13:10 16 Novembre 2018
Benghazi, Libia

“Fermenti di competizione”, l'Italia prende anche ufficialmente atto di una realtà scomoda

© AFP 2018 / Abdullah DOMA
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Giulio Virgi
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La nuova fase d'instabilità emersa in Libia tra la fine di agosto e i primi giorni di settembre ha prodotto in Italia un dibattito politico piuttosto importante.

La nuova fase d'instabilità emersa in Libia tra la fine di agosto e i primi giorni di settembre ha prodotto in Italia un dibattito politico piuttosto importante nel quale anche le autorità governative hanno sostanzialmente ammesso che in Europa si annidano delle insidie per il "Bel Paese". Il risentimento popolare anti-francese si sta del resto accentuando, come in altri momenti della storia unitaria italiana, determinando significative reazioni a tutti i livelli.

La bandiera della Libia
© Sputnik . Andrey Stenin
Se ne è avuta una riprova nel corso del confronto svoltosi a Roma il 6 settembre scorso presso le Commissioni Esteri e Difesa della Camera e del Senato, durante il quale persino il prudente Ministro degli Affari Esteri, Enzo Moavero Milanese, rispondendo ai quesiti incalzanti che gli venivano rivolti anche da parlamentari di lungo corso come Pier Ferdinando Casini, ha dovuto riconoscere che nell'Unione Europea la collaborazione e la competizione tra gli Stati membri ormai si alternano. E' di fatto il crollo di una narrativa che alla Farnesina nessuno aveva mai messo in discussione in modo tanto netto, anche se si sono calibrate con cura le parole.

Alludendo alla Francia, senza peraltro menzionarla esplicitamente, Moavero ha infatti introdotto una nuova nozione nel già ricco lessico della politica italiana, accennando a "fermenti" di competizione che sarebbero affiorati proprio in Libia. Il Ministro della Difesa, signora Elisabetta Trenta, è stata forse più chiara: con Parigi si deve dialogare, ma "la Francia deve rispettare l'Italia". Tale posizione, condivisibile e ragionevole in qualsiasi paese del mondo, per l'Italia costituisce il principio di una possibile rivoluzione culturale.

Malgrado nelle Commissioni non sia mancato chi ha assunto posizioni più sfumate, se non apertamente favorevoli ai francesi, la novità che si sta manifestando è in effetti di quelle destinate a lasciare il segno: anche nelle istituzioni politiche italiane, che pure rimangono ancora tra quelle tendenzialmente più inclini a sublimare in contesti più ampi gli interessi nazionali, la spinta dei fatti sta facendo maturare un apprezzabile realismo. Le nazioni e i loro interessi, in realtà mai spariti, sembrano così aver riacquistato cittadinanza anche in Italia di fronte alla constatazione delle sempre più frequenti divisioni tra gli Stati europei. 

Non è chiaro se e in che misura i francesi abbiano contribuito ad indebolire il Governo di Accordo Nazionale guidato da Fayez al Sarraj. Forse non molto. Ma è certo che negli ultimi mesi Parigi abbia assunto diverse iniziative al di fuori di qualsiasi concertazione vera con l'Italia. Non impressiona favorevolmente Roma neanche la circostanza che la Francia continui a nascondere ciò che sa delle effettive condizioni di salute del generale Khalifa Haftar, l'uomo forte della Cirenaica che era stato ricoverato in un ospedale parigino alcuni mesi fa e del quale ad un certo punto si era vociferata persino la morte senza che nessuno si degnasse di smentirla. Haftar — a lungo il garante degli interessi transalpini in Libia — è successivamente riapparso e proprio in questi giorni ha ricevuto anche la visita del Ministro Moavero, giunto a Bengasi non molto tempo dopo una telefonata tra lo spaventato, sempre più precario, Serraj e il presidente francese Emmanuel Macron. 

Sono saltati gli schemi, la partita si sviluppa ormai a tutto campo e il governo italiano la gioca finalmente con il sostegno alle spalle di un Parlamento questa volta abbastanza compatto. La tela è ampia e l'impressione è che l'Italia si prepari al terzo cambio di alleati locali nell'arco di pochi anni. Dopo aver mollato Tripoli in favore di Tobruk e Tobruk in favore di Tripoli, ora potrebbe volgersi verso Bengasi.

A ben vedere, si tratta di un movimento logico. A Barack Obama è infatti succeduto in America un presidente come Trump, che è molto ostile all'Islam Politico e considera il generale Al Sisi uno dei pilastri del nuovo ordine regionale mediterraneo e medio-orientale. Il riavvicinamento all'Egitto ed al suo alleato libico Haftar da parte italiana terrebbe conto della necessità di non farsi tagliar fuori, anche alla luce del fatto che anche gli Stati Uniti stanno iniziando ad investire significativamente nello sviluppo della Cirenaica. Il difficile momento turco è un ulteriore fattore da tenere in considerazione, poiché indebolisce le milizie di Misurata e chiunque si riconosca nella Fratellanza Musulmana. 

Tutto parrebbe quindi spingere in una certa direzione, ostile all'attuale Governo di Accordo Nazionale, la cui sostituzione con delle autorità di nomina elettiva è stata del resto invocata anche dall'inviato dell'Onu, Ghassem Salamé, un libanese che è stato docente universitario in Francia. L'Italia si starebbe pertanto adeguando alla situazione, come spesso le capita in Libia, confidando nel fatto che Washington possa moderare la Francia. Non è escluso, però, che a certe condizioni si cerchi anche un'interlocuzione con la Russia. Il premier Giuseppe Conte dovrebbe in effetti presto recarsi a Mosca. Chissà.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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geopolitica, politica, Fayez al-Sarraj, Emmanuel Macron, Enzo Moavero Milanesi, Libia, Italia
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