05:13 22 Ottobre 2018
Uomo cinese su un camion

Chiudere i porti non serve contro i Cinesi d’oltremare

© AP Photo / Ng Han Guan
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Mario Sommossa
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La popolazione della Cina continentale di oggi supera 1 miliardo e 400 milioni di individui e, nonostante nessuna statistica lo indichi con precisione, si stima che le persone etnicamente cinesi emigrate nei vari Paesi del mondo siano attualmente piu' di 80 milioni.

La popolazione della Cina continentale di oggi supera 1 miliardo e 400 milioni di individui e, nonostante nessuna statistica lo indichi con precisione, si stima che le persone etnicamente cinesi emigrate nei vari Paesi del mondo siano attualmente piu' di 80 milioni. Pur essendo sempre esistita un'emigrazione cinese, la grande diaspora cominciò nel XIX secolo e da quel momento l'espansione nel mondo non ebbe più confini. Asia (soprattutto sud est asiatico), Americhe, Europa occidentale, Africa, Medio Oriente e Oceania: ovunque vi si trovano almeno qualche milione di cinesi. Occorre considerare che, a causa di locali conflitti e di discriminazioni, non tutti i discendenti da antenati cinesi si dichiarano tali e la cifra sopra indicata riguarda soltanto le ultime generazioni.

Chiunque abbia avuto contatti con una comunità proveniente da quel grande paese conosce la loro instancabile capacità lavorativa e il loro spirito di iniziativa. Avrà però anche notato la loro tendenza a non mischiarsi con le popolazioni locali. In Italia, ad esempio, nel 2016 i cinesi erano 333.986 di cui il 26 per cento minori. Ebbene, solo il 52,4 percento di questi ultimi frequenta scuole italiane di qualunque grado (tra gli altri minori extracomunitari la percentuale è superiore all'ottanta). Solo all'università la percentuale dei cinesi rispetto ad altri extracomunitari è maggiore (pur essendo i cinesi solo l'otto per cento degli stranieri residenti, tra gli universitari stranieri raggiunge il 13%).

Non migliore è il rapporto se si guarda all'acquisizione della cittadinanza italiana: terzi come dimensione di comunità, sono solo quattordicesimi nel richiedere di diventare italiani. Un ulteriore sintomo di non volontà di integrazione la si vede nel rapporto con le banche: la Cina è il primo paese di destinazione delle rimesse dagli emigrati presenti sul nostro territorio (13,4 % del totale generale) eppure il tasso di bancarizzazione (possesso di conti correnti) è il piu' basso in assoluto. Anche un altro indice di integrazione, il tasso riguardante i matrimoni misti, vede i cinesi all'ultimo posto: il 2,1 % sul totale dei matrimoni tra italiani ed extracomunitari. Va aggiunto, comunque, che pur esistendo una malavita cinese e favorendo essa (tra l'altro) l'immigrazione illegale i cinesi presenti in Europa tendono a evitare ogni possibile conflitto con le comunità locali.

Forse perché' la presenza cinese è piu' antica e stratificata nel tempo, non succede la stessa cosa in estremo oriente. Nel sud est asiatico è capitato che i cinesi assumessero un peso spesso sproporzionato rispetto al loro numero e ciò ha frequentemente causato reazioni anche spropositate da parte degli autoctoni.  Un esempio: nelle Filippine nel 1998 risultava che i cinesi costituissero soltanto l'1% della popolazione ma detenessero il 40% dell'economia privata del Paese. Anche in Indonesia, pur essendo il tre percento della popolazione, esercitavano il controllo sul 70% del settore privato locale. Questa dominanza economica suscita forti risentimenti nella maggioranza indigena, fino a far nascere scontri come quelli del maggio 1998 a Giacarta in cui morirono più di 2000 persone. Niente in confronto ai 500.000 morti dei massacri avvenuti nel 1965 e 1966.  Anche in Malesia, Myanmar, Vietnam e altrove la convivenza non è sempre stata pacifica.

Esistono tuttavia anche esempi di Paesi in cui l'etnia cinese si è integrata facilmente con la comunità autoctona ed è il caso della Tailandia. Perfino l'attuale monarchia di quel Paese deriva da un antenato di origine mista, tale re Rama I, lui stesso parzialmente cinese. Un altro caso ove non si registrano tensioni intra-etniche è il Brunei ma questa volta il motivo è diverso. Forti limitazioni legislative di carattere discriminatorio, vincoli religiosi e nell'uso della lingua hanno spinto molti cinesi che vi abitavano da tempo ad assimilarsi all'etnia locale malese fino ad accettare perfino l'islam come religione. Chi non ha voluto farlo ha preferito emigrare. Risultato: i cinesi locali che nel 1960 erano circa il 26% della popolazione sono oggi ufficialmente attorno al 10%.

Anche fuori dal continente asiatico esistono numerose comunità cinesi. Qualcuno stima che entro i prossimi venti anni i cinesi possano diventare il gruppo etnico dominante nell'estremo oriente russo. In Africa il Paese con una comunità stabile più grande è il Sud Africa con poco meno di 400.000 individui, ma già l'Egitto ne conta più di 100.000 e molte altre centinaia di migliaia sono sparpagliati tra i vari Paesi del continente. Nelle Americhe abbiamo un loro forte presenza negli Stati Uniti (attorno ai 4 milioni) in Canada (poco meno di 2 milioni) e in Perù (circa 1 milione e mezzo) (dati non aggiornati e quindi da considerarsi per difetto).

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© AP Photo / dapd, Joerg Koch
Negli Stati Uniti il cinese mandarino è la lingua più parlata dopo l'inglese e lo spagnolo e in Canada le aree di maggiore immigrazione sono Vancouver e Toronto (nell'area metropolitana della prima la presenza cinese tocca quasi il 20% della popolazione mentre e Toronto arriva al 12%). In Europa, dopo la Russia, risultano 700.000 cinesi in Francia (dati del 2010) e 500.000 in Gran Bretagna (dati 2008). In tutto il continente si stimano essere costantemente residenti piu' di 3 milioni di persone. 

Durante il periodo maoista i cinesi d'oltremare erano guardati negativamente perché' li si sospettava legati alla Cina di Taiwan ma, dopo le riforme di Deng Xiaoping, l'atteggiamento del Partito Comunista Cinese cambiò drasticamente. Pur mantenendo (all'inizio) una distinzione tra i cittadini con diritto di passaporto ed etnici cinesi che avevano assunto un'altra nazionalità, si cominciò a considerarli tutti come persone che potevano aiutare lo sviluppo della Cina grazie alle capacità acquisite e ai loro capitali. Il cambiamento più importante nell'atteggiamento di Pechino verso i cinesi d'oltremare è avvenuto però negli anni più recenti. Si è cominciato con il creare un apposito ufficio, l'OCAO (Overseas Chinese Affairs Office) e a non dare più risalto alla distinzione tra cittadini e non cittadini. Basta essere di etnia cinese per essere considerati, in qualche modo, degni di attenzione.  Nel 2015 un alto diplomatico di Pechino, che probabilmente non parlava a puro titolo personale, ha espresso pubblicamente il concetto che Pechino avrebbe protetto da possibili discriminazioni a loro danno tutti gli etnici cinesi presenti nei vari Paesi del mondo. Contemporaneamente, il Governo moltiplicava gli stanziamenti per gli Istituti Confuciani e le Scuole Confuciane all'estero.

Un libro molto interessante scritto da un professore di un Istituto di Singapore (Leo Suryadinata: The rise of China and the Overseas Chinese — 2017) analizza il nuovo atteggiamento del Partito Comunista Cinese verso i propri connazionali emigrati e lo legge come l'espressione di un evidente interesse politico a mobilitare tutti gli etnici cinesi "…quando ciò risponda ai propri interessi…". Il professore aggiunge che numerosi dettagli nelle decisioni dell'OCAO mostrano come la "Repubblica Popolare di Cina cerchi di esercitare influenza in Paesi stranieri usando individui e gruppi etnici cinesi. L'OCAO può essere soltanto uno dei bracci della RPC, così come sono impiegati a tale scopo il Partito Comunista Cinese, il Ministro degli Esteri, il Dipartimento del Fronte Unito del Lavoro e la Federazione Cinese dei Cinesi d'Oltremare Ritornati".

Non sarebbe la prima volta: durante la dinastia Ming fu il Governo di allora ad invitare centinaia di connazionali a stabilirsi nel mar Cinese meridionale e nell'Oceano Indiano per" fare esplorazioni e stabilire commerci".

Anche ad altri Stati potrebbe far comodo usare i propri connazionali emigrati per influire nelle decisioni di Paesi terzi ma nessuna emigrazione è mai stata così compatta e legata alla madre patria quanto lo sono i cinesi. Ove non sia il sentimento patriottico a far premio, subentrano i legami familiari (per i cinesi il senso di "famiglia" arriva anche fino al quarto grado di parentela e spesso oltre).

Può darsi che la lettura del prof. Suryadinata sia esageratamente timorosa ma, considerata la strategia politica cinese di egemonia mondiale (cui il progetto della "Nuova Via Della Seta" fa parte — in inglese: One Belt, One Road), è difficile non coniugare la riscoperta affinità del Governo con i cinesi emigrati ai finanziamenti sospetti, ai furti di know-how in tutto il mondo e alle posizioni che i laureati all'estero che rientrano in patria occupano immediatamente nel partito e nello Stato. 

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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porto, Migranti, Cina
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