15:17 17 Luglio 2018
La cancelliera della Germania Angela Merkel parla al presidente statunitense Donald Trump durante il summit del G7.

Europa, Russia, Cina, Iran: il nuovo G4 contro gli USA

© AP Photo / Jesco Denzel/German Federal Government
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Mario Sommossa
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Se sono i risultati dei G7 a giustificarne l’esistenza, c’è da domandarsi cosa ne sia mai scaturito e perché si continua ogni anno a riconvocarli. Di solito tutto finisce con un documento che dice tutto e nulla e che si ripromette eccezionali e ambiziosi obiettivi che non saranno mai attuati.

Ogni volta si menzionano una condivisa volontà di pace, la necessità di una maggiore cooperazione mondiale e vengono stanziati fondi (sulla carta) che non saranno mai erogati o lo saranno solo in parte.

Recentemente, in Canada, nemmeno si è riusciti a stilare un documento unitario perché la proposta, pur in un primo tempo condivisa da tutti i partecipanti, non ha ottenuto la firma del partner più ingombrante e "pesante", l'americano. Le ragioni del dissenso erano più di una e andavano dal rinnovo delle sanzioni alla Russia, a quelle da rifare con l'Iran, alla questione dell'ambiente e di come reagire al cambiamento climatico. Ma uno era il più ostico ed è stato quello che ha fatto saltare il banco: la libertà di commercio internazionale e i dazi. Chi si aspettava che Trump volesse almeno salvare la forma e accettasse di sottoscrivere un documento basato unicamente sui principi è rimasto deluso. Il Presidente Tycoon non solo se ne è andato prima della conclusione del vertice, ma ha fatto sapere dopo la partenza che i suoi uomini non avrebbero firmato alcunché.

Se pensiamo al vero significato del G7 nella sua essenza e non solo nella forma, il mancato accordo da parte americana è ben più grave di una semplice scortesia o di un disaccordo contingente.  Il "Gruppo dei sette" nacque nella prima metà degli anni Settanta come l'incontro delle sette maggiori nazioni industrializzate del mondo che intendevano assumere una comune posizione davanti all'embargo petrolifero arabo e al conseguente aumento dei prezzi di quella materia prima. Che cosa ci si ripromettesse nei fatti non fu chiaro, né si capì in seguito, e ciò che ne scaturì fu ben poca cosa. L'OPEC non ne fu impressionato e i prezzi salirono comunque. Si decise, tuttavia, di mantenere annualmente quel tipo di incontro ma da quel momento però le cose sono molto cambiate: le sette maggiori economie industriali che erano Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Germania, Giappone, Italia e Canada non sono più le stesse. L'Italia è ora l'ottava o la nona realtà industriale del mondo, il Canada la decima. Anche la Russia, che sarebbe l'undicesima, ne era stata chiamata a far parte ed ora ne è invece esclusa. Il cambiamento più importante però è che la seconda economia del mondo è diventata la Cina mentre l'India la settima. Se davvero il G7 significasse l'incontro tra le maggiori economie mondiali la sua composizione oggi dovrebbe essere diversa e l'agenda sul tavolo cambierebbe indubbiamente.
Il G7 senza Trump
© Sputnik . Vitaly Podvitsky

In realtà il G7 attuale rappresenta solo una riunione di sette Paesi alleati all'interno del mondo occidentale e l'invito a Mosca, presto disdetto, era la temporanea volontà di "aprire" alla Russia quale partner privilegiato. Se, dunque, il vertice di questi sette Paesi è una delle forme che riunisce alleati con in comune il fatto di essere particolarmente industrializzati, la rottura avvenuta in Canada è ben più del fallimento di un incontro negoziale: potrebbe essere il sintomo di una frattura che non può non toccare anche equilibri geopolitici più vasti.

Donald Trump
© AP Photo / Pablo Martinez Monsivais
Già in precedenza Trump aveva mostrato di voler rinegoziare il ruolo del suo Paese con gli alleati. La prima mossa era stato l'annuncio che il suo impegno dentro la Nato sarebbe stato ridimensionato se gli altri membri non avessero aumentato il loro contributo economico. Pur correggendosi (parzialmente) in seguito, aveva perfino dichiarato che il famoso articolo 5 (quello che prevede l'intervento di tutti qualora un associato fosse attaccato da forze terze) avrebbe potuto non essere più rispettato dagli Stati Uniti. Poi, in nome del suo principio "America first" ha cominciato a blandire il bastone dei dazi non solo verso la Cina, ma anche nei confronti di Canada, Messico ed Europa.

Ora, dei due l'una: o abbiamo a che fare con uno sconsiderato che non si rende conto delle conseguenze che le sue prese di posizione potrebbero comportare in termini di geopolitica; oppure siamo di fronte a un giocatore di poker che, attraverso ripetuti bluff, cerca di costringere tutti i suoi interlocutori a cambiare il mazzo di gioco.

Se fosse vera la seconda ipotesi (e naturalmente questa sarebbe l'interpretazione meno traumatica per i milioni di americani che l'hanno votato), tutto quanto sta facendo nello schierarsi contro il libero commercio mondiale e le sue regole attuali non sarebbero altro che il forzare gli interlocutori a rinegoziare i volumi e le modalità dei reciproci scambi commerciali. Dalla Cina si aspetterà una forte riduzione del surplus nella bilancia commerciale e lo stesso pretenderebbe dall'Europa (soprattutto dalla Germania) e dal Canada. Dal Messico vuole invece una maggiore collaborazione sul tema dei migranti che vi transitano per entrare negli Usa e lo scoraggiamento delle aziende americane che vi delocalizzano alla ricerca di costi del lavoro più bassi.

Su questa strada le frecce nel suo arco non sono poche e se ci limitassimo a considerare le cifre coinvolte non potremmo nemmeno dargli tutti i torti. Il deficit commerciale americano nel 2017 è arrivato a circa 600 miliardi e quello del bilancio federale ha raggiunto i 665 miliardi.  La Cina esporta verso gli Stati Uniti merci per ben 550 miliardi e ne importa per soli 135. Una guerra dei dazi, pur penalizzando entrambi, vede un vantaggio iniziale più per Washington che per Pechino. Però la Cina di oggi non è più un Paese qualunque e già ha preso le necessarie contromisure. Per esempio, sta stampando Yuan per circa 100 miliardi di dollari con l'evidente obiettivo di svalutare la propria moneta e rendere le proprie merci in grado di assorbire (almeno in parte) i dazi che le colpiranno.

Anche il Canada si trova in una posizione di debolezza estrema. Il 76 percento delle sue esportazioni ha come sbocco il mercato americano, mentre l'inverso, dagli Usa verso il territorio delle Giubbe Rosse, costituisce solo il 18 percento dell'export americano. Anche il petrolio canadese va per il 99 percento al vicino del sud e rappresenta, da solo, il 49percento del PIL dell'Ontario. Dissidi commerciali non sono nuovi tra i due Paesi ma sarebbe la prima volta che si arriva a misure così drastiche come le attuali.

Più o meno la stessa situazione riguarda sia l'Europa sia il Messico, che hanno, entrambi, bilance commerciali in forte attivo con gli USA.

Ciò che Trump sembra non voler prendere in considerazione è che gli Stati Uniti possono da molti anni finanziare i loro deficit grazie alla possibilità di stampare dollari a volontà senza subirne le conseguenze in termini di inflazione. Infatti, l'uso mondiale di quella moneta come valuta di riferimento e di pagamento per la maggior parte delle merci le consente di disperdersi nei panieri di riserva di quasi tutti i Paesi. Il problema è che se riuscisse a ridurre le importazioni, il costo unitario di ogni prodotto made in USA potrebbe aumentare e, il dollaro (accompagnato dal contemporaneo aumento dei tassi di interesse già programmato) aumenterebbe di valore rendendo più costose le esportazioni.

C'è però un altro aspetto che il Tycoon dovrebbe considerare: nessuno può contrastare la forza economica e militare degli Stati Uniti ma un qualunque potere, per poter durare, deve associare una soft power a quella hard. I suoi predecessori, pur chiedendo sempre qualche riequilibro nelle bilance commerciali troppo deficitarie, hanno sempre considerato che legare le economie di altri Paesi alla propria con l'aprire il mercato americano alle loro merci servisse anche a rafforzare le alleanze.  Ricattare i partner, come sta facendo Trump oggi, potrebbe sì aprire nuovi spazi di negoziazione ma potrebbe anche spingere gli alleati a guardarsi attorno verso altri lidi.

Arriviamo così ad un altro punto che spinge a domandarci se Trump abbia veramente ben calcolato il tutto. Una delle regole più scontate in qualunque confronto è che se hai più nemici è sempre meglio affrontarli uno per volta e mai tutti insieme. Se, come sarebbe logico, il Presidente avesse individuato nella Cina il contendente più pericoloso per il ruolo americano nel mondo, perché dichiarare contemporaneamente guerra agli alleati europei, alla Russia e all'Iran? È proprio sicuro che le sue azioni non spingeranno tutti costoro ad avvicinarsi reciprocamente mettendo così a rischio gli equilibri esistenti? Anche se ciò non avvenisse immediatamente e in un primo tempo gli interlocutori fossero obbligati ad accettare le sue condizioni, ciò non significa che qualcuno non cominci a pensare a come, nel futuro, evitare di trovarsi nella stessa situazione.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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G7, Justin Trudeau, Donald Trump, Cina, Italia, Giappone, Francia, Gran Bretagna, India, Germania, Canada, UE, USA, Russia, Iran
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