06:47 15 Novembre 2018
La Corte Europea dei Diritti dell'Uomo a Strasburgo.

E ora Strasburgo condanna l'Italia a pagare un boss mafioso

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Marco Fontana
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La Corte europea dei diritti dell'uomo ha condannato l'Italia per aver rinnovato al boss mafioso Bernardo Provenzano il carcere duro del 41bis.

Una Corte internazionale ha emesso una sentenza e le sentenze vanno rispettate: è la posizione ovviamente sostenuta dagli avvocati difensori del capomafia, secondo i quali quella che abbiamo combattuto è stata una lotta per l'affermazione di un principio e cioè che applicare il carcere duro a chi non è più socialmente pericoloso si riduce ad una persecuzione, e dal figlio stesso di Provenzano, per il quale se lo Stato risponde al sentimento di rancore delle persone, alla voglia di vendetta, lo fa a discapito del diritto. Questo credo sia ciò che la Corte di Strasburgo ha affermato sul 41 bis applicato a mio padre dopo che era incapace di intendere e di volere. La posizione di costoro è logica, però esiste un limite a tutto, anche alla comprensione e al perdono. È semplice: non è che Provenzano quando era ben capace di intendere ebbe qualche remora a commissionare delitti efferati e a condurre una vita criminale. Ci basta e ci avanza. 

Comunque, per capire meglio perché la sentenza della Corte dei diritti umani sia pericolosamente assimilabile al brocardo summum ius summa iniuria, ricordiamo le condanne ricevute dal boss (che l'Italia dovrà risarcire, unendo al danno la beffa). Nel processo per l'omicidio del tenente colonnello Giuseppe Russo, Provenzano venne condannato in contumacia all'ergastolo insieme con boss del calibro di Riina, Greco e Bagarella; lo stesso anno, nel processo per gli omicidi dei commissari Beppe Montana e Antonino Cassarà, venne altresì condannato all'ergastolo, sempre con Greco, Riina, Brusca e Madonia. Partecipò anche agli omicidi di Piersanti Mattarella, Pio La Torre e Michele Reina, per cui gli venne inflitto un ulteriore ergastolo insieme agli altri soliti noti. Altro ergastolo, sempre nel 1995, nel processo per l'omicidio del generale dei Carabinieri Carlo Alberto dalla Chiesa, del capo della mobile Boris Giuliano e del professor Paolo Giaccone. Anche nel processo del 1997 per la strage di Capaci, in cui persero la vita il giudice Giovanni Falcone, la moglie e la scorta, Provenzano venne condannato all'ergastolo in contumacia insieme con altri boss come Riina, Brusca, Aglieri, Calò, Ganci, Geraci, Spera, Santapaola, Montalto, Graviano e Motisi. Lo stesso anno, ennesimo ergastolo nel processo per l'omicidio del giudice Cesare Terranova. Poi, altro processo eccellente, quello per la strage di via D'Amelio, in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e cinque dei suoi uomini della scorta: a Provenzano venne inflitto l'ergastolo. Nel 2000 ecco un'ulteriore condanna in contumacia all'ergastolo insieme con Giuseppe Graviano, Leoluca Bagarella e Salvatore Riina per gli attentati dinamitardi del 1993 a Firenze, Milano e Roma. Nel 2002 la Corte d'Assise di Caltanissetta condannò Provenzano per l'omicidio del giudice Rocco Chinnici insieme con i boss Riina, Ganci, Madonia, Buscemi, Geraci, Calò, Montalto, Ganci e Galatolo. Nel 2009, altro ergastolo con Salvatore Riina per la strage di viale Lazio. Insomma, per Provenzano la definizione di "assassino pluricondannato" è solo un gentile eufemismo.

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Sarebbe interessante chiedere all'Alta Corte Europea se Provenzano abbia mai avuto rispetto dei diritti delle persone uccise, le quali ricoprivano ruoli di enorme valore nel sostenimento dello Stato di diritto e della macchina della Giustizia italiana. La risposta è scontata: no. Provenzano ha contribuito al compimento di omicidi vili, tremendi e pericolosi per l'esistenza stessa dello Stato. Lasciamo blaterare i soliti benpensanti dalla doppia morale, quelli che dicono che bisogna essere superiori e perdonare le offese, e poi nella vita privata sono i primi a comportarsi da bruti o da ipocriti. Guardiamo la questione in maniera più ampia: essa rivela sempre di più il declino dello spirito dell'Occidente, ormai ostaggio di una concezione estrema e distorta dei valori della democrazia, che sta logorando le fondamente stesse della nostra civiltà millenaria.

E allora, non è nemmeno difficile intuire che questa sentenza allontana ancor di più gli italiani dall'Europa, vista come un sistema lontano e ostile rispetto al comune sentire e agli interessi degli individui comuni. In un momento difficile come quello attuale, il comportamento dei giudici di Strasburgo viene letto come autolesionista, quasi masochista: sembra ce la stiano mettendo tutta per cancellare la fiducia dei cittadini verso le Istituzioni continentali. Sarebbe anche interessante sapere a quale caso stessero lavorando quei giudici, supremi protettori dei diritti dell'Uomo, mentre venivano gettati in carcere i politici catalani legittimamente eletti dal loro popolo, i quali avevano la colpa gravissima di ricercare l'indipendenza di quella che considerano come Patria. Ma tanto si sa: i diritti vengono sempre sacrificati per la ragion di Stato… perccato sia la ragion loro, certamente non quella dei cittadini.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

Tags:
Mafia, Corte di Strasburgo, Italia, Europa, Strasburgo
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