11:50 23 Ottobre 2018
Bandiere degli Usa e dell'Iran

L'Iran di nuovo sotto sanzioni

© AP Photo / Carlos Barria
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Germano Dottori
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Dal 7 agosto l’Iran deve nuovamente fare i conti con le sanzioni statunitensi che spinsero Teheran a negoziare l’accordo sul nucleare dal quale Trump ha recentemente annunciato il ritiro.

Le pressioni nei confronti della dirigenza iraniana sono quindi destinate ad aumentare, anche se la Repubblica islamica ha già scontato parte degli effetti negativi della decisione americana. Era infatti bastata la semplice formalizzazione dei nuovi orientamenti di Washington a condizionare gli atteggiamenti degli iraniani e di buona parte di coloro che intrattengono affari con loro, innescando estesi fenomeni di tesaurizzazione e convincendo molte imprese estere a congelare i propri programmi d'investimento.

L'accaparramento di oro, dollari ed euro da parte del pubblico persiano è intervenuto a dispetto dell'assenza di vere minacce militari — a parte quella gravante sui pasdaran bersagliati in Siria dagli israeliani che vogliono allontanarli il più possibile dal Golan — ed ha anemizzato ogni componente della domanda, bloccando l'economia, abbassando il tenore di vita della popolazione e scatenando un'ondata di proteste che stavolta non si confina agli ambienti studenteschi ed all'élite intellettuale del paese, ma coinvolge il potente ceto dei bazaari, i commercianti che svolsero un ruolo di primo piano nel precipitare la Rivoluzione islamica del 1979.

Anche se l'Unione Europea e i suoi Stati membri hanno manifestato la propria volontà di continuare a rispettare quanto convenuto a Vienna, la nuova politica adottata da Trump sta inoltre inducendo le maggiori società del nostro continente a conformarsi spontaneamente alla linea di Washington, per non incorrere in future limitazioni della propria capacità di operare sul mercato statunitense e soprattutto non farsi negare l'accesso ai preziosi servizi forniti dal sistema finanziario americano. Le aziende francesi sono state fra le prime ad adeguarsi e saranno certamente seguite da molte altre. In questo consiste precisamente l'efficacia extraterritoriale delle sanzioni che Trump ha riattivato, una delle tante modalità attraverso le quali gli Stati Uniti esercitano il loro potere.

Teheran, Iran
© Sputnik . Sergey Mamontov
L'avvenire di molti investimenti esteri e lo sviluppo dell'Iran sono divenuti improvvisamente precari, circostanza che spiega il crescente malcontento nei confronti delle autorità di Teheran. Peraltro, anche se c'è chi pensa il contrario, obiettivo di Trump non dovrebbe essere la promozione di un cambio di regime a Teheran né, tanto meno, la preparazione del conflitto di maggiori proporzioni da molti temuto. Il Presidente statunitense pare piuttosto puntare ad un nuovo accordo, nella consapevolezza che quello del 2015 non rappresenta comunque una soluzione definitiva al problema del nucleare iraniano, in quanto transitorio e privo di una dimensione missilistica.

Al tycoon, in effetti, non vanno a genio i vettori a lunga gittata di cui si è dotato l'Iran, non solo perché rappresentano una minaccia all'esistenza di Israele, rispetto alla quale peraltro lo Stato ebraico è perfettamente in grado di far fronte da solo, ma anche in ragione delle implicazioni che la loro stessa esistenza dispiega sulla più ampia scacchiera eurasiatica.

I missili balistici a lungo raggio di Teheran sono in effetti la giustificazione formale dello schieramento in Europa delle difese antimissilistiche americane che i russi ritengono rivolte contro di loro e capaci di vanificare la deterrenza nucleare alla quale hanno da tempo affidato il compito di assicurare la sopravvivenza del loro Stato in caso di invasione da Ovest.

In questa prospettiva, le trattative che Trump desidera intavolare "senza precondizioni" con gli iraniani non servono solo alla causa degli equilibri mediorientali, ma agevolano oggettivamente il percorso verso quell'accordo con la Russia al quale il Presidente americano vorrebbe legare il suo nome.

Stiamo pertanto assistendo al capovolgimento del disegno concepito da Barack Obama, per il quale la riconciliazione con l'Iran doveva servire ad attrarre Teheran nella sfera d'influenza occidentale, anche assecondando il desiderio iraniano di acquisire uno sbocco mediterraneo per il proprio gas, che avrebbe ridotto la rilevanza strategica delle forniture russe all'Europa. Queste ambizioni spiegano le apparenti contraddizioni della politica siriana di Obama che, svanita la speranza di una vittoria dei locali Fratelli musulmani, sacrificò deliberatamente il rovesciamento di Assad alle esigenze del negoziato con Teheran.

Trump sta ora invertendo i termini dell'equazione, in una direzione che non dovrebbe riuscire sgradita alla Russia. Anche se è difficile prevedere come andrà a finire, dei margini paiono esserci. Logica vorrebbe che gli iraniani identificassero degli obiettivi negoziali realistici, individuando i missili da ritenere assolutamente irrinunciabili e le contropartite da chiedere agli americani in cambio dell'eliminazione degli altri. Ancor più importante sarà determinare chi tratterà per conto dell'Iran. Non è escluso che la scelta finisca con il cadere sul generale Qassem Suleimani. In queste circostanze, infatti, sono spesso le personalità più intransigenti quelle che possono cedere con più facilità.

L'opinione dell'autore puo' non coincidere con la posizione della redazione.

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Sanzioni, Iran
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