio Oriente. Serraj ricevette supporti anche dalla Gran Bretagna — la Marina inglese svolse un ruolo importante insieme a quella italiana nel trasporto e nella protezione dell'arrivo a Tripoli del leader del nuovo Consiglio Presidenziale — oltre che dalla Turchia e dal Qatar. Il Governo di Accordo Nazionale, tuttavia, non scaldò in alcun modo il cuore del presidente egiziano Al Sisi, né tanto meno, quelli dei suoi alleati arabi e dei francesi.

La frattura libica divenne allora una faglia della più grande spaccatura apertasi nel mezzo del Mediterraneo allargato. Washington sosteneva i movimenti prossimi ai Fratelli Musulmani da Rabat fino alla frontiera iraniana. Obama tentò anche, con un certo successo peraltro, di riavvicinarsi a Teheran, dove era al potere la denominazione sciita dell'Islam Politico, i cui massimi dirigenti religiosi avevano perfetta conoscenza di quanto personaggi come Hassan al Banna e Sayyid Qutb avevano predicato nel mondo sunnita.

Questa situazione è tuttavia cambiata con l'arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca, poiché il tycoon ha capovolto l'intero sistema delle alleanze regionali degli Stati Uniti in Medio Oriente, riavvicinando gli Stati Uniti a tutti i nemici della Fratellanza Musulmana. È questo fattore ad aver cambiato l'equazione, rendendo via via più precaria la posizione internazionale di Serraj mentre si rafforzava quella del generale Haftar, sotto la spinta della rinsaldata amicizia tra l'America e i generali del Cairo. A complicare ulteriormente il contesto per l'Italia è sopraggiunta anche l'accentuazione del carattere antitedesco della politica europea perseguita dagli Stati Uniti, che la Francia ha spregiudicatamente trasformato in un'opportunità, proponendosi di fatto a Trump come il più solido bastione esistente in Europa per contenere la Germania.

L'intera architettura della politica libica dell'Italia ha finito per soffrirne. Roma si è trovata in competizione con la Francia senza disporre della stessa influenza politica e senza potersi valere di un forte supporto americano alle proprie spalle. Di qui, la quasi ossessiva ricerca recente da parte del governo italiano di un nuovo accordo inclusivo, che fosse in grado di ridurre i danni, e la parallela intensificazione del dialogo con Haftar. Si è mossa pure l'Eni, che si dice abbia raggiunto con Total un'intesa regionale per dividersi la torta.

Non c'era del resto molta scelta: all'Italia, infatti, era stato fatto capire che nel duello con la Francia gli Stati Uniti non si sarebbero schierati dalla sua parte, pur offrendo a Roma compensazioni che le avrebbero consentito di restare a galla, ad esempio sotto forma di sostegno al debito sovrano italiano sui mercati finanziari internazionali e con l'esenzione dall'applicazione delle nuove sanzioni decretate contro l'Iran.

Al Premier Conte, così, non è restato altro che fare buon viso a cattivo gioco. Poteva peraltro andare peggio, soprattutto se la diplomazia russa non avesse esercitato pressioni efficaci per ottenere almeno che Haftar si presentasse a Palermo, evitando così al governo di Roma un'umiliazione plateale[1].

Il generale si è peraltro rifiutato di partecipare al formato plenario della Conferenza, accettando soltanto raggruppamenti più circoscritti, a riprova della profondità delle contrapposizioni esistenti. Ma ha consentito al rinvio alla prossima primavera delle elezioni che i francesi volevano a dicembre e soprattutto ha riconosciuto a Serraj il diritto di rimanere al potere almeno in questa fase transitoria. Si è quindi guadagnato del tempo.

Verso quale direzione si vada è peraltro chiaro. Abbandonando prima della loro conclusione i lavori ed esprimendo tutta la propria delusione, la delegazione turca ha indirettamente ammesso sconfitta del fronte islamista. La parola ora passa al terreno, dove non è detto che i nuovi equilibri che stanno prendendo forma sui tavoli diplomatici vengano accettati. Ci sono infatti molte fazioni e tanti uomini armati con cui fare i conti. Chi rifiuta le intese, avrà carte di riserva da giocare.


[1] Marco Conti, Il soccorso russo all'Italia. E Haftar arriva a Palermo, Il Messaggero, 13 novembre 2018, p.11

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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conferenza, Libia, Italia, USA, Russia
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