07:47 17 Novembre 2018
Bandiera siriana

Summit Istanbul, verso la fine della crisi siriana?

© Sputnik . Michael Alaeddin
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Tatiana Santi
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È terminato il vertice a Istanbul dove i leader di Russia, Turchia, Francia e Germania hanno fatto il punto della crisi in Siria, Paese martoriato da oltre sette anni di guerra. Ritorno dei rifugiati in patria, un processo politico in vista delle prossime elezioni, integrità del Paese. Questi i temi affrontati nel documento finale del summit.

Il 27 ottobre durante il vertice ad Istanbul Putin, Erdogan, Merkel e Macron hanno stilato una dichiarazione in cui si chiede la convocazione entro la fine dell'anno di un comitato per la riforma costituzionale. Nonostante le divergenze sul dossier siriano dei quattro leader, in primis sul ruolo di Assad, la necessità di un processo politico per la chiusura della crisi risulta ovvia a tutti.

Il lancio dei sistemi Golan 400, Damasco
© Sputnik . Mikhail Voskresenskiy
In primo piano il problema del rientro dei rifugiati di guerra e l'integrità della Siria, Paese che diversi Stati vedrebbero volentieri frammentato. Il vertice di Istanbul, così poco coperto mediaticamente in Italia, porterà a dei risultati tangibili verso la soluzione della crisi siriana? Sputnik Italia ha raggiunto per un'intervista Giampiero Venturi, analista per ilgiornale.it.

— Giampiero Venturi, come potrebbe commentare gli esiti del summit svoltosi a Istanbul sulla Siria con la partecipazione di Putin, Erdogan, Merkel e Macron?

— Interlocutori. Nel senso che dal punto di vista dei risultati sono una mera dichiarazione d'intenti. L'unico risultato concreto è la presa d'atto internazionale che ci vuole una chiusura definitiva e ufficiale della crisi siriana. Gli equilibri politici sono in realtà decisi da tempo.

— I leader nel documento finale del summit chiedono la convocazione entro la fine dell'anno di un comitato incaricato di lavorare alla riforma costituzionale in vista di elezioni politiche. Un processo politico in Siria è indispensabile, ma lo ritiene fattibile?

— È fattibile nella misura in cui si riconoscano gli equilibri raggiunti sul campo finora. La Siria non sarà più quella antecedente al 2011, ma nemmeno quella immaginata da chi ha voluto la guerra, alimentando la rivolta contro Assad. Se Damasco dovrà prendere coscienza della nuova situazione, è altrettanto vero che nessuno può prescindere dalla sconfitta sul campo della cosiddetta "opposizione moderata". Una Siria più attenta ai diritti umani e ai valori fondamentali della democrazia e della rappresentanza è indiscutibile; allo stesso modo va rispettato il principio secondo cui il futuro del Paese possono deciderlo solo i siriani e non gruppi di potere esterni, contrari per default all'ordinamento in vigore fino al 2011.

— Si è posto l'accento durante il vertice sul rientro sicuro dei rifugiati siriani. Quanto è importante questo aspetto per la rinascita della Siria, ma anche da un punto di vista dell'immigrazione verso i Paesi europei?

— Tutto passa per la Turchia. Erdogan ha giocato in modo astuto negli ultimi tre anni facendo leva sui profughi come arma di ricatto verso l'Occidente. Se alla Turchia verrà riconosciuto parte del progetto che aveva nel nord della Siria, è possibile un punto d'intesa. In sostanza Ankara non vuole rinunciare all'influenza nella fascia turcomanna del Paese arabo, soprattutto nella prospettiva di un contenimento dei curdi del Rojava, legati a quelli interni ai confini turchi.

— Le posizioni dei 4 leader sul conflitto siriano sono divergenti, soprattutto sul ruolo di Assad. Può questo rappresentare un nodo che complicherà i negoziati internazionali?

— Assad ha vinto la guerra e questo è indiscutibile. Se non si accetta questo passaggio ogni accordo diventerà impossibile. A meno che Mosca non si sganci da Damasco, è difficile pensare a scenari che non vedano coinvolto il governo alawita.

— Putin ha insistito nel documento finale sull'importanza del mantenere l'integrità territoriale della Siria, fenomeno invece che verrebbe visto di buon occhio da molti altri Paesi. Come si immagina il futuro della Siria, il Paese riuscirà a rimanere unito?

— La Siria, come dicevo sopra, non sarà mai più quella antecedente al 2011. A prescindere dalla sacca di Idlib, tutta la fascia a est dell'Eufrate avrà un legame diverso col potere centrale. L'integrità territoriale ufficiale però rimarrà. Per qualcuno è difficile da digerire, ma non ci sarà uno scenario simile a quello iracheno post Iraqi Freedom. In Siria, il governo ha vinto la guerra contrariamente al regime di Bagdad del 2003. Bisogna farsene una ragione.

— Il summit di Istanbul è stato poco coperto dai media italiani, secondo lei perché?

Bandiera della Siria
© Sputnik . Dmitry Vinogradov

— È stato poco coperto perché il summit rappresenta una sconfitta pesante per tutta l'Europa. Innanzitutto le potenze europee non hanno parlato a voce unica. Gravissima sotto questo aspetto, l'esclusione dell'Alto Rappresentante per la Politica Estera Mogherini. Tutti i Paesi europei hanno prima avallato la politica dell'amministrazione Obama, quella che in sostanza sotto la guida dell'allora Segretario agli esteri Hillary Clinton ha voluto la guerra in Siria; poi sono rimasti spiazzati da Trump che si è impegnato esclusivamente a trovare una buonuscita accettabile per gli USA dalla crisi siriana. In Italia, come nel resto d'Europa, la Siria rappresenta l'ennesimo passaggio a vuoto. La presenza di Macron e della Merkel (due leader per altro in forte calo di consensi) è un tentativo pleonastico di essere protagonisti dell'ultim'ora. La credibilità europea in Siria è stata dilapidata negli anni passati, quando sono state fatte scelte deboli e a senso unico. Ora si paga il conto. La scarsa copertura media è una conseguenza.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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crisi in Siria, Emmanuel Macron, Recep Erdogan, Bashar al-Assad, Vladimir Putin, Angela Merkel, Barack Obama, Germania, Siria, Turchia, Italia, Francia, USA, Russia
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