20:40 12 Dicembre 2018
La bandiera afghana

Afghanistan, gli Usa corteggiano i talebani, ma loro preferiscono la Russia

© AP Photo / Rahmat Gul
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Gian Micalessin
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Gli insorti rifiutano il dialogo con Washington e scelgono di andare ai negoziati di pace di Mosca.

L'America li corteggia e li lusinga, ma i Talebani, i grandi nemici che da 17 anni tengono in ostaggio Afghanistan, Stati Uniti e Nato non ci stanno e scelgono Mosca. La notizia può sembrare singolare, ma è vera.

Mercoledì scorso un portavoce dell'organizzazione jihadista ha confermato la partecipazione del capo del suo ufficio politico in Qatar ai colloqui di pace sponsorizzati dal Cremlino. Colloqui che si apriranno a Mosca il 4 settembre prossimo.

L'aspetto un po' paradossale della vicenda è che a Mosca non sarà presente nessuna delle controparti con cui negoziare un'eventuale pace. Sia Washington, sia il governo di Kabul si sono detti contrari all'iniziativa russa e non invieranno rappresentanti in Russia. La decisione del gruppo jihadista segnala, però, un altro fallimento della nuova strategia afghana annunciata un anno fa dall'amministrazione Trump.

La strategia mirava da una parte a garantire la difesa di civili e centri abitati e, dall'altra, a lanciare negoziati diretti con il nemico. Ad oggi nessuno dei due obbiettivi è stato raggiunto. L'assalto alla città di Ghazni, parzialmente occupata in seguito all'offensiva lanciata il 10 agosto scorso da oltre mille talibani, è il segnale di come la cintura difensiva intorno alle grandi città realizzata dall'esercito afghano in base ai piani americani non basti a garantire la sicurezza. Anche perché la riconquista di Ghazni guidata dalle forze speciali americana è costata le vite di oltre 150 civili e di un centinaio di soldati afghani. Dati tragici, ma in linea, purtroppo, con quelli che segnalano un numero di vittime civili in costante crescita.

"Da gennaio alla fine di giugno in Afghanistan abbiamo avuto oltre 1690 persone vittime della violenza" - ha fatto sapere il 18 agosto Toby Lanzer, numero due della Missione di Assistenza all'Afghanistan delle Nazioni Unite (Unama) sottolineando come la cifra sia la più alta da quando l'Onu tiene il conteggio dei caduti civili.

Ma anche sul piano negoziale il cambio di strategia non sembra aver prodotto risultati. L'ammissione americana di voler avviare negoziati diretti con i talebani ha prodotto un effetto esattamente opposto. I talebani dopo aver opposto un secco no a Washington hanno scelto di stringere la mano tesa da Mosca. La mossa è chiaramente politica e non garantisce soluzioni a breve termine, ma regala nuovi spazi ad una Russia intenta a recuperare il suo ruolo di grande potenza a livello diplomatico. Certo il passato non aiuta.

La Russia resta agli occhi dei talebani la protagonista - seppur nelle vesti dell'Unione Sovietica - di quell'invasione che il 27 dicembre 1979 aprì un conflitto lungo ormai quasi 40 anni. A dispetto degli Stati Uniti il Cremlino può però mettere sul tavolo la capacità d'intessere trattative con buona parte dei paesi che confinano con l'Afghanistan. A partire da quel Pakistan considerato il mentore e il padrino, attraverso i suoi servizi segreti, di tutte le attività dei talebani. Per compensare la stretta collaborazione tra gli Usa e il grande nemico indiano il Pakistan si è progressivamente avvicinato a Mosca firmando, nel 2014, un accordo di cooperazione in campo militare. In seguito a quegli accordi Mosca ha venduto a Islamabad i suoi elicottero da combattimento Mi 35 e i motori montati sui jet JF-17 prodotti in Pakistan.

Sul fronte occidentale dell'Afghanistan Mosca può sfruttare i canali privilegiati con un'Iran sempre attentissimo alle vicende della provincia di Herat e delle popolazioni di fede sciita presenti in tutto l'Afghanistan. Sul fronte orientale i rapporti di Mosca con una Cina - preoccupata per il contagio islamista tra i 13 milioni di uighuri dello Xinjiang, ma presentissima in Afghanistan dal punto di vista commerciale - sono assai più agevoli di quelli di un'America prigioniera di un durissimo scontro economico e tariffario con Pechino. Mosca può, inoltre, contare sulle tradizionali relazioni con le ex repubbliche di Turkmenistan, Uzbekistan e Tajikistan affacciate sulle frontiere settentrionali del paese. Insomma poco importa se ai colloqui di Mosca non ci saranno gli americani e l'attuale governo afghano. Al loro posto si accomoderanno, infatti, quelli che potrebbero diventare i nuovi partner dell'Afghanistan in caso di addio degli Stati Uniti e della Nato ad un avventura rivelatasi un totale fallimento.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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ONU, Donald Trump, Iran, Qatar, USA, Russia, Afghanistan
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