14:33 21 Novembre 2018
Combattimenti in Libia

Libia, per affondare Macron Roma naviga nella scia dell’ONU

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Gian Micalessin
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Mattarella e Moavero scavalcano Salvini e Di Maio e guidano le strategie italiane alla conferenza di Palermo sull’ex colonia.

Non illudiamoci fin qui non abbiamo vinto un bel niente. L'organizzazione della "Conferenza Per la Libia" in programma a Palermo il 12 ed il 13 di questo mese è un risultato importante, ma non sufficiente a restituire all'Italia un ruolo centrale nella stabilizzazione dell'ex-colonia.

Certo se lo guardiamo nell'ottica dello scontro con la Francia di Emmanuel Macron portare nei saloni dell'Hotel di Villa Igea i principali leader libici e con loro quel generale Khalifa Haftar, considerato l'uomo di Parigi in Cirenaica è un bel successo. Ma è un successo parziale regalatoci dagli Stati Uniti di Donald Trump, e in parte anche da Russia e Nazioni Unite, in virtù dell'arroganza con cui il presidente francese ha tentato d'imporsi come regista unico della partita libica. La mossa che ha spazientito tutti risale a fine di maggio. In quei giorni Macron convoca a Parigi, senza consultarsi con nessuno, il generale Haftar, il premier del governo di Tripoli Fayez al Serraj, il presidente del parlamento di Tobruk Aqila Saleh, e Khalid al Meshri il presidente dell'Alto Consiglio di Stato considerato uno dei capi della Fratellanza Musulmana nel paese. Ai quattro chiede di firmare la sua proposta di andare a votare a dicembre di quest'anno per eleggere il nuovo presidente. L'obbiettivo è chiaro. Macron vuole da una parte scippare all'Italia il ruolo d'interlocutore della comunità internazionale e, dall'altra, sostituirsi all'inviato dell'Onu Ghassan Salamè convinto dell'inutilità di portare il paese alle urne prima di un ritorno all'unità nazionale. L'iniziativa del piccolo Napoleone non garba né a Washington, né a Mosca, e non piace neppure a quell'Egitto che diffida dell'interferenza francese e dei tentativi di manovrare l'alleato Haftar.

Così quando a fine giugno Trump accoglie il premier Conte alla Casa Bianca e benedice l'iniziativa della Conferenza sulla Libia tutti si guardano bene dall'ostacolare le mosse italiane. Putin pur non partecipando ad un evento organizzato con la regia della Casa Bianca non ostacolerà il viaggio del premier Dmitrij Medvedev controparte, a Palermo, del segretario di Stato Usa Mike Pompeo. E Angela Merkel, seppur a fine carriera, non perderà l'occasione di arginare le iniziative di un Macron colpevole di aver ostacolato molte sue iniziative a livello europeo.

Salamè, invece, userà Palermo come un volano per il lancio del suo nuovo piano per la stabilizzazione della Libia la cui presentazione al Palazzo di Vetro è prevista solo qualche giorno prima dell'apertura dei lavori di Villa Igea. Sfumature a parte il piano - incentrato sul disarmo delle milizie e la creazione di una forza armata nazionale incaricata di garantire il processo di riconciliazione e riunificazione nazionale in vista di elezioni non antecedenti il settembre 2019 - promette di diventare il sentiero su cui si orienterà la conferenza guidata dall'Italia. Una conferenza dove i grandi protagonisti italiani non saranno né Luigi Di Maio, né Matteo Salvini, nonostante il suo ruolo sul fronte immigrazione. Al posto dei due vice-premier del "governo del cambiamento" lavoreranno gli uomini della "conservazione" ovvero uno staff di diplomatici e di responsabili dei servizi di sicurezza fedeli al presidente Sergio Mattarella e al suo uomo alla Farnesina Enzo Moavero. Perché se sul fronte esterno il grande nemico dell'Italia è la Francia sul fronte interno la Conferenza di Palermo è una trincea conquistata e gestita in assoluta autonomia dal Quirinale. Un Quirinale che qui non lavora con le politiche di contrapposizione di Lega e 5Stelle, ma in base ai vecchi schemi della politica democristiana fatta di dialogo dietro le quinte con alleati e avversari.

In questo scenario il duo Mattarella-Moavero punta sull'alleanza con Ghassan Salamè per legittimare ulteriormente Italia e far convergere dietro a lei sia Sarraj, sia Haftar, sia gli altri leader libici in modo da lasciare poco spazio alle iniziative francesi. Un tatticismo che non dispiace agli Stati Uniti, decisi a osservare da lontano un ginepraio libico estraneo alle proprie sfere d'influenza. E lascia spazio alle iniziative di una Russia sostanzialmente libera di sviluppare le proprie strategie dietro il paravento delle Nazioni Unite. In tutto questo il vero banco di prova capace di garantire il ruolo dell'Italia in Libia sarà il successo o l'insuccesso del piano Onu.

Seguendo quello messo a punto nel 2015 l'Italia s'è ritrovata ad appoggiare un premier debole e inconsistente come Serraj che però le ha permesso di giocare da primo attore su quel fronte di Tripoli fulcro del nostro interesse nazionale per gas e petrolio e controllo dei flussi migratori. Stavolta gli spazi di manovra non sono molto diversi . Anche perché la vera sconfitta del nostro paese e dei suoi interessi nazionali coinciderebbero con un'eventuale perdita di controllo della capitale libica e della Tripolitania. A Palermo insomma cambieremo tutto per non cambiare nulla.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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Tags:
crisi in Libia, Governo libico, Fayez al-Sarraj, Sergio Mattarella, Luigi Di Maio, Matteo Salvini, Emmanuel Macron, Khalifa Haftar, Italia, Libia
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