11:24 21 Novembre 2018
Bandiera della Cina

Il governo giallo-blu volge lo sguardo verso Pechino

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Giulio Virgi
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La Cina non è vittima di sanzioni – a parte quelle sulle forniture militari introdotte dopo i fatti di Piazza Tien An Men – ma in compenso è destinataria di una mole impressionante di dazi e tariffe.

In ambito internazionale, e specialmente negli ambienti vicini alla Nato, sono molto chiacchierati i cordiali rapporti che da tempo l'Italia intrattiene con la Federazione Russa. E' noto in particolare come suscitino preoccupazione soprattutto i frequenti segni di insofferenza che Roma manifesta nei confronti della limitazione delle proprie relazioni commerciali con Mosca. Seppure a malincuore, per evitare sconfitte certe, i governi italiani che si sono succeduti dal 2014 hanno tutti sistematicamente votato a favore del rinnovo delle sanzioni. Ma hanno al contempo anche cercato di aprire un dibattito sull'opportunità di andare avanti su questa strada in assenza di risultati tangibili.

Questo orientamento razionale non piace soprattutto agli Stati Uniti, che hanno spesso manifestato il timore che l'Italia finisca prima o poi con l'assumere la leadership di uno schieramento in grado di dividere l'Europa ed indurla a rompere il fronte diplomatico che preme sulla Russia a causa del conflitto ucraino.

Sorprendentemente, invece, non pare che quanto l'Italia fa nei confronti della Repubblica Popolare Cinese susciti alcun allarme negli Stati Uniti. Eppure, l'amministrazione Trump ha chiaramente fatto intendere in più di una circostanza di considerare Pechino come una potenziale minaccia alla prosperità e alla supremazia geopolitica statunitense, adottando nei suoi confronti mezzi ben più duri di quelli utilizzati nei confronti della Russia.

La Cina non è vittima di sanzioni — a parte quelle sulle forniture militari introdotte dopo i fatti di Piazza Tien An Men — ma in compenso è destinataria di una mole impressionante di dazi e tariffe. Secondo la narrativa ufficiale, si tratterebbe solo di misure propedeutiche all'avvio di un negoziato che dovrebbe tendere al riequilibrio degli scambi tra le due coste del Pacifico. In realtà, l'estensione delle misure di limitazione del commercio bilaterale e loro incidenza in alcuni comparti critici dell'hi-tech fanno pensare che gli americani stiano allestendo una specie di embargo strategico non dichiarato, di cui una componente accessoria sono gli ostacoli frapposti all'ingresso di Pechino nei gangli più sensibili dell'economia americana.

Gli Stati Uniti non sono facilmente disposti ad accettare né l'eventuale sorpasso cinese in termini di Pil né, tanto meno, la conversione della ricchezza acquisita dalla Repubblica Popolare in massicci programmi di riarmo. I fronti aperti di maggior rilevanza sono, da un lato, il progetto geopolitico noto come Belt and Road Initiative, o BRI, cui Xi Jingping vorrebbe legare il suo nome e, dall'altro, la trasformazione dello yuan renmimbi in una valuta di riserva del sistema finanziario internazionale in grado, con il tempo, di far concorrenza al dollaro e scalzarlo dalla posizione centrale che occupa attualmente.

Ebbene, rispetto a questi due dossier "caldi", l'Italia sta facendo scelte che dovrebbero rappresentare per Washington altrettanti segni d'allarme, confliggendo in modo sostanziale con gli interessi nazionali degli Stati Uniti. Tre iniziative sono in particolare meritevoli di menzione.

La prima: allo scopo di intensificare l'interscambio italo-cinese di beni e servizi e di attrarre investimenti di natura strategica nel Bel Paese da parte di Pechino, il governo di Roma ha creato all'interno del Ministero dello Sviluppo Economico una struttura burocratica di grandi ambizioni ed ampio organigramma, la Task Force Cina, che ha recentemente iniziato ad operare.

In secondo luogo, il Ministro dell'Economia e delle Finanze, Giovanni Tria, ha guidato nello scorso mese di agosto una missione in Cina durante la quale sono stati stipulati numerosi accordi che accresceranno la collaborazione bilaterale italo-cinese in diversi comparti di grande importanza, come quelli della cantieristica e dell'energia, settore quest'ultimo in cui Pechino è già presente in Italia, avendo la State Grid Corporation of China acquistato anni fa il 35% del capitale di Cdp Reti, che gestisce Terna e Snam. In occasione dello stesso viaggio, il vice-direttore generale della Banca d'Italia, Fabio Panetta, ha inoltre reso nota la decisione dell'ex istituto di emissione italiano di sottoscrivere un certo quantitativo di titoli del debito sovrano cinese denominati in yuan, allo scopo apertamente ammesso di contribuire all'internazionalizzazione del renmimbi.

Infine, ma non per ordine di importanza, l'Italia si accinge a firmare il Memorandum d'Intesa che sancirà la sua entrata nelle vie della seta. A questo passo, finora, nell'Unione Europea si sono risolte solo Grecia ed Ungheria, mentre Francia e Germania sono ancora in disparte. Pare che a siglare l'accordo sarà proprio il Ministro dello Sviluppo e Vicepremier, Luigi di Maio, atteso a breve termine in Cina.

A dispetto dell'indubbia valenza politico-strategica di queste scelte, nessuno o quasi ha fiatato, né in Italia, né fuori. Per ragioni ancora non del tutto chiare, evidentemente, le aperture alla Cina non sono controverse come quelle che l'Italia cerca di attuare nei confronti della Russia. Tacciono persino gli americani. Ma per quanto a lungo ancora, questo non è dato saperlo.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

 

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Cooperazione economica, Sanzioni, Giovanni Tria, Luigi Di Maio, Donald Trump, Xi Jinping, Matteo Salvini, Europa, Italia, USA, Cina, Russia
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