11:18 21 Novembre 2018
Robot

I robot del futuro parlano italiano

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Tatiana Santi
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Un robot che ci aiuti a portare la spesa o ad alzarci dalla sedia è fantascienza? In realtà no, i robot stanno imparando ad interagire fra di loro e con l’essere umano, grazie a degli algoritmi messi a punto proprio in Italia, all’IIT di Genova. I robot del futuro parlano italiano.

Gli esperti dell'Istituto Italiano di Tecnologia di Genova stanno mettendo alla prova un "linguaggio" che permetta ad un robot di collaborare con un essere umano, ma anche con un suo simile, un altro robot. La ricerca rivoluzionaria è condotta nell'ambito del progetto europeo Andy, il cui responsabile scientifico è Daniele Pucci dell'IIT.

Con l'avanzare delle tecnologie è indubbio un maggiore utilizzo dei robot in quei settori che oggi sono occupati dall'essere umano. I robot ruberanno il lavoro agli uomini? "Le rivoluzioni industriali vanno gestite nel breve termine e qui la politica gioca un ruolo centrale. Di certo in un secolo o due non potremmo immaginare un mondo senza robot. È come immaginare oggi un mondo senza automobili" sottolinea in un'intervista a Sputnik Italia Daniele Pucci, responsabile del progetto europeo Andy e responsabile del Dynamic interaction control Lab presso l'Istituto Italiano di tecnologia (IIT).

Daniele Pucci
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Daniele Pucci

— I robot stanno imparando a collaborare con gli esseri umani e fra di loro. Daniele Pucci, potrebbe parlarci del progetto europeo da lei guidato?

— Si tratta del progetto dal nome Andy, che ha l'obiettivo di concepire degli algoritmi di intelligenza artificiale, i quali permetteranno ai robot umanoidi di collaborare con un essere umano. Questo è molto simile alla collaborazione fra un robot umanoide e un altro robot umanoide.

Il progetto europeo, partito un anno e mezzo fa, ha l'obiettivo di capire come un robot umanoide potrà aiutare l'essere umano in futuro durante compiti semplici, come per esempio sollevare una persona da una sedia, portare un tavolo assieme, portare la spesa. Inoltre nelle fabbriche del futuro il lavoro quotidiano verrà eseguito grazie alla collaborazione fra robot e uomo.

— Possiamo dire che i robot parleranno italiano fra di loro? Qual è l'impronta italiana nel progetto?

— Sì, possiamo dire così. L'impronta italiana è sia nella coordinazione sia nello sviluppo degli algoritmi di intelligenza artificiale che riescono a far collaborare i robot. L'impegno italiano è stato fondamentale nella definizione del progetto stesso. Senza finanziamenti la ricerca morirebbe.

— Tanti ricercatori giovani di talento spesso partono dall'Italia per riuscire a creare un progetto o a fare il lavoro che amano. Che cosa andrebbe intrapreso per non perdere questi specialisti?

— Io facevo parte di quei ricercatori che sono partiti all'estero, ero uno dei cosiddetti "cervelli in fuga". Mi sono poi ritrovato in IIT, un istituto di ricerca che è riuscito ad invertire il fenomeno, qui ci sono tantissimi ricercatori come me, che cercando un'opportunità in realtà l'hanno trovata in casa. L'Istituto Italiano di tecnologia come faro ha la meritocrazia. Quando si stabiliscono delle regole in accordo con i principi internazionali, fra questi vi è anche la meritocrazia, ecco che allora un talento può essere attratto a tornare in patria. Questo avviene quando si sa di essere valutati allo stesso modo che altrove. È importante quindi definire delle regole internazionali e attuarle.

— La chiave per invertire la rotta è la meritocrazia, ma anche maggiori investimenti, non crede?

— Ovviamente, servono più investimenti e regole di selezione internazionale. Io stesso sono stato sottoposto a valutazioni internazionali di commissioni composte da persone che non conosco. Questo rende più sano il lavoro all'interno di un'istituzione.

— In futuro i robot svolgeranno i lavori eseguiti oggi dagli esseri umani. Secondo lei i robot possono rappresentare una minaccia dal punto di vista occupazionale?

— Spesso faccio questo parallelismo: se ci immaginiamo nel XVIII secolo eravamo immersi in un contesto diverso e le prime automobili ci sarebbero potute sembrare goffe, qualche stalliere magari era preoccupato che queste gli avrebbero potuto togliere il lavoro. Oggi nessuno può immaginare un mondo senza automobili.

L'automobile rappresenta la rivoluzione industriale che stiamo vivendo in questo periodo con la robotica. Siamo nel bel mezzo di una rivoluzione industriale, che di certo aumenterà costi e servizi su un arco di tempo di cento-duecento anni. Siamo completamente consapevoli di questo. Il vantaggio che l'umanità ne trarrà fra un paio di secoli è equiparabile a quello dell'arrivo dell'elettricità e dei mezzi di trasporto. Sul breve periodo magari ci sarà qualche posto di lavoro che verrà automatizzato, qui la politica riveste un ruolo fondamentale.

— Cioè?

— Le rivoluzioni industriali vanno gestite, anche perché possono portare ad un certo numero di problemi connessi alla robotica, ma fino a un certo punto. Uno dei problemi fondamentali sarà quello della ricollocazione dei lavoratori. Oggi non è molto complesso far diventare un fabbro un falegname, da qui a qualche anno sarà molto complesso far diventare un ingegnere specializzato in elettronica in un ingegnere specializzato in costruzioni. Man mano che la conoscenza si va specializzando, la robotica può rubare qualche posto di lavoro nel breve termine, ma i maggiori problemi della rivoluzione industriale sono altrove, come la ricollocazione delle figure professionali.

Le rivoluzioni industriali vanno gestite nel breve termine e qui la politica gioca un ruolo centrale. Di certo in un secolo o due non potremmo immaginare un mondo senza robot. È come immaginare oggi un mondo senza automobili.

— Le tecnologie e i robot in particolare potranno mai in futuro sfuggire di mano a chi li ha creati oppure si tratta di pura fantascienza? L'uomo avrà sempre il controllo sulla macchina robotica?

— Sintetizzando, posso dire che ci sarà sempre una spina da staccare, quindi secondo il mio punto di vista scenari come Matrix in realtà non si verificheranno. Mi piace fare quest'analogia: il rapporto che c'è fra l'uomo e il robot è come quello fra Dio e l'essere umano. L'uomo può migliorarsi, cercare di capire come funziona la creazione di Dio, ma di certo nessun uomo potrà mai immaginare di far soccombere le divinità. L'uomo conosce i principi fondamentali che regolano i funzionamenti dei robot, questi principi sono conosciuti, per questo è facile gestirli.

Questo non significa che la tecnologia non possa essere usata per scopi malvagi. Quello che ci preoccupa non è la pistola, ma chi la usa. La tecnologia in quanto tale certamente può essere utilizzata per qualsiasi scopo, questo però accade in ogni sfera. Oggigiorno il pericolo più grande viene dai camion, gli attentati terroristici vengono fatti proprio utilizzando questi mezzi di trasporto. Per quanto riguarda scenari tipo Matrix possiamo stare tranquilli, perché l'uomo conoscerà sempre come funziona e come spegnere un robot.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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ricerca scientifica, scienza, robot, Italia
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