14:50 15 Ottobre 2018
Iran, Teheran

Riad e Teheran più vicine allo scontro frontale

© Sputnik . Andrey Stenin
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Gian Micalessin
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Tensione alle stelle dopo attentato nella città iraniana di Avhaz. Si teme un’escalation capace d’incendiare l’intero Medio Oriente.

A buona parte dell'Europa il nome di Avhaz  dice poco o nulla.  Per i vertici della Repubblica Islamica quella città da un milione trecentomila abitanti al confine meridionale con l'Iraq  è invece  una sorta di vulcano in ebollizione.  Nel febbraio  1979, solo due mesi dopo il ritorno a Teheran dell'Ayatollah Khomeini e la vittoria della Rivoluzione Islamica, il capoluogo di Avhaz  e la circostante provincia del Khuzestan  furono teatro dei primi violenti scontri tra il nuovo regime e le minoranze arabe e sunnite. E nel Khuzestan dilagarono, un anno dopo, le truppe di un  Saddam Hussein convinto di potere sfruttare quel ventre molle arabo e sunnita per dare il colpo di grazia ad  un'Iran fresco di rivoluzione. E sempre  dal Khuzestan partirono gli attentatori sunniti che nel 1980 diedero l'assalto all'ambasciata iraniana di Londra.

Bastano queste premesse per comprendere la preoccupazione e l'allarme con cui  i vertici  di Teheran  guardano all'attentato di   sabato  ad Avhaz dove  un commando di quattro terroristi camuffati con  delle divise  da "Guardiani della Rivoluzione" ha dato l'assalto a colpi di kalashnikov alla parata per il trentesimo anniversario della fine della guerra con l'Iraq. Il bilancio di almeno 25 morti e oltre 70 feriti è un autentico colpo al cuore  dell'Iran. E il fatto che almeno 12 delle vittime appartenessero  ai pasdaran, ovvero al corpo d'elite incaricato di garantire la sicurezza della Repubblica Islamica,  trasforma l'assalto in  un'insopportabile beffa. Ma quel che più preoccupa il regime degli ayatollah  è il tentativo di destabilizzare  una regione dove l'equilibrio tra le tribù arabe  e le autorità sciite resta assai precario.

L'attentato nell'ottica di Teheran potrebbe essere una prima mossa dei  servizi segreti dell'Arabia Saudita e dei paesi del  Golfo,  per trasferire sul  territorio iraniano lo scontro che contrappone le forze sciite e quelle sunnite dallo Yemen al Libano, dalla Siria all'Iraq. Per questo l'attentato, rivendicato prima da una fantomatica "Resistenza Nazionale di Ahvaz" e poi dallo Stato Islamico,  preoccupa e agita  la Repubblica degli ayatollah. Per questo i suoi leader hanno immediatamente  puntato il dito contro Stati Uniti, Israele,  e Arabia Saudita. "L'Iran considera gli sponsor regionali del terrorismo e il loro padrone statunitense responsabili di tutto questo. L'Iran  risponderà  con prontezza e decisione per difendere le  vite degli iraniani" — annunciava poche ore dopo la strage il ministro degli esteri di Teheran Javad Zarif in un messaggio su Twitter. 

"Sappiamo chi si cela dietro l'attacco di ieri ad Ahvaz. Tutti questi piccoli Stati mercenari in questa regione sono sostenuti dall'America. Sono gli americani che li istigano e forniscono i mezzi necessari per commettere questi crimini" — gli ha fatto eco domenica  il presidente iraniano Hasan Rouhani puntando il dito contro i paesi del Golfo. Ma la preoccupazione dei vertici iraniani non è solo  militare.

Il Khuzestan è anche una delle provincie più ricche di petrolio e dunque un'insurrezione di vasta portata  rischierebbe di creare seri problemi  alla produzione di greggio.  La partita del Khuzestan preoccupa, del resto, anche gli osservatori internazionali. L'Iran potrebbe, infatti, decidere di rispondere in  maniera quasi  speculare. Analogamente a quanto succede nella Repubblica Islamica le maggiori riserve di greggio dell'Arabia Saudita si trovano in quelle regioni orientali dove si concentra  anche quel dieci per cento della popolazione di fede sciita considerata Riad alla stregua di  una quinta colonna  iraniana. Teheran  può dunque rispondere ad una  destabilizzazione del Khuzestan sobillando in maniera analoga le tribù sciite dell'Arabia Saudita. Un'impresa non certo complessa visto che già nell'estate  del 2017 le autorità saudite  hanno dovuto  affrontare la rivolta delle popolazioni sciite  nella città di Awamiya, capoluogo del governatorato orientale di Qatif. Ma i tentativi di reciproca sobillazione rappresentano una grossa incognita. Fino ad oggi Iran e Arabia hanno preferito scontrarsi per interposta persona alimentando lo scontro tra le tribù  sciite degli  Houti e il governo alleato di Riad  nello Yemen, oppure  il conflitto  tra il regime di Bashar Assad e i ribelli jihadisti in Siria. Portare la guerra sui reciproci territori rappresenta un escalation che fin qui  nessuno dei due contendenti ha osato tentare. Anche perché il passo aprirebbe le porte ad uno scontro diretto capace di portare il Medio Oriente alla  devastazione finale. 

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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scontro, Arabia Saudita, Iran
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