10:03 18 Ottobre 2018
Donald Trump

Elezioni americane di medio termine, cos'è in palio, cosa rischia Trump

© AP Photo / Pablo Martinez Monsivais
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Giulio Virgi
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Le elezioni di medio termine con le quali gli americani rinnovano il Congresso e i Governatori dei loro Stati federati sono tradizionalmente un appuntamento difficile per il Presidente in carica.

L'elettorato statunitense, infatti, tende in questa circostanza a cercare un riequilibrio rispetto all'Amministrazione in carica. Tuttavia, le proporzioni del ridimensionamento del partito al potere possono dispiegare conseguenze sulle successive elezioni presidenziali.

Questa volta, a due anni dall'inattesa vittoria di Trump, il voto è ancora più insidioso. Non solo perché il Presidente in carica è comunque giunto alla Casa Bianca con una percentuale risicata ed avendo anche perso nel computo dei cosiddetti voti popolari, ma soprattutto perché i risultati diranno se Trump rischia o meno la messa in stato d'accusa e se sia finalmente riuscito o no a conquistare il suo partito.

Poche fonti in Europa e meno ancora in Italia seguono i sondaggi che vengono pubblicati in questo momento negli Stati Uniti. Pur con le loro divergenze, tutti riconoscono un vantaggio al Partito democratico. La circostanza non è sorprendente: l'aveva anche nel novembre 2016, quando Trump sconfisse Hillary Clinton.

Ma ciò che conta è la distribuzione delle preferenze sul territorio americano. Attualmente, il Senato statunitense è diviso esattamente a metà: 51 senatori sono repubblicani, cioè appartenenti allo stesso partito del Presidente Trump, mentre gli altri 49 sono democratici. Nella camera alta siedono cento eletti in rappresentanza dei 50 Stati dell'Unione, che in omaggio al principio federale ne esprimono due ciascuno a prescindere dalle proprie dimensioni, la California come il Maine. Secondo il sito Real Clear Politics, se si votasse oggi, 47 seggi andrebbero ai repubblicani e 44 ai democratici. Nove sarebbero in bilico: la distanza tra i contendenti, in altre parole, sarebbe adesso talmente piccola da essere pari o inferiore al margine d'errore statistico.

Nella Camera dei Rappresentanti uscente, invece, i repubblicani erano significativamente maggioritari, avendo oltre 40 seggi di vantaggio: 235 a 193. Stando agli attuali sondaggi, è qui che si verificherebbe il netto cambiamento. Al momento, infatti, sempre secondo Real Clear Politics, i repubblicani sarebbero sicuri di assicurarsi soltanto 189 deputati, contro i 206 di cui sono accreditati i loro avversari democratici. In bilico, si trovano altri 40 seggi. Che il Grand Old Party possa perdere la maggioranza è quindi un'eventualità concreta.

Il presidente statunitense Donald Trump (foto d'archivio)
© AP Photo / Manuel Balce Ceneta, File
Tuttavia, anche con questi numeri, Trump dovrebbe essere al riparo dal rischio impeachment, poiché la procedura per la messa in stato d'accusa del Presidente richiede il sostegno di una maggioranza qualificata più elevata — 2/3 dei senatori — di quella che pare raggiungibile dai democratici anche nello scenario a loro più favorevole. Occorre inoltre sempre ricordare anche come la messa in stato d'accusa non implichi affatto di per sé un obbligo di dimissioni per il Presidente. È vero che, in seguito allo scandalo del Watergate, Richard Nixon preferì abbandonare la Casa Bianca, ma la sua decisione di andarsene dipese soprattutto dalla volontà di non consegnare agli inquirenti tutti i nastri che aveva registrato nel corso del suo mandato — cosa che sarebbe certamente accaduta al processo se non fosse subentrato il perdono che il successore, Gerald Ford, gli avrebbe accordato.

Vanno tuttavia inseriti nel calcolo anche i Governatori. A novembre, si rinnovano tutti e 50. Di quelli attuali, 33 sono repubblicani, 16 sono democratici ed uno è indipendente.  Sempre secondo Real Clear Politics, al momento i repubblicani sarebbero in vantaggio in 23 Stati, mentre in altri 20 prevarrebbero i democratici. Nei rimanenti sette non sarebbe ancora possibile pronosticare il vincitore. Qualche Stato passerà quindi certamente dal Grand Old Party allo schieramento rivale. E tale circostanza potrebbe pesare, seppure soltanto nella prospettiva del 2020.

Tra gli Stati che i repubblicani potrebbero perdere ce ne sarebbero tra l'altro alcuni di particolare importanza nella corsa alla Casa Bianca, come Florida e Ohio. Trump vinse nel 2016 perché riuscì a far suoi i cosiddetti Swing States, gli Stati che fluttuano tra i due partiti, sfondando anche nel cosiddetto "Muro Blu" nel quale i democratici non perdevano da decenni. Questo dato potrebbe mutare.

Se, inoltre, si verificasse una sconfitta, e l'America si svegliasse dopo le elezioni con la maggioranza dei suoi Governatori statali appartenenti ai democratici, i notabili repubblicani potrebbero perdere la loro fiducia in Trump. E qualcuno fra loro persino decidere di sfidare il Presidente, obbligandolo tra due anni a primarie estenuanti che ne ridurrebbero fortemente l'autorevolezza e le probabilità di vittoria finale contro il nominato democratico. Ma nell'immediato non succederebbe nulla.

Tutto questo, naturalmente, potrebbe peraltro anche non avere alcuna implicazione su alcune idee basilari che Trump, il cui gradimento è comunque dato attualmente dalla Rasmussen al 49% degli elettori probabili, ha portato alla Casa Bianca e sono verosimilmente destinate a sopravvivergli.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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Elezioni negli USA, elezioni di medio termine, partito Democratico, Repubblicani (partito USA), Hillary Clinton, Donald Trump, USA
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