08:52 19 Novembre 2018
Scuola della vita

Scuola, immigrazione, integrazione: l’articolo dei lettori

© Foto : Pixabay CC0
Opinioni
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Alessio Trovato
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Le notizie che ci arrivano dall’Italia non sembrano molto rassicuranti. Si sente parlare di petizioni di maestre d’asilo per chiedere ai sindaci mediatori culturali per riuscire a comunicare con i genitori immigrati, alunni italiani che, finiti in minoranza, cambiano scuola perchè sono loro che non riescono più a integrarsi...

…ragazzi immigrati inseriti in classi avanzate senza conoscere neppure la lingua, litigi persino per presepi, crocefissi o mense scolastiche. Del resto, giusto per fare degli esempi, i titoli dei giornali questi sono: 

Giovane alle prese con lo studio
Giovane alle prese con lo studio
Milano, boom di bimbi stranieri negli asili: babele di lingue e nessuno traduce

Milano, Sos delle maestre: "Troppi stranieri in classe qui servono i traduttori"

Fuga da scuola dove bimbi parlano arabo — Preside a Milano, "non riesco a formare le prime"

Il tema però è estremamente politicizzato e ideologizzato, con tutto il rispetto, preferiamo non fidarci troppo dei media italiani e vogliamo noi stessi indagare. Ci serve sapere se veramente i problemi stanno diventando seri, se veramente queste questioni sono così sentite. Chiediamo quindi direttamente ai nostri stessi lettori. Sarà anche una buona occasione per sperimentare una formula di informazione alternativa che ci piacerebbe sviluppare — l'informazione condivisa e reciproca. Quella in cui informazione e opinione vengono fatte dal lettore stesso. Sfruttiamo quindi il nostro gruppo di approfondimento fb di Sputnik Italia e sottoponiamo a chi ci segue la notizia della petizione al Sindaco Sala per i mediatori culturali.

"… pare sia partita una raccolta firme da parte di maestre milanesi che non ce la fanno più a comunicare a gesti con i genitori dei bambini immigrati — vorrebbero degli interpreti. Dicono che in alcuni asilo i bambini immigrati superino il 70%… si tratta di esagerazioni giornalistiche, è verosimile, cosa ne pensate?" 

"A proposito non saprei, ma in passato sono stato in protezione civile e ho fatto un servizio in una scuola elementare e media nella zona Niguarda, e la presenza di bambini stranieri era a dir poco imbarazzante. Il problema non era tanto quello, ma il fatto che la gran parte di loro quasi non sapeva parlare italiano o addirittura c'era chi non spiccicava una parola" — ci dice Andrea, il primo a risponderci.  

Serenella invece, con una stoccatina polemica, scrive: "C'è da dire che alle scuole elementari il problema veniva risolto dai bimbi stessi che molto spesso sono gli unici in grado di parlare sia l'italiano che la lingua dei genitori, pensate a come siamo ridotti: il genitore che va a colloquio con gli insegnanti accompagnato dal figlio come traduttore!? Parlando invece di nido la difficoltà diventa credibile, a quell'età non è il bimbo che può fare da interprete e ha semmai molto più bisogno di veder interagire maestri e genitori. Mi chiedo ma cosa fanno e di che vivono questi che non sanno una parola di italiano se i nostri plurilaureati all'estero devono fare fior di gavetta pur avendo due o tre lingue parlate nel loro c.v.?".

Danilo propone piuttosto una polemica inversa: "In generale gli immigrati parlano bene anche una seconda lingua, inglese più diffusa o francese, frutto della lunga colonizzazione. Il problema è che la nostra classe docente non conosce le lingue, e quando ne conosce una la conosce male".

Giulio tende al contrario a stemperare: " Io sono di Milano, sicuramente in qualche asilo di periferia il problema si pone ma nella misura del 70% stranieri è assolutamente esagerato. In classe di mio figlio, 3a elementare, scuola non propriamente in centro, testi/zara, su 24 bambini c'è un ucraino, 3 cinesini e un filippino, nelle altre sezioni più o meno uguale".

Bambina al lavoro
Bambina al lavoro
L'intervento più articolato e ricco ce lo fornisce via messaggeria privata Erika che, dopo 42 anni di insegnamento, è appena andata in pensione. Conosce bene i problemi della scuola primaria, ha anche collaborato con una casa editrice di riviste scolastiche. La persona ideale quindi per discutere con cognizione di causa. 

"Il problema è reale" ci dice: "I bambini figli di immigrati quando giungono nel nostro Paese vengono inseriti il più delle volte nelle classi in base all'età anagrafica (al massimo, ma succede raramente, in una classe inferiore), quindi se un bambino giunge in Italia a 9 anni viene inserito in una classe quarta senza alcuna conoscenza della lingua italiana. Questi alunni naturalmente devono essere alfabetizzati, praticamente devono fare il programma che gli altri hanno fatto in prima per arrivare alla conquista della lettura e della scrittura, parallelamente dovrebbero acquisire una base linguistica che permetta loro di comunicare con gli insegnanti e i compagni. Il tutto dovrebbe avvenire mentre le insegnanti svolgono la programmazione della classe, spesso molto numerosa. Le difficoltà di comprensione verbale ci sono, è inutile negarlo, e la funzione del mediatore linguistico sarebbe indispensabile almeno per i primi mesi di inserimento, peccato che queste figure siano rare e i docenti debbano arrangiarsi come possono potendo contare, ma non sempre, su qualche ora di aiuto dei docenti di potenziamento, sempre che non vengano utilizzati per fare supplenze. Anche comunicare con i genitori è difficile, sempre per problemi linguistici, perché fanno fatica a imparare la nostra lingua e a integrarsi: le donne escono pochissimo, le famiglie si frequentano fra di loro e questi bambini non hanno occasioni per incontrarsi con i compagni al di fuori della scuola, che rimane l'unico posto dove sono "costretti" ad imparare ad esprimersi nella nostra lingua (a casa parlano la loro). Molti genitori inoltre al sabato e alla domenica li mandano nelle loro "scuole" perchè non vogliono perdere la loro lingua, le loro tradizioni e la loro religione. Succede anche che la frequenza scolastica non sia regolare: frequentano qualche mese, o qualche anno, e poi vengono rimandati nei loro Paesi di origine, per mesi o anche per un anno o due, e quando rientrano vengono reinseriti nella classe di appartenenza".

Dovrò raccogliere naturalmente anche altri pareri e testimonianze ma già, a quanto pare, il problema non è 'gonfiato' dai mezzi di informazione — esiste sul serio — le scrivo io.

Un modello di un monumento dedicato alla schiavitù
© AFP 2018 / Ben Stensall
"Esiste" — risponde lei — "ma gli insegnanti sono lasciati soli in queste situazioni. A mio parere i bambini di recente immigrazione dovrebbero prima fare un corso "intensivo" per acquisire un minimo di lessico necessario per comunicare, alternando momenti in cui sono presenti nella classe (perché naturalmente non li possiamo ghettizzare), magari durante le ore di inglese, musica, ginnastica, disegno. Una volta acquisita una sufficiente padronanza della lingua che permetta di seguire le attività della classe, anche predisponendo testi semplificati per loro, potrebbero essere inseriti nella classe di appartenenza definitivamente, e con qualche possibilità in più di apprendere con successo, che è poi il fine che si propongono i docenti. Invece così sono praticamente costretti a svolgere una programmazione completamente diversa da quella della classe e questo non va bene per la loro autostima, li fa sentire inadeguati, perché vorrebbero svolgere le stesse attività dei compagni".

Erika infine ci segnala anche il caso della scuola Coletti di Treviso che non conoscevamo. Il paradosso di una scuola italiana abbandonata dagli studenti italiani per i troppi stranieri. Non una questione di razzismo ma un problema di integrazione alla rovescia. 

Ecco quindi l'articolo fatto interamente dai lettori. Inutile dire che il nostro gruppo di approfondimento è sempre aperto ad accogliere ulteriori riflessioni e testimonianze, anzi, siamo pronti a tornare su questo stesso tema non appena voi stessi lettori vorrete fornircene. Del resto la sperimentazione di questa forma di informazione reciproca, affiancata alla tradizionale, è una cosa che ci interessa molto e siamo curiosi di vedere dove ci può portare.

L'opinione dell'autore (degli autori) può non coincidere con la posizione della redazione.

 

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