13:19 18 Novembre 2018
Roma, Italia

Ecco perché gli italiani non volevano Cottarelli premier

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Marco Fontana
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In un editoriale dal titolo "Non è vero che l'Italia è troppo grande per fallire", sul quotidiano La Stampa, il professor Carlo Cottarelli ci racconta cosa sarebbe diventata l'Italia se il Governo fosse stato affidato nelle sue mani, come avrebbe voluto il presidente Mattarella, già pronto a incaricare un altro premier extraparlamentare.

L'economista cremonese afferma:

pensare che l'Europa possa ignorare le regole fiscali esistenti e, a maggior ragione, che possa intervenire a sostegno dell'Italia in caso di crisi, senza chiedere nulla in cambio, è del tutto irragionevole.

Risulta allora chiarissimo che questo premier mancato non avrebbe mai tentato alcuna mediazione con l'UE, ma si sarebbe completamente sottomesso ai famosi "compiti a casa" di montiana memoria. L'Italia avrebbe quindi diligentemente accettato qualunque diktat europeo, invece di avviare, come sta succedendo oggi grazie all'opposizione del governo Conte all'approccio di austerity incondizionata della Troika, un serio dibattito sulle riforme a livello comunitario che da molto tempo sono invocate dai cittadini di tutto il continente. È sconcertante vedere come nella sua analisi il più fulmineo Presidente del Consiglio della storia d'Italia eviti di riflettere proprio su quelle regole (in particolare quelle fiscali) che non sono certo dogmi immutabili, ma che devono adattarsi al contesto economico nel quale si vive. 

Cottarelli, già commissario straordinario per la revisione della spesa pubblica nel governo Letta, aggiunge che il problema di fondo è quello che spesso causa le guerre (economiche in questo caso): anche se una soluzione conflittuale non conviene a nessuno, cedere alle pressioni dell'altra parte comporta una perdita di credibilità e sovranità che non è sostenibile a livello politico. Occorrerebbe capire che, in queste condizioni, giocare d'azzardo («playing chicken» come si dice in inglese), usare l'arma del ricatto, contando sulla paura che la crisi dell'Italia causi la crisi dell'Europa e forse del mondo, non può portare a nessun risultato a noi favorevole.

Anche qui è semplicissimo capire perché Mattarella lo considerava molto adatto a fare il premier: non avrebbe mai disturbato il manovratore comunitario! Per Cottarelli è impensabile che l'Italia abbia carte da giocare in una partita con l'Europa: secondo lui, Merkel e Macron sono gli unici titolati a smazzare le carte, all'Italia invece compete solo un ruolo di rimessa. E che importa se da anni con la scusa dello spread ci abbiano ricattato mortificando la nostra credibilità internazionale e sottoponendoci a una compressione di sovranità meno pesante solo a quella subita dalla Grecia. È proprio a culturalmente che Cottarelli non vede alcuna soluzione: non vuole accorgersi, e non può farlo perché il suo ruolo glielo impedisce, che negli ultimi 7 anni mentre l'Italia rispettava tutte le regole e i parametri, altri Stati acquisivano fette di mercato a discapito della tradizione manifatturiera della nostra Penisola. D'altro canto, per i soloni del suo livello è sempre a portata di mano la scusa della globalizzazione, quando il proprio Paese perde un marchio o delocalizza; un'ottima scusa che cancella fastidiosi esami di coscienza o peggio ancora evita di dover chiedere conto a un'Europa che non ha fatto nulla per difendere i patrimoni industriali nazionali dalle aggressioni interne all'Unione stessa.

Cottarelli, in conclusione, sentenzia: Si potrebbe dire che anche l'Italia deve difendere la propria sovranità. Vero, ma l'adesione volontaria dell'Italia al club dell'euro (e ricordiamo che all'epoca la stragrande maggioranze degli italiani voleva l'adesione all'euro) ha comportato l'accettazione delle regole europee: non si può far parte di un club e poi violarne le regole. Se queste non piacciono e non si possono cambiare, se c'è stato un ripensamento sull'euro allora non resta che uscire dal club, anche se "non sta nel contratto".

Ecco l'ennesima dimenticanza di comodo sulle regole che determinano il contratto sociale; la comunità le rispetta finché le riconosce oppure le modifica in base al mutamento dei tempi, ma questa deve essere una pagina di filosofia che l'emerito professore non ama particolarmente. E c'è un altro errore nelle sue affermazioni: vero, l'adesione al club dell'euro è stata volontaria (ehm, no, si potrebbe discutere anche su questo, ma non fa nulla), tuttavia non è mai stato permesso ad alcuni dei soci fondatori più importanti, gli italiani, di esprimersi al riguardo mentre l'Europa prendeva altre strade rispetto a quelle che "lo statuto" aveva fissato. Forse sono pensieri troppo arditi per Cottarelli, che magari proprio per questa ragione non è riuscito a diventare presidente del Consiglio così come non ha saputo portare a compimento quella spending review che avrebbe permesso all'Italia di vivere un po' più agiatamente. La realtà è che alcuni devono passare le borracce, altri invece tagliare i traguardi: sicuramente il secondo ruolo è fuori dalla sua portata, ma sul primo forse ha qualche chance, anche se dovrebbe ricordarsi meglio a chi deve portare i rifornimenti.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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italiani, Economia, Carlo Cottarelli, Italia
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