11:57 19 Settembre 2018
Migranti

L’Italia, l'immigrazione e l'Unione Europea. Il punto dopo il caso Diciotti

© REUTERS / Marina Militare/Handout via REUTERS
Opinioni
URL abbreviato
Giulio Virgi
280

L’immigrazione dall’Africa sub-sahariana non è un’emergenza temporanea, ma un dato strutturale con il quale i paesi europei che si affacciano sul Mediterraneo saranno a lungo costretti a convivere.

Per quanto al riguardo le stime varino considerevolmente, si ritiene che la crescita demografica in atto nel Continente nero esiga ogni anno la creazione di non meno di 10-12 milioni di posti di lavoro a fronte dei 3 che vengono attualmente generati. Non esiste Piano Marshall alla portata dell'Unione Europea che possa sostenere uno sforzo simile nell'immediato né, tanto meno, per protratti periodi di tempo. Passeranno dei lustri prima che le zone più giovani del Terzo Mondo che ci sono vicine perfezionino il transito ad una condizione di maturità demografica. Il problema di governare il fenomeno è quindi più urgente che mai.

In realtà, un'opzione di fondo gli europei l'hanno già fatta più di vent'anni fa, con gli accordi di Schengen. Li sottoscrisse anche l'Italia che, per entrarvi a pieno titolo fu costretta ad irrigidire sensibilmente la propria legislazione in materia migratoria. Per convincere i partner europei che potevano fidarsi di Roma, nel 1997 Romano Prodi non esitò a schierare la Marina Militare nel Canale d'Otranto. Lo fece per fermare i flussi degli albanesi che si dirigevano verso le coste pugliesi, non per andar a raccogliere i boat people come si sarebbe fatto dopo il 2013. Fu un passo necessario, perché con Schengen venivano abbattuti i confini interni all'Europa, ma non quelli esterni, che diventavano a tutti gli effetti comuni.

Dall'entrata in vigore degli accordi e dall'ingresso dell'Italia nel relativo sistema le frontiere meridionali di Francia e Germania sono a Pozzallo. È quindi curioso che si ritenga l'Europa fautrice di una politica dell'immigrazione lassista e fondata sull'apertura quando non lo è affatto. Da dove nasce, allora, l'equivoco?

Alla base di tutto, c'è un conflitto tra divergenti obbligazioni internazionali. Se è vero che gli accordi di Schengen impongono agli Stati titolari di una frontiera "esterna" — come l'Italia o la Spagna — di renderla impermeabile ai migranti economici irregolari, esistono altri presidi giuridici che impongono eccezioni. Quella fondamentale è rappresentata dalla Convenzione di Ginevra che tutela i rifugiati: coloro cioè che fuggono dalla violenza politica. Sono queste persone — e queste soltanto — a godere del diritto incondizionato di entrare anche nei paesi europei che sono parte dell'area Schengen. I migranti lo sanno e, per non vedersi sbattere le porte in faccia, si presentano tutti sulle nostre coste come profughi, di solito senza documenti.

Ogni politica di chiusura indiscriminata è pertanto fatalmente destinata a generare aspre censure. Il consensus europeo è che si debba controllare ogni persona che arriva e decidere caso per caso chi abbia diritto all'asilo politico e chi no. Il corollario è tuttavia questo: chi risulti sprovvisto del titolo all'ospitalità dovrebbe essere espulso.

I cartelli per il premier ungherese Viktor Orban a Budapest
© Sputnik . Алексей Витвицкий
L'Italia ha finora faticato enormemente ad operare i cosiddetti "respingimenti con accompagnamento alla frontiera". Per un certo periodo di tempo ha aperto le porte, sperando con le buone o con le cattive di europeizzare il problema. Ma gli stessi Stati che hanno voluto Schengen ed i respingimenti li fanno, non sono interessati ad accollarsi la responsabilità di eseguire le espulsioni che Roma non vuole o non può fare. La sola Germania ha allontanato nel 2017 ben 47.240 migranti irregolari a fronte dei 7.045 rimpatriati dall'Italia. Sempre l'anno scorso, il presidente francese Emmanuel Macron ricordò a Paolo Gentiloni come gli italiani non dovessero più confondere profughi e migranti economici irregolari. Tale distinzione, in effetti, per quanto ben nota alle autorità, spesso sfugge all'opinione pubblica del Bel Paese, che non fa differenza tra chi scappa dalle guerre e persecuzioni e chi, invece, cerca "solo" di sottrarsi alla miseria.

In presenza di questa situazione, stanti le rigidità presenti sul versante delle espulsioni, l'attuale governo italiano sta cercando di modificare le percezioni dei migranti e di chi li gestisce, facendo passare il messaggio che sbarcare è diventato più difficile. Per ora ha funzionato egregiamente, ma si tratta di una soluzione tattica. Perché chi ha pagato il prezzo maggiore, la Spagna, sta prendendo le contromisure, chiudendo i porti e sbarazzandosi velocemente degli indesiderati, com'è successo di recente dopo i fatti di Ceuta. In Italia, inoltre, sono emerse importanti resistenze istituzionali a questa politica, culminate nell'apertura di un'indagine giudiziaria nei confronti del Ministro dell'Interno. È quindi chiaro che occorre battere anche altre vie, magari sfruttando le elezioni europee del 2019 per promuovere politiche continentali più intransigenti. Sarebbe forse ancor più utile acquisire gli strumenti normativi e le risorse necessarie alla realizzazione immediata di più consistenti numeri di espulsioni. A massicci rimpatri, dopotutto, fece ricorso anche l'America di Obama.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

Correlati:

Caso Diciotti, il suicidio dell’Europa
Diciotti, la nave che spacca l’Italia
Caso Diciotti, premier Conte alza la voce contro la UE
Il Belgio dice no all'accoglienza dei migranti dalla nave Diciotti
Tags:
rifugiati, migranti, profughi, Crisi dei migranti, Schengen, Spagna, Germania, UE, Italia
RegolamentoDiscussione
Commenta via FacebookCommenta via Sputnik