01:19 22 Ottobre 2018
Il primo ministro italiano Giuseppe Conte al summit della NATO a Bruxelles.

Interessi nazionali, interessi europei. La visita di Conte a Trump

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Germano Dottori
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Pochi giorni prima della visita di Giuseppe Conte a Washington, in un suo editoriale l’ambasciatore Ferdinando Nelli Feroci aveva raccomandato al Presidente del Consiglio di rappresentare presso il Presidente americano tanto gli interessi italiani quanto quelli europei.

Nelli Feroci, che attualmente presiede il prestigioso Istituto per Affari Internazionali di Roma, vanta tra le sue esperienze passate anche l'incarico di rappresentante permanente dell'Italia presso l'Unione Europea ed è certamente tra le persone più qualificate ad esprimersi su questa materia, ormai tra le più sensibili nel dibattito politico in atto nel Bel Paese.

Non è più chiaro, infatti, quanto ancora gli interessi europei e quelli strettamente nazionali siano compatibili. Per stabilirlo occorre determinare in cosa consistano i primi e soprattutto accertare se davvero siano qualcosa di diverso rispetto alla sintesi degli obiettivi perseguiti dalle nazioni più potenti che partecipano al processo integrativo. È in effetti assai forte il dubbio che gli interessi tutelati dall'Unione Europea riflettano prevalentemente l'agenda delle maggiori potenze presenti al suo interno. Tale percezione è alla radice della rivolta sovranista che infiamma buona parte dell'Europa.

Quanto alla prima questione, non vi è dubbio che esistano alcuni interessi veramente europei, come quello alla pace, alla libertà ed alla sicurezza dello sviluppo, che si è cercato di soddisfare generando livelli di interdipendenza sempre più elevati all'ombra della protezione americana.

Vi sono inoltre altre materie — non a caso le uniche effettivamente rimesse alla sovranità sovranazionale — sulle quali gli Stati dell'Unione hanno convenuto che un'interlocuzione comunitaria unica nei confronti del resto del mondo convenisse a tutti. È il caso, ad esempio, della politica commerciale, settore in cui davvero un commissario europeo è in grado di trattare da pari a pari con le controparti statunitensi.

Anche in campo monetario, è a tratti affiorata l'ambizione di fare della divisa unica, l'euro, uno strumento in grado di competere con il dollaro americano ed affrancare progressivamente l'Unione dal vincolo esterno gravante su tutte le nazioni che, per acquistare beni e servizi sui mercati internazionali, debbono procurarsi con le proprie esportazioni la valuta necessaria a pagarli. Tuttavia, già in questo settore sono emersi degli attriti.

Non tutti i partners dell'avventura comunitaria hanno deciso di adottare l'euro, ad esempio. Inoltre — circostanza che in Italia viene contestata da Paolo Savona — la divisa unica europea è stata incapsulata in un'architettura regolatoria immaginata per estendere all'intera Eurolandia le concezioni cui si improntava la politica monetaria tedesca e soprattutto prevenire i trasferimenti occulti di risorse dai paesi più ricchi a quelli più poveri dell'Unione Europea, così limitando artificiosamente anche le prospettive di crescita del mercato interno comunitario.

Questo nodo è venuto al pettine dopo il 2011, malgrado Mario Draghi abbia fatto di tutto per ovviare ai limiti imposti statutariamente alla Banca Centrale Europea principalmente per volontà tedesca. L'euro, che doveva servire ad incatenare la Germania, ha finito così con il divenire uno strumento di omologazione collettiva al modello renano. Tale esito è motivo di risentimenti: pochi alle periferie dell'Eurozona accettano infatti le ragioni alla base di quell'intransigente rigore che tante simpatie è costato in questi anni ai tedeschi.

Le divaricazioni maggiori si sono però prodotte nella sfera della politica internazionale, in cui invece di una convergenza verso il perseguimento di finalità condivise, si è registrato un forte aumento della competizione geopolitica tra i maggiori Stati membri.

La Germania pare aver ripreso la sua "marcia verso Est", contribuendo in modo decisivo ad alterare la collocazione dell'Ucraina, mentre nel Mediterraneo Francia e Gran Bretagna hanno fatto tutto ciò che era in loro potere per eliminare dalla Libia ogni traccia dell'influenza che vi esercitava l'Italia. Adesso, mentre Berlino cerca di europeizzare la risposta ai dazi di Trump, non deve stupire che altri tentino di negoziare rapporti privilegiati con Washington, come ha appena fatto Conte alla Casa Bianca, chiedendo un regime di favore per l'agroalimentare italiano.

Distinguere l'interesse autenticamente europeo da quelli delle maggiori potenze interne all'Unione è diventato molto difficile. Ciò accade non perché gli europei abbiano dimenticato le lezioni della storia. Ma perché, dopo la fine della Guerra Fredda, il relativo disimpegno americano ha riproposto nel Vecchio Continente il secolare problema di determinare chi comandi. Logico pertanto che l'Italia, fra le vittime principali dell'illusione prospettica generata dall'europeismo, sia ora in prima linea nel ridimensionarne il peso nella conduzione della propria azione diplomatica.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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