05:37 14 Novembre 2018
Un partecipante alle proteste contro l'accordo sul nucleare con l'Iran negli USA

Iran, forse non è come la Corea del Nord

© AFP 2018 / Andrew Caballero-Reynolds
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Germano Dottori
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Nel suo Crippled America, o America in panne, Donald Trump spiegava tre anni fa come gli accordi di Vienna stretti con l’Iran dovessero essere rinegoziati, perché insoddisfacenti per gli Stati Uniti.

Nello stesso volume, scritto per pubblicizzare il proprio programma elettorale, il tycoon ammetteva altresì che sarebbe stato molto difficile giungere ad aprire nuove trattative, prefigurando la necessità di creare in modo più o meno artificioso un contenzioso con le autorità di Teheran.

Il Presidente americano si sta muovendo esattamente in questa prospettiva, alla sua maniera. Ha prima smesso di rinnovare la certificazione del rispetto da parte iraniana delle intese raggiunte e poi ne è uscito, annunciando per il prossimo agosto la reimposizione di sanzioni che gli Stati Uniti vorrebbero venissero applicate anche dagli europei.

Trump sta capovolgendo interamente la strategia globale e mediorientale del suo paese rispetto a quella elaborata dal suo predecessore. Obama, infatti, intendeva reintegrare pienamente l'Iran nel sistema internazionale e nell'economia globale per permettere al suo gas di raggiungere le coste del Mediterraneo, indebolendo la valenza geopolitica di quello russo e modificando sensibilmente gli equilibri eurasiatici in una direzione sfavorevole a Mosca.

Il tycoon, all'opposto, sembra invece puntare all'indebolimento economico e strategico dell'Iran, con l'obiettivo finale di sottrarre a Teheran quei missili che per anni hanno costituito, insieme alle ambizioni nucleari persiane, la giustificazione formale dello schieramento delle difese antimissilistiche americane in Europa che tanto irritano i russi. Nella sua intervista ad Oliver Stone, non a caso, il Presidente Putin afferma di attendersi la rinuncia a questi sistemi tanto temuti qualora davvero a Washington riuscisse di convincere Teheran a privarsi dei propri vettori.

Allo scopo di condizionarne il comportamento e convincerlo ad intavolare un nuovo negoziato, sull'Iran si è deciso di applicare una pressione politica crescente, le cui significative ripercussioni di carattere economico-sociale sono già visibili e non potranno che aggravarsi a partire dal prossimo mese.

La nomina in posizioni chiave dell'amministrazione di personalità come Mike Pompeo e soprattutto John Bolton, un falco estremamente ostile a Teheran, è stata un'ulteriore intimidazione. Non sembra però che Trump stia puntando direttamente ad un cambiamento di regime o ad un attacco militare contro la Repubblica Islamica, anche se è possibile che il Presidente americano ritenga conveniente farlo credere in questa fase, come del resto si è verificato in circostanze simili nel caso nord-coreano.

Rientra in questo contesto anche l'escalation verbale, che per la verità è stata questa volta innescata dalle autorità iraniane. Rispetto a Pyongyang, in effetti, ci sono significative differenze. Anche se gli americani non se ne rendono perfettamente conto, mancando da lunghi anni di affidabili sorgenti d'intelligence sul posto, l'Iran non è affatto uno Stato totalitario, ma ha un sistema politico complesso, nel quale certi tipi di sollecitazioni esterne possono polarizzare la dialettica interna, favorendo i radicali o preparando l'avvento di soluzioni estreme, invece di rafforzare le spinte liberali che pure si osservano.

Nell'intento di sbarrare la strada al potente generale Qassem Suleimani, capo della Forza Quds, il Presidente riformista Hassan Rouhani ha già giocato la carta del nazionalismo, proprio come Kim Jong-un, ricordando a Trump come una guerra all'Iran possa essere la madre di tutte le guerre e determinando una delle reazioni verbali cui il tycoon ci ha da tempo abituati.

La mossa però non ha aiutato in alcun modo il Presidente iraniano. Accennando in un suo discorso incendiario all'adozione di possibili ritorsioni asimmetriche di natura militare — a partire dal Mar Rosso dove in effetti gli Houthi, che Teheran appoggia in Yemen, hanno attaccato delle petroliere saudite — Suleimani lo ha infatti oltrepassato, candidandosi in qualche modo all'interlocuzione con gli Stati Uniti. Un rischio che Kim non ha mai corso, avendo eliminato per tempo con varie tecniche chiunque potesse scavalcarlo o fargli ombra.

Il corso da dare ai rapporti con gli Stati Uniti e la prospettiva di qualche abboccamento con gli americani hanno quindi aperto una fase di lotta politica senza precedenti in Iran. Gli spazi di Rouhani si stanno restringendo a vista d'occhio. Non è escluso che stia ragionando sull'opportunità di dialogare al più presto con Washington, come di certo spera la Casa Bianca. Forse ha già aperto dei canali tramite Mosca in Siria, ma non è chiaro quanto possa spingersi in avanti senza dimostrarsi debole e quindi rischiare di esser deposto da un colpo di stato militare. L'Iran è infatti in bilico. Proprio per questo motivo, paradossalmente, stavolta Trump rischia un insuccesso.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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nucleare, Casa Bianca, Hassan Rouhani, Kim Jong-un, Donald Trump, Arabia Saudita, Corea del Nord, Iran, USA
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