04:16 13 Novembre 2018
Olio d'oliva

Come l’UE danneggia il Made in Italy

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Tatiana Santi
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Leggendo un’etichetta sull’olio d’oliva è totalmente chiara la provenienza delle olive e il luogo di produzione del prodotto? Non proprio. Merce a basso costo proveniente dai Paesi extra europei, etichettatura fuorviante, sanzioni antirusse, ecco come l’Unione Europea danneggia il Made in Italy.

È arrivato lo stop da parte della Commissione Europea alle importazioni di riso dalla Cambogia e dalla Birmania, dove sono state verificate violazioni dei diritti umani. Massicce importazioni di riso che rappresentavano inoltre una concorrenza sleale nei confronti delle imprese italiane. Buone notizie quindi per il riso italiano.

L'olio dalla Tunisia però, che sugli scaffali attira con il suo basso prezzo il consumatore, continua ad invadere il mercato italiano, come anche altre merci prodotte in Paesi dove la qualità e i processi di produzione sono altamente differenti dagli standard italiani. Non solo olio, sono diversi i settori nei quali ci rimettono il Made in Italy e l'informazione dei consumatori. Ebbene, come difendere i prodotti italiani? Sputnik Italia ha raggiunto per un'intervista esclusiva il neoeletto presidente nazionale di Coldiretti.

Il presidente nazionale di Coldiretti Ettore Prandini
© Foto : Fornita da Coldiretti
Il presidente nazionale di Coldiretti Ettore Prandini

— L'Ue ha dato lo stop alle importazioni di riso dalla Cambogia e dalla Birmania. Presidente Prandini, una buona notizia per il riso italiano?

— È un'ottima notizia, noi chiedevamo un provvedimento ancora tre anni fa per quanto riguarda lo stop alle importazioni di riso dalla Birmania e del Myanmar. Questo riso era coltivato con dei procedimenti e dei prodotti non in linea con gli obblighi delle nostre imprese; inoltre si trattava anche di sfruttamento per quanto riguardava la mano d'opera utilizzata.

Tutto ciò andava a ingenerare una concorrenza sleale nei confronti delle nostre imprese: un prodotto ad un costo decisamente basso, ma anche con una qualità decisamente bassa. Il prezzo rischiava di diventare l'unico elemento sul quale si faceva la valutazione nel momento in cui si decideva se acquistare un riso italiano o proveniente da altri Paesi. Secondo noi deve essere esaltato tutto quello che avviene durante il processo di produzione dando maggiori garanzie ai cittadini consumatori.

— Rimanendo in tema di importazioni, l'olio tunisino a dazio zero continua ad arrivare in Italia. Queste bottiglie d'olio costano molto meno rispetto all'olio prodotto in Italia. Qual è la posizione in merito della Coldiretti?

— Noi spesso e volentieri siamo costretti ad accettare a livello europeo per esigenze dell'Europa stessa accordi che vengono fatti sull'importazione di prodotti provenienti da altri Paesi. Questi prodotti non hanno le caratteristiche per essere paragonati ai nostri. L'olio d'oliva extra vergine italiano ha delle caratteristiche organolettiche che sono uniche a livello mondiale. Per quanto riguarda l'importazione di olio tunisino e marocchino sul mercato italiano l'unico principio di confronto non è dato da un'analisi qualitativa, ma semplicemente dal prezzo. Se noi continuiamo a favorire queste importazioni rischiamo di essere sempre i perdenti, abbiamo un sistema di produzione e di qualità totalmente diversi.

Noi non siamo per la chiusura delle frontiere, vogliamo semplicemente che un olio tunisino venga venduto per olio tunisino. Con il tema delle etichette ingannevoli continuiamo a far credere ai consumatori che si stia acquistando un olio italiano, in alcuni casi anche un olio extravergine d'oliva italiano, quando di italiano non ha assolutamente niente o solo una minima parte al suo interno. Tutto ciò non deve succedere se mettiamo al centro la tutela dell'informazione al consumatore e al cittadino.

— Quanto è trasparente al giorno d'oggi l'etichetta sull'olio nei negozi? Che misure andrebbero intraprese per dare maggiori informazioni ai consumatori?

— Bisognerebbe informare i consumatori e spiegare che se vogliono avere la certezza di acquistare un prodotto italiano, in questo caso l'olio, è meglio acquistare un prodotto DOP. Così si ha la certezza che il contenuto è prodotto solo ed esclusivamente con olive provenienti dalla coltivazione italiana.

Vorremmo un'etichetta evidente che dica con chiarezza qual è il prodotto agricolo utilizzato in fase di trasformazione. Questo vale per l'olio, ma anche per tutti gli altri settori produttivi, cioè per il comparto vinicolo, per gli insaccati e per il comparto della carne. Ancora oggi purtroppo le etichette sono fuorvianti, perché abbiamo codici ed iniziali che spesso i consumatori fanno fatica a capire, è difficile infatti ricondurre al Paese di provenienza dell'animale. Basterebbe dire dov'è nato e dov'è stato allevato un animale. Se è stato allevato in Italia parliamo di un prodotto Made in Italy, se è stato allevato in Romania, si tratterà di un prodotto rumeno, se è stato prodotto in Polonia sarà un prodotto polacco.

Riteniamo anche con un po'di presunzione che il prodotto agroalimentare italiano abbia una qualità e sia sottoposto ad una serie di controlli enormemente superiori rispetto ai prodotti provenienti dalla Lituania, dall'Estonia, dalla Romania, dalla Polonia e a volte anche dalla stessa Germania.

— Quali sono le battaglie della Coldiretti per tutelare il Made in Italy?

— Abbiamo parlato del tema dell'etichettatura, quindi direi sicuramente che sono necessarie etichette chiare ed evidenti per i consumatori. Vorremmo contestualmente affossare il principio secondo cui alcuni Paesi in ambito europeo spingono sull'etichettatura a semaforo, che è una grande presa in giro. Basti pensare che la diet coke ha un bollino verde ed un bicchiere di latte ha un semaforo arancio, quindi si lancia il messaggio che è quasi pericoloso bersi un bicchiere di latte. È ovvio che fa molto bene bere un bicchiere di latte e magari la diet coke non è poi così salutare.

Dietro a tutto questo ci sono interessi di carattere economico, c'è chi valorizza prodotti di bassa qualità, vi sono interessi da parte di case farmaceutiche. Una delle nuove frontiere è il cibo di sintesi, prodotto in modo chimico e non naturale. C'è un interesse di carattere speculativo laddove si cerca di pagare sempre meno il prodotto agricolo e di far rimanere la parte di maggiore introito ad altri soggetti, penso alla grande distribuzione. Vorrei sottolineare un ultimo punto.

— Cioè?

— Al di là della difesa dall'importazione, noi vorremmo favorire l'esportazione, anche il tema legato all'embargo russo è un tema che ci sta particolarmente a cuore. Vorremmo creare le condizioni per le quali l'Europa nel minor tempo possibile faccia venir meno tutta quella serie di sanzioni imposte alla Russia, quando non vi sono le motivazioni.

— Con questo governo secondo lei si riusciranno a fare dei passi in avanti in questo senso?

— Credo questo governo abbia una sensibilità maggiore sul tema dell'embargo russo. Abbiamo le condizioni per poterlo ridiscutere, ma serve anche una presa di coscienza a livello europeo. È evidente che l'embargo russo nulla ha a che fare con la guerra in Ucraina, sicuramente ha una motivazione maggiore sulla spinta da parte di alcuni Stati membri dell'Unione Europea nei confronti dell'Europa stessa. Penso alla Polonia per citare solo un Paese. Le questioni che riguardano la Polonia non possono però riguardare il resto degli Stati membri. Per l'Italia perdere la possibilità di poter esportare in Russia il meglio del suo agroalimentare vuol dire aver perso in questi anni un valore superiore al miliardo e cinquecento milioni di euro di possibile mercato che oggi non c'è. 

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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Esportazioni, Birmania, Cambogia, Italia
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