16:10 17 Novembre 2018
Tawakkol Karman, il Nobel per la Pace del 2011, tiene la foto dello scrittore saudita Jamal Khashoggi

L’orrore del caso Khashoggi incrina le strategie degli Usa

© AP Photo / Emrah Gurel
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Gian Micalessin
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Washington puntava sul principe ereditario saudita per rilanciare la sua influenza. Ora deve ricostruire tutto da capo. E gestire l’imbarazzante riavvicinamento di Erdogan.

A Washington puntavano tutto su MBS, ovvero su Mohammed Bin Salman principe ereditario del regno saudita e figlio prediletto dell'ottuagenario, ma assai malconcio re Salman. Sotto la sua guida l'Arabia Saudita doveva confermarsi il principale alleato strategico mediorientale al fianco di Israele. E sempre grazie a lui doveva decollare il nuovo piano di pace tra Palestinesi e Israeliani concordato con Jared Kushner, l'influente consigliere presidenziale marito di Ivanka Trump. Ma grazie ai 110 miliardi di armi piazzategli da Trump il principe era anche il capofila dell'alleanza arabo sunnita pronta ad affiancare Israele pur di contenere l'egemonia iraniana dallo Yemen all'Iraq, dalla Siria alla Striscia di Gaza. 

Per non parlare di Vision 2030 il favoloso piano di rilancio dell'economia saudita destinato a trasformare l'Aramco, la compagnia petrolifera da oltre un trilione di dollari, in una società per azioni. Un piano visionario che puntava a ridurre la dipendenza dal greggio per reinvestire i proventi in progetti di differenziazione economica ed energetica e lanciare riforme rivolte al rinnovamento socio politico del più oscurantista regno mediorientale. Peccato che il presunto Lorenzo il Magnifico si stia rivelando un tiranno truce e sanguinario. Un tiranno a cui l'intelligence americana e turca attribuiscono l'ordine che ha portato all'uccisione del giornalista e dissidente Khashoggi scomparso il 2 ottobre scorso dopo una visita al consolato saudita di Istanbul.

Se veramente l'ordine è partito dall'erede al trono allora gli Stati Uniti hanno un disperato bisogno di rimettere ordine nelle loro traballanti strategie medio orientali. Che MBS non fosse un partner strategico presentabile lo si era già capito. Arrogante, ambizioso e intollerante il 33enne rampollo reale inizia la sua scalata ai vertici del potere nel 2015 quando il padre, appena insediatosi sul trono, lo nomina ministro della difesa. E lì iniziano i guai. Portabandiera della coalizione sunnita messa insieme con l'appoggio statunitense per contrastare i ribelli houti filo-iraniani nello Yemen MBS ha avvallato la decisione di versare lauti contributi alla costola yemenita di Al Qaida, per garantirsi il sostegno dei suoi 8mila militanti.

Ma la sanguinosa, inutile e disastrosa guerra yemenita è solo uno dei peccati capitali di questo "principe nero". Nel 2017 grazie ai legami con esercito e forze di sicurezza stretti quand'era alla Difesa non esita a mettere da parte lo zio Mohammed Bin Nayef, il rivale nella corsa al trono — già ministro dell'Interno del regno — che aveva guidato la lotta ad Al Qaida in sintonia con gli americani. Eppure nonostante questi pessimi segnali e il colpo di stato ai danni del cugino sia Obama, sia Donald Trump hanno sempre garantito la massima fiducia a MBS.

Una fiducia che non è venuta meno neppure quando MBS è arrivato ad un passo dal dichiarare guerra ad un Qatar sede delle principali basi Usa in Medioriente. Un Qatar colpevole di mantenere rapporti con l'Iran sciita e di parteggiare per i Fratelli Musulmani, nemici giurati del regno wahabita. E quella fiducia non è vacillata neppure nell'autunno 2017 quando MBS ha avviato la spietata purga che ha portato all'internamento di dozzine di principi e dignitari reali arrestati con la scusa di combattere la corruzione. Una purga conclusa solo quando ciascuno degli illustri sospettati hanno ammesso le proprie colpe allegando alla confessione parti consistenti dei propri patrimoni.

Bazzecole, comunque, rispetto al raccapricciante atto di crudeltà con cui si è liberato di Khashoggi. Un atto intollerabile per gli Stati Uniti visto che il giornalista dissidente oltre a vivere un Virginia era anche un commentatore del Washington Post. Ma ora il problema non insignificante degli Stati Uniti è come non buttare via il bambino assieme all'acqua sporca. O meglio come buttare via il malvagio e ormai impresentabile MBS risanando al tempo stesso la fetida tinozza saudita dove petroldollari e patti di alleanza strategica con gli Usa convivono con il fanatismo del clero wahabita e l'assolutismo oscurantista di una casa reale corrotta e inetta.

Certo la Cia potrebbe tentare di esautorarlo puntando su personalità come l'accantonato principe Mohammed Bin Nayef o su quel principe Ahmed bin Abdulaziz che da Londra prende le distanze da MSB invitando a non addossare le sue colpe a tutta la casa reale. Ma le possibilità di un rivolgimento non sono così immediate. Nell'attesa Washington deve far i conti con l'imbarazzante ritorno di fiamma della Turchia. Un ritorno favorito dalla decisione con cui Ankara ha denunciato ed evidenziato le responsabilità saudite. In verità il lesto presidente Erdogan ha sapientemente sfruttato l'occasione per rilanciare il ruolo della Fratellanza Musulmana, a cui Khashoggi era molto vicino, isolare l'Arabia Saudita grande rivale nei giochi per l'egemonia nel mondo sunnita, ripulire un'immagine personale non molto lontana quanto a spregiudicatezza a quella di Msb e riavviare quel dialogo con gli Usa incancrenitosi dopo le sanzioni di Washington seguite all'arresto del missionario evangelista americano Andrew Craig Brunson. Pastore che non a caso è stato liberato qualche giorno fa.

Ma se per Erdogan il caso Khashoggi è un' opportunità per l'America, priva di alleati affidabili e a corto di strategie mediorientali, il rimbalzo da Riad a Ankara è l'equivalente di un salto dalla padella nella brace. Per la gioia di una Russia che grazie ai negoziati in Siria e gli assai più fluidi rapporti con tutte le potenze regionali dall'Iran ai sauditi fino agli israeliani e alla Turchia si sta rivelando il nuovo ago della bilancia mediorientale.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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Recep Erdogan, Jamal Khashoggi, Mohammed bin Salman, Donald Trump, Iran, Turchia, Yemen, Arabia Saudita, USA
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