11:45 21 Novembre 2018
Jamal Khashoggi

L’assassinio Khashoggi ovvero il regalo di Riad a Teheran

© REUTERS / Osman Orsal
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Gian Micalessin
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Stati Uniti e Israele preoccupati per una possibile egemonia regionale dell’Iran corrono alla ricerca di nuovi alleati nel campo arabo sunnita.

Fino a un mese fa l'Arabia Saudita del Principe ereditario Mohammad Bin Salman era il perno intorno a cui ruotavano tutte le strategie di contenimento dell'Iran messe a punto da Stati Uniti e Israele. L'assassinio del giornalista Jamal Khashoggi l'ha trasformata, invece, nel ventre molle dello schieramento arabo sunnita regalando all'Iran un altro decisivo punto nella lotta per la supremazia regionale. Il primo a capirlo e a prender contromisure è stato il premier israeliano Benjamin Netanyahu convinto, un tempo, di poter contare su Mohammed Bin Salman per rilanciare i negoziati con i palestinesi e contrastare la penetrazione iraniana in Siria, Libano e Gaza.

Il viaggio a sorpresa di Bibì precipitatosi, venerdì scorso, a far visita al Sultano dell'Oman Qaboos bin Said è la spia delle preoccupazioni di un premier deciso a cercarsi nuovi e più presentabili partner nel campo arabo sunnita. Bibì, arrivato in Oman a poca distanza dal presidente palestinese Mahmoud Abbas, è anche alla ricerca di nuovi interlocutori per il riavvio dei negoziati di pace con i palestinesi delegato in precedenza all'ormai innominabile Mbs. La fretta di Bibì è legata anche alle notizie provenienti da Gaza, dove l'Iran già assai attivo nel finanziare, influenzare e manovrare alcune frange dell'ala militare di Hamas starebbe spingendo all'azione le fazioni fondamentaliste della Striscia. Un'evoluzione denunciata dai portavoce militari israeliani convinti che il lancio da Gaza venerdì notte di 30 missili della Jihad Islamica sia stato condotto "con l'evidente guida dell'Iran e dei Guardiani della Rivoluzione della Brigata Al Quds presenti in Siria".

La fretta israeliana è resa ancor più evidente dalla storica visita del capo di stato maggiore dell'Azerbaigian Generale Najmaddin Sadigov arrivato a Gerusalemme mercoledì scorso per una serie di incontri con i vertici militari dello Stato Ebraico. Una visita senza precedenti, ma strategicamente assai significativa. L'Azerbaigian situato ai confini nord orientali dell'Iran, nella regione di Tabriz e del Caspio, potrebbe infatti mettere a disposizione le sue basi nel caso di un eventuale attacco israeliano all'Iran.

Sul fronte politico il veloce riallineamento di Israele nell'area sunnita è altrettanto evidente. Mentre Bibì stringeva la mano al sultano dell'Oman il suo ministro della cultura e dello sport Miri Regev correva negli Emirati per garantire la presenza degli atleti israeliani in un torneo di judo in programma ad Abu Dhabi. E la bandiera israeliana sventola in questi giorni anche ai campionati mondiali di Ginnastica Artistica in programma nel Qatar. Una presenza oltremodo significativa visto che proprio Mbs aveva tentato di ridimensionare con uno spietato embargo un Qatar, colpevole di aver appoggiato i Fratelli Musulmani e di aver utilizzato le cosiddette "Primavere Arabe" per strappare ai sauditi l'egemonia sulle nazioni sunnite.

Ma se Israele si preoccupa neppure l'America dorme sonni tranquilli. Dopo le rivelazioni sul ruolo nel caso Khashoggi del capo dell'intelligence saudita generale Ahmed Al-Assiri, protagonista dopo l'elezione di Trump di un incontro a Washington in cui si discusse un eventuale cambio di regime a Teheran il presidente americano ha fatto capir di non credere più all'innocenza del principe ereditario. E ora anche il segretario alla Difesa Jim Mattis sembra prendere le distanze da quella corte di Mbs a cui la Casa Bianca aveva piazzato 110 miliardi di dollari di armamenti.

Intervenendo sabato ad una Conferenza internazionale sul Medio Oriente in Bahrain Mattis ha spiegato che l'uccisione di Jamal Khashoggi "mina la stabilità regionale". Parole da cui emerge la preoccupazione per quel conflitto dello Yemen dove i sauditi sono i capofila della coalizione arabo sunnita organizzata da Washington per contenere l'avanzata dei ribelli Huthi appoggiati dall'Iran. La delegittimazione di Mbs minaccia di rendere insostenibile il clamore e l'indignazione per le ormai quotidiane stragi di civili causate dai bombardamenti sauditi condotti con l'appoggio di Washington.

Un dietro front dallo Yemen consegnerebbe, però, il paese ai ribelli Huthi regalando all'Iran un'altra casella del risiko mediorientale. L'altro vero incubo di Washington è il tentativo della Turchia di Recep Tayyip Erdogan di riempire il vuoto lasciato dai sauditi. Messa al margine dagli americani dopo le minacce agli alleati curdi siriani e la collaborazione ai negoziati di pace sulla Siria guidati da Mosca la Turchia di Erdogan sembra pronta alla rivincita.

Le soffiate sul caso Khashoggi con cui ha inchiodato Mbs rivelano le ambizioni di un Erdogan deciso a scalzare il principe saudita e sottrargli il ruolo di uomo guida nello scenario mediorientale. Uno scenario in cui c'è molto più spazio per quell'Iran che Trump voleva marginalizzare e diventa essenziale il ruolo di una Russia impostasi come il vero ago della bilancia capace di pacificare la Siria negoziando con Teheran, Ankara e Gerusalemme. Uno scenario in cui s'assottigliano, invece, gli spazi di un'America sempre più a corto di alleati presentabili e affidabili.

L'opinione dell'autore puo' non coincidere con la posizione della redazione.

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Jamal Khashoggi, Benjamin Netanyahu, Recep Erdogan, Mohammad bin Salman Al Saud, Arabia Saudita, Siria, Israele, Iran, Turchia
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