15:42 17 Novembre 2018
Campo di rifugiati siriani in Libano

Il Libano della matassa

© Sputnik . Zahraa Al-Amir
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Mario Sommossa
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Se qualcuno volesse capire qualcosa del Medio Oriente dovrebbe cominciare a partire dal decifrare cosa sia il Libano. Più piccolo nelle dimensioni è sempre stato considerato un Paese di importanza strategica.

Sarà per la sua composizione etnica, sarà per la capacità negoziale e commerciale eccezionali dei suoi abitanti, sarà perché le due ragioni precedenti gli hanno dato, nel recente passato, l'immagine di "Svizzera del medio oriente"; il fatto è che da moltissimi anni e proprio su quel piccolo territorio che si combattono guerre per procura e nessuno dei pur lontani protagonisti vuole rinunciarvi.

Cominciamo col, dire che pur essendo considerato un Paese democratico, le precedenti elezioni parlamentari si erano tenute nel 2009 e il mandato ottenuto aveva una naturale scadenza nel 2013. Inizialmente sono state posticipate al 2014 e poi addirittura al 2017. Nel Giugno di quell'anno, anziché andare al voto, si è votata una nuova legge elettorale e le regolari elezioni si sono ottenute soltanto nello scorso Maggio 2018. Nel frattempo diversi governi si sono succeduti e anche il presidente già scaduto nel 2014 è stato eletto soltanto nel 2016. Nonostante il nuovo sistema elettorale sia di tipo proporzionale, i seggi sono assegnati in base all'appartenenza religiosa dei candidati ed esiste, in più, una alta soglia di sbarramento del 10%. Nel Paese sono diciotto le comunità religiose ufficialmente riconosciute e con diritto ad un ruolo politico. Le maggiori cariche dello stato si dividono tra le tre religioni che ufficialmente vantano ilo maggior numero di adepti: il Presidente della repubblica deve sempre essere un cristiano maronita, il Primo ministro un mussulmano sunnita ed il parlamento deve essere preseduto da un mussulmano sciita. Poiché l'accordo costituzionale fu fatto alla fine della guerra civile, nel 1989, il peso accordato ad ogni comunità religiosa si riferisce ai numeri presunti esistenti a quel momento. Da li il principale motivo per non avere mani riconosciuto la cittadinanza ai circa 175.000 rifugiati palestinesi che comunque ci vivono oramai da vari decenni. Il farli diventare cittadini libanesi a tutti gli effetti, essendo la maggior parte di loro mussulmani sunniti, avrebbe scombussolato gli equilibri tra le varie comunità con il ritorno ad una nuova conflittualità politica interna.

Granata a Deir ez-Zor.(foto d'archivio)
© Sputnik . Ministry of Defence of the Russian Federation
Dal punto di vista economico le cifre dicono che il Paese si trova da molti anni sull'orlo del baratro. Il debito pubblico è attorno al 150% del prodotto interno lordo ed il deficit di bilancio rappresenta il 120% di quest'ultimo. Alla situazione, già critica, si sono aggiunti circa un milione di rifugiati siriani scappati alla guerra nel loro Paese. Grazie agli aiuti internazionali il problema non è il loro mantenimento, bensì il fatto che molti di loro occupano posti di lavoro in modo non ufficiale mettendo così fuori gioco gran parte della manovalanza locale. I libanesi autoctoni, qualunque fede religiosa appartengano, non sopportano la presenza di questi siriani e, nonostante Damasco abbia sempre avuto un ruolo preponderante della politica del Paese, i rapporti tra le due capitali sono sempre stati oggetto del dibattito politico. Gli stessi partiti si divisono tra chi, come gli sciiti hezbollah, con i cristiani maroniti del Presidente Aoun (fpm) e il partito sunnita del primo ministro Hariri con i cristiani del partito Forze Libanesi.

Dopo l'assassinio del primo ministro Rafik Hariri, padre dell'attuale primo ministro, imputato ai servizi segreti siriani, sembrò,per un momento, che la maggioranza dei libanesi volesse recuperare un sentimento di unità nazionale che andasse oltre le divisioni religiose. Il sistema elettorale e costituzionali, però, erano tali che andando alle elezioni divenne impossibile prescindere dall'appartenenza confessionale. Il sogno nazionalista unitario dei libanesi durò quindi pochi mesi e anche i raggruppamenti di partiti creati in quei frangenti che si dividevano tra un'alleanza antisiriana ed una pro siriana mostrarono di non poter durare a lungo. Gli antisiriani erano supportati con varia gradazione dai sauditi, dagli americani e dagli europei, i pro siriani avevano invece l'appoggio dell'Iran e, ovviamente, di Damasco.

Nonostante i gruppi di allora si sono parzialmente dissolti o modificati, la lotta per procura tra i Iran e Arabia Saudita continua. L'elezione alla presidenza dell'ex generale Aoun cristiano ma sostenuto da hezbollah, fu appoggiata anche dal partito sunnita di Hariri, notoriamente filosaudita e ciò portò Riad a manifestare tutta la sua disapprovazione annunciando la fine di ogni aiuto economico e invitando, ufficialmente per motivi di sicurezza, tutti i propri cittadini ad evitare di recarsi in Libano. Lo stesso fecero i sodali dei sauditi Emirati Arabi uniti e Bahrein. Già nominato per la quarta volta primo ministro, quando Hariri si è recato a Riad, inaspettatamente, ha dichiarato di dimettersi dalla posizione con l'intento di causare una crisi di governo. Aggiunse pure che non sarebbe rientrato in Libano perché temeva per la propria vita. Passati pochi giorni fu invitato a Parigi e da li ritirò le dimissioni e rientrò a Beirut come se niente fosse, continuando a governare con la precedente maggioranza composta dal suo partito, dal partito cristiano di Aoun e dalla predominante influenza di hezbollah. Uno dei partiti più altalenanti è quello dei Drusi guidati dal mitico Walid Jumblatt (reso famoso in Italia dalla sua relazioni con Carmen Llera Moravia, che ne scrisse anche in un suo libro) con base nel Chouf, una zona montuosa a sud di Beirut, il principe in tutti questi anni ha continuato ad alternare posizioni ferocemente antisiriane ad altre di apertura e di dialogo, dando e togliendo e poi ancora dando sostegno ai governi che comunque vedevano Hezbollah in posizione egemone.

Ufficialmente l'esercito dipende soltanto dal governo e gli accordi di Taif del 1989 avevano imposto a tutte le forze che avevano combattuto nella guerra civile di consegnare le armi. Chi ufficialmente rifiutò di farlo fu proprio hezbollah mentre gli altri sembrarono accettare il dictat anche se tutti sanno che ogni forza politica mantenne almeno una parte degli armamenti posseduti, se non altro per prudenza.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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Crisi in Siria, guerra civile, Profughi, rifugiati, Medio Oriente, Libano, Siria
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