07:48 11 Dicembre 2018
Soldati in Libia

La crisi libica ha le dimensioni locali ed internazionali

© AFP 2018 / DOMINIQUE FAGET
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Giulio Virgi
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Tripoli è stata interessata da nuovi disordini che hanno evidenziato la fragilità del quadro politico locale. Nella zona della capitale sono morte molte persone e viva sensazione hanno suscitato sia le voci concernenti la possibile chiusura dell’Ambasciata d’Italia, peraltro smentite, che l’arrivo di un razzo in prossimità della sua sede.

Il sospetto che alle violenze degli ultimi giorni possa aver contribuito in qualche modo il generale Khalifa Haftar, sostenuto dalla Francia, ha inoltre generato ulteriori attriti tra Roma e Parigi, che si è faticato non poco a sedare.

In realtà, la situazione sul terreno è più complessa di come viene descritta e sfugge a molte delle semplificazioni che si sono lette sui giornali. Le tensioni internazionali ci sono, senza dubbio, ma il modo in cui interagiscono con le dinamiche del posto non è del tutto lineare. Le ricostruzioni sommarie hanno evidenziato l'esistenza di una pluralità di attori in lotta, ma non è emersa alcuna unanime ricostruzione degli schieramenti e dei loro allineamenti. La Settima Brigata di Tarhouna intervenuta a Tripoli, formalmente alle dipendenze del Consiglio presidenziale diretto da Serraj, è stata accusata dalle milizie avversarie di aver cambiato casacca, cedendo alle lusinghe di Haftar, ma finora non si sono registrate conferme conclusive al riguardo. Da mesi, poi, si rincorrono voci secondo le quali l'uomo forte della Cirenaica sarebbe gravemente malato e spesso fuori della Libia per curarsi.

Secondo altri osservatori, la Settima Brigata avrebbe invece puntato sulla capitale per concorrere alla liquidazione di varie forze nemiche del Governo di Accordo Nazionale, in particolare quelle che si riconoscono nel disciolto Congresso Generale Nazionale e che non hanno mai accettato né la validità dei risultati delle elezioni del 2014 né l'intesa raggiunta un anno e mezzo dopo a Skhirat. Di Khalifa Ghwell, che era il loro leader, si ricordano tanto il comportamento ambiguo tenuto durante il sequestro dei quattro dipendenti della ditta Bonatti quanto la scarsa disponibilità a controllare i flussi migratori, che anzi probabilmente utilizzava nei confronti dell'Italia, per crearle delle difficoltà ed indurla a ripensare la propria scelta di sostenere le autorità di Tobruk, fatta da un Renzi che incontrava frequentemente il presidente egiziano al Sisi. Può darsi quindi che a Tripoli abbia avuto luogo uno scontro particolarmente duro tra le forze islamiste più intransigenti e i raggruppamenti più moderati vicini al premier internazionalmente riconosciuto.

Altri analisti, invece, ritengono che in Tripolitania siano insorte le fazioni rimaste ai margini del potere con l'unico obiettivo di migliorare le proprie posizioni. Circolano, inoltre, ulteriori ipotesi che accentuano invece i riflessi locali della rivalità regionale turco-saudita[1].

Il destino a medio termine di Fayez al-Sarraj resta in ogni caso in bilico, perché in Libia è comunque in atto uno scontro al quale il leader del Governo di Accordo Nazionale non è in grado di partecipare con forze proprie. La situazione del premier non è in effetti molto cambiata dallo scorso anno, quando il suo potere non si estendeva oltre la zona del porto di Tripoli.

Se Haftar non avesse alcuna responsabilità per quanto è successo, come pare, l'allarme sulla condotta della Francia potrebbe essere, almeno per questa volta, ridimensionato, malgrado Roma e Parigi rimangano competitrici sul suolo libico. Il quadro è però tuttora complicato e difficile. I francesi, che lo hanno curato nella loro capitale, sono a conoscenza delle effettive condizioni in cui versa il leader cirenaico. Il fatto che esercitino pressioni perché i libici vadano al voto in dicembre può anche dipendere dall'esigenza di rimpiazzare l'attuale referente di Parigi con qualche uomo che garantisca gli interessi della Francia in Libia. È infatti improbabile che all'Eliseo si creda davvero che elezioni a fine 2018 possano riunificare la Libia quando quattro anni fa contribuirono a dividerla.

C'è poi un'altra non trascurabile novità. In agosto si è appreso che un'impresa americana ha deciso di investire una forte somma nella costruzione di un porto a Susah, in piena Cirenaica, dando forza a chi pensa che il presidente Trump si accinga a capovolgere anche in Libia le scelte fatte dal suo predecessore Obama. Non sarebbe sorprendente, specialmente se si ricordano le immagini del tycoon, di re Salman e del generale Sisi, ritratti fianco a fianco con le mani protese a Riad su un globo luminoso fortemente evocativo.

Trump è avverso alla causa dell'Islam politico e tende ad indebolirlo ovunque possibile. La sua amministrazione è fredda con il Qatar e un grave braccio di ferro sta contrapponendo gli Stati Uniti alla Turchia. In queste condizioni, solo l'inopportunità di un eccessivo indebolimento di un'Italia che il Presidente americano ritiene utile in Europa sembra in grado di frenare un precipitoso cambio di campo della Casa Bianca. Sarebbe a questo punto logico attendersi che Washington individui un punto di equilibrio tra gli interessi italiani, francesi ed egiziani. L'impegno di Roma nel ricucire lo strappo con il Cairo e nella ricerca dell'interlocuzione con le realtà cirenaiche prova che il Governo italiano è consapevole di quanto sta accadendo e prova ad adeguarvisi.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.


[1] Giordano Stabile, Dietro la rivolta armata la mano di Erdogan per sfidare i sauditi, La Stampa, 5 settembre 2018, pp. 1 e 8.

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