05:41 15 Dicembre 2018
Un vigile di fuoco accompagna una donna al sito del crollo del ponte Morandi a Genova

In Italia non crollano solo i ponti

© REUTERS / Massimo Pinca
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Marco Fontana
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Smaltite la rabbia e il dolore, la strage del ponte Morandi dovrebbe indurre gli italiani a ben più di una riflessione. Mentre Vigili del fuoco e Protezione civile lavorano incessantemente per salvare dalle macerie gli ultimi sventurati, una polemica stucchevole e indecorosa continua a impazzare nei talk show, sulla Rete e persino in Parlamento.

La violenza verbale che si sta sviluppando è sconcertante: ogni pretesto è buono per insultare chi non la pensa come te. In Italia non crollano solo i ponti, ma anche l'identità nazionale e quella rete di valori che dovrebbero far sì che un popolo si unisca nei momenti di cordoglio.  

Le macerie del ponte Morandi sul letto del torrente Polcevera
© AFP 2018 / Andrea Leoni
Se una volta la zuffa verbale si scatenava sulla divisione tra Nord e Sud, oggi a spezzare la società italiana è la lotta parolaia tra i tifosi del nuovo Governo e i partiti d'opposizione. Ben venga il dibattito acceso ma costruttivo: qui però si tratta di profondo e reciproco disgusto, per cui nessuno riconosce la diversità di opinione come degna di considerazione. Socialmente è una fase preoccupante, perché l'avversario è visto come nemico da abbattere e non come soggetto con cui confrontarsi civilmente. È stata in primis la classe politica ad aver imbarbarito il dibattito politico, e ora l'odio si è propagato tra i cittadini, amplificato dalla Rete, anche grazie alla possibilità di esprimersi dietro a uno schermo e non faccia a faccia. In un contesto del genere, il nuovo Governo si trova a lavorare in una situazione piena di insidie. Sorretto dall'euforia degli elettori, che talvolta rasenta l'isteria, tende a chiudersi a riccio di fronte all'altra parte del Paese. Così le sue azioni sono frutto di annunci dettati dall'emozione del momento, che potremmo persino qualificare come romantici, specialmente per chi come il sottoscritto denuncia da anni l'immobilismo della classe politica. La luna di miele elettorale, però, porta con sé anche il rischio che per stupire il popolo e mantenere alta la passione, i provvedimenti non siano frutto di un attento studio, ma solo di decisioni di pancia. 

In un post rintracciato in Rete si legge: Il 28 gennaio 1986 negli Stati Uniti esplode lo Space Shuttle Challenger nei cieli della Florida, 73 secondi dopo il decollo, uccidendo tutti i membri d'equipaggio; milioni di persone, tra cui classi piene di alunni (erano le 12 PM sulla costa est) osservano il disastro in diretta. Ronald Reagan istituisce una speciale commissione d'inchiesta il 3 di febbraio per determinare le cause del disastro, i colpevoli, e i possibili modi per prevenire tragedie simili in futuro. La commissione prende il nome di "Commissione Rogers" da William Pierce Rogers, ex segretario di Stato, al tempo procuratore generale degli Stati Uniti. La commissione d'inchiesta è composta da poche persone eccezionali, in tutto 14, prese tra le migliori eccellenze del mondo militare e civile, in particolare accademico: dal premio Nobel Richard Feynman, a Covert, responsabile scientifico dell'aeronautica militare americana, all'ingegnere e astrofisica Sally Ride, prima americana nello spazio. Dopo mesi di lavoro, di ricerche e di sedute, la commissione redige un lungo e dettagliato rapporto che consegna al presidente il 6 giugno, 4 mesi dopo l'incidente […]. I risultati della ricerca portarono modifiche alla struttura e ai processi della NASA, e a procedimenti legali contro i soggetti indicati come responsabili nel rapporto; per quanto tutte le condanne furono patteggiate, a processo non andarono degli innocenti.

Nell'Italia di oggi non c'è spazio per questo, ma si preferisce apparecchiare subito la ghigliottina. Chi nel Governo pretende di giudicare si dimentica che non c'è stato ancora il tempo per cambiare, anzi molti di coloro che hanno già fallito sono state tenuti al loro posto. Certo, non si può non apprezzare un Governo che revoca rapidamente la concessione a chi gestiva una rete autostradale che crolla a pezzi, poi però sorgono le domande scottanti: chi pagherà la penale da 20 miliardi (per dare un'idea delle dimensioni: vale quanto un reddito di cittadinanza, o cinque volte il valore della vecchia Ici, o come il valore dell'Imu di Monti) per una revoca non giudiziaria della concessione ad Autostrade? E come salveranno i risparmiatori che vedranno diventare carta straccia le azioni di Autostrade? I quasi 6mila lavoratori di Autostrade che fine faranno? Andranno a lavorare per lo Stato? Il Governo non l'ha detto e la coperta è un troppo corta per pensare di poter gestire facilmente la partita. E siamo certi che le autostrade in mani pubbliche siano la soluzione giusta? E che un Governo che (almeno a parole) vuole verificare senza dare tempi certi tutte le grandi opere bloccandole quindi sine die — e tra queste vi è anche la Gronda di Genova — possa intervenire con velocità maggiore rispetto a un privato sulle manutenzioni o sul rifacimento di un viadotto che fu costruito proprio dal settore pubblico? Il crollo del Morandi ha dato e darà ancora moltissimi spunti per ragionare attentamente sul futuro di un'Italia uscita con le ossa rotte dai governi precedenti e che può finire ancora peggio se si fa prendere la mano dall'euforia degli infallibili. 

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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