09:21 18 Ottobre 2018
Lire, Istanbul

L'uso geopolitico dei dazi da parte Usa investe anche la Turchia una chiave di lettura

© REUTERS / Murad Sezer
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Germano Dottori
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Le relazioni tra Stati Uniti e Turchia attraversano da tempo delle difficoltà.

La crisi di questi giorni, in effetti, non è che l'ultima di una serie iniziata nell'ormai lontano 2003, quando il governo di Ankara negò al Pentagono la possibilità di utilizzare il territorio turco per sferrare un attacco all'Iraq da nord, costringendo un'intera divisione americana a circumnavigare la penisola arabica per unirsi alle operazioni che avrebbero portato alla defenestrazione di Saddam Hussein.

Da tempo, in Occidente, ci si interroga su chi porti la responsabilità di "aver perso" la Turchia, spesso puntando l'indice contro chi troppo ha tergiversato nel tenere il grande paese anatolico fuori dall'Unione Europea. Non è detto però che esista davvero un "colpevole" esterno di quanto accade. A chiarirlo è stato una delle personalità più influenti di questa stagione politica turca, il professor Ahmet Davutoglu.

Prima di assumere la guida della diplomazia di Ankara e poi ricoprire anche la carica di Primo ministro, in un suo volume di grande successo intitolato "Profondità strategica", Davutoglu spiegò come la fine della Guerra Fredda avesse liberato la Turchia dalla gabbia che ne aveva fatto la marca di frontiera dell'Alleanza Atlantica, restituendole la possibilità di recuperare la propria centralità in uno spazio molto ampio, esteso dall'Algeria alla Mongolia e dai Balcani fino al Corno d'Africa.

Di queste ambizioni, Recep Tayyip Erdogan è stato l'interprete più carismatico e spregiudicato, rapido ad adattare tatticamente le proprie politiche alle circostanze più o meno favorevoli del momento. Nella ricerca di spazi più ampi per il proprio paese, l'attuale Presidente turco si è però fatalmente scontrato con importanti resistenze, che sono affiorate soprattutto in Siria, Stato nel quale Erdogan ha sostenuto la gran parte delle denominazioni dell'Islam politico contro Assad. Problemi sono infatti emersi nei rapporti con Israele, con l'Arabia Saudita, con l'Egitto, con l'Iran e con la stessa Russia, prima che le pressioni economiche e politiche esercitate da Mosca inducessero Ankara a più miti consigli.

Proprio il riavvicinamento tra russi e turchi potrebbe essere stato tra le cause scatenanti del fallito golpe del 15 luglio 2016, attribuito da Erdogan ai seguaci di Fetullah Gulen, ma probabilmente appoggiato anche dai kemalisti e comunque maturato in ambienti militari non lontani dagli Stati Uniti. Parte degli aerei che presero parte al tentativo di putsch decollò dalla base di Incirlik, utilizzata anche dagli apparecchi americani [1]. Inoltre, prima che Obama sconfessasse i golpisti, nel cuore della notte confusa in cui il destino della Turchia parve in bilico, l'allora Segretario di Stato americano John Kerry rese dichiarazioni ambigue, che lasciavano intuire la disponibilità di Washington a lavorare con chiunque avesse detenuto il potere ad Ankara [2].

La crisi odierna deriva proprio da quella di quei giorni ormai lontani. Scaturisce infatti dal rifiuto turco di liberare il pastore evangelico Andrew Brunson, che venne arrestato proprio perché ritenuto in qualche modo coinvolto nel mancato colpo di Stato, anche per farne oggetto di uno scambio con l'estradizione di Gulen, che vive esule proprio negli Stati Uniti [3].

Come già aveva fatto la Federazione Russa dopo l'abbattimento di un suo caccia da parte dell'aviazione di Ankara, però, anche Trump ha deciso di far valere le proprie ragioni con l'arma economica, ricorrendo all'imposizione di sanzioni "ad personam" e poi di pesanti dazi sull'alluminio e l'acciaio che hanno innescato una forte crisi di fiducia nella lira turca, svalutatasi del 20% in una settimana. Il pubblico turco ha infatti reagito allo scontro con l'America allo stesso modo di quello iraniano: cioè tesaurizzando dollari ed euro (attualmente la situazione è un po' diversa: dopo l'appello di Erdogan alla popolazione, i turchi hanno iniziato a cambiare i loro dollari e gli euro in lire turche — ndr.), con l'effetto di minacciare il tenore di vita attuale e le speranze di sviluppo della Turchia.

Per Erdogan, si tratta certamente di un colpo assai duro. È tuttavia difficile che possa comportarne la caduta. In primo luogo, perché non è questo il risultato cui verosimilmente punta il Presidente statunitense, che proprio come con l'Iran persegue obiettivi ben più circoscritti. E, secondariamente, perché lo stesso leader turco ha finora dato prova di grande flessibilità. Quando non può sconfiggere un avversario, cerca di ridurre i danni. Di solito, ci riesce assai bene. La crisi, quindi, dovrebbe rientrare. Non senza però aver evidenziato i limiti e le vulnerabilità della potenza turca.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

Tags:
Economia, Ahmet Davutoglu, Donald Trump, Recep Erdogan, Turchia, USA
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