10:05 22 Settembre 2018
Una foto di gruppo al G20 di AmburgoUna foto di gruppo al G20 di Amburgo

Dal 1991 sono cambiate le regole del gioco, il mondo è più flessibile

© AP Photo / Jens Kalaene/dpa © Sputnik . Michael Klimentyev
1 / 2
Opinioni
URL abbreviato
Giulio Virgi
740

La fine della Guerra Fredda ha cambiato le regole di funzionamento del sistema internazionale. Era prevedibile e diversi analisti lo avevano in effetti predetto con grande lucidità già vent'anni fa.

Le cause di questo fenomeno, le cui dimensioni stanno diventando sempre più evidenti, risiedono in un dato strutturale ben noto agli studiosi di relazioni internazionali: i sistemi bipolari, come quello che ruotava intorno alla rivalità americano-sovietica del secolo scorso, sono intrinsecamente meno dinamici degli altri in quanto dominati da due attori, a fronte dei quali tutti gli altri presenti sulla scena dispongono di una minora autonomia decisionale.

Nella seconda metà del Novecento, le armi nucleari aggiunsero ulteriore rigidità. I due giganti — Stati Uniti ed Unione Sovietica — si dissuadevano reciprocamente ed erano costretti a far ordine nei rispettivi blocchi. La conflittualità locale o regionale costituiva un problema per entrambi, sia che interessasse paesi alleati, sia che coinvolgesse Stati che rientravano nelle opposte sfere d'influenza. Nel primo caso, infatti, la coalizione che sperimentava un confronto interno si indeboliva nei confronti di quella avversaria. Nel secondo, invece, era sempre in agguato il rischio dell'escalation, ovvero il pericolo che l'urto tracimasse dalla sua dimensione per raggiungere il livello delle superpotenze, precipitando una guerra mondiale che avrebbe comportato anche il ricorso alle bombe all'idrogeno e quindi il rischio della distruzione totale.

In quel mondo, che oggi non esiste più, le alleanze somigliavano ai matrimoni cattolici di un tempo, configurandosi come rapporti praticamente indissolubili.

Ridefinire il posizionamento internazionale era una scelta drammatica, determinando l'indebolimento di un blocco a vantaggio di quello nemico. Le resistenze a consentirlo erano fortissime e giustificavano ingerenze nella politica interna degli Stati comprimari anche molto pesanti.

All'Est questa situazione venne formalizzata dalla dottrina brezneviana della "sovranità limitata", ma dei meccanismi "anti-defezione" efficaci operavano anche in Occidente. L'indebolimento del fronte avverso era perseguito con metodi necessariamente indiretti, in genere di tipo economico, ma non solo.

Dal 1991, non abbiamo più questo tipo di realtà. Il bipolarismo, di per sé una rarità nella storia, è tramontato e siamo entrati in una transizione che non è ancora terminata. Esiste una potenza ancora chiaramente dominante — l'America — che però non è onnipotente, né più disponibile a gestire l'intero pianeta. Le alleanze, inclusa la Nato, si sono fatte più lasche, quando non si sono dissolte.

Questo nuovo contesto spiega perché le agende della diplomazia siano diventate tanto flessibili ed imprevedibili. I margini a disposizione delle medie potenze si sono dilatati. È diventato possibile perseguire progetti di incremento dell'influenza nazionale anche a discapito dei partner di un tempo. Si gioca su più tavoli e senza una vera rete di protezione. Lo fanno anche gli Stati Uniti.

Massimo d'Alema nel 1998 incontra l'allora premier russo Evgeniy Primakov.
© Sputnik .
Massimo d'Alema nel 1998 incontra l'allora premier russo Evgeniy Primakov.

La nuova parola d'ordine dei paesi più ambiziosi è "multi-vettorialità". Contraddistingue ormai le scelte di politica estera di numerosi paesi: dalla Russia, che l'adottò con Evgenij Primakov, alla Turchia del duo Erdogan-Davutoglu ed oggi, persino, alla Francia ed alla Germania, quattro nazioni i cui leader dovrebbero incontrarsi a settembre per discutere di dossier assai complessi, come quelli legati alla gestione delle fasi finali della guerra civile siriana. Le alleanze stanno tornando a somigliare a dei flirt più o meno strutturati, come era prima del 1939. Sono intese tattiche, piuttosto che progetti strategici. E tendono a sorgere su specifici dossier o interessi regionali.

Ciò spiega alcuni fenomeni che si osservano. In particolare, perché la Turchia appaia in bilico tra Occidente ed Eurasia, mentre in realtà sta solo cercando di ritagliarsi spazi nuovi in tutte le direzioni.

O perché una Germania in difficoltà con gli Stati Uniti ora desideri il sostegno russo contro le sanzioni decretate da Trump.

Parigi, dal canto suo, oscilla tra la volontà di veicolare gli interessi americani in Europa e quella di legarsi più strettamente a Berlino, ancorché solo per controllarla meglio, magari insieme alla Russia, che a sua volta si tiene aperte tutte le vie in attesa di capire cosa faranno gli Stati Uniti, in preda ad un aspro confronto interno che riguarda anche la postura da tenere negli affari mondiali.

Non è perciò questo il tempo migliore per trarre dalle scelte contingenti fatte dai singoli paesi delle conclusioni definitive sui futuri orientamenti della loro politica estera. Conviene piuttosto comprendere i condizionamenti in base ai quali ciascuno Stato sta assumendo le proprie decisioni, senza trascurare i dati geopolitici di lungo periodo.

Che permettono anche occasionali giravolte, ma impediscono a quelle più innaturali di persistere.


L'opinione dell'autore può non coincidere con posizione della redazione

Tags:
Diplomazia Internazionale, Mondo
RegolamentoDiscussione
Commenta via FacebookCommenta via Sputnik