13:02 22 Luglio 2018
Mappa dell'Europa

Riprende in Europa la lotta tra le nazioni

CC BY-SA 2.0 / Charles Clegg / Europe
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Germano Dottori
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In Europa è ormai ripresa la lotta tra le nazioni. Il dato è talmente evidente che neanche il più fanatico sostenitore del processo d’integrazione europea riesce a nasconderlo.

Eppure, il fenomeno non è apparso all'improvviso. Al contrario, neanche durante la Guerra Fredda, quando la ferrea logica del bipolarismo aveva compresso al massimo la libertà d'azione delle medie potenze, i maggiori paesi del Vecchio Continente avevano del tutto rinunciato a perseguire i propri interessi.

Seppur fallendo, nel 1956 Francia e Gran Bretagna cercarono di ristabilire il proprio prestigio coloniale a Suez. Anche l'Italia si diede da fare, prima appoggiando contro Parigi gli indipendentisti algerini e poi sostenendo gli ufficiali che in Libia avevano deposto la monarchia filo-britannica senussita. I tedeschi negoziarono da soli con Mosca i termini della propria riunificazione nazionale, mentre Mitterrand e la Thatcher cercavano con tutti i mezzi di ostacolarla. E poco dopo la caduta del Muro di Berlino il primo atto della Germania riunita fu il riconoscimento unilaterale dell'indipendenza croata e slovena.

Le nazioni non sono mai morte, anche se le condizioni del sistema internazionale e i rapporti di forza le avevano costrette ad autolimitare le proprie ambizioni. Anche gli Stati Uniti svolsero un ruolo importante nel determinare questa situazione, imponendo ai loro alleati europei la propria leadership ed archiviando temporaneamente quella lotta per l'egemonia che era stata alla base di tutte le guerre europee.

L'illusione che potesse sorgere un interesse comune in grado di sublimare in una sintesi perfetta le aspirazioni e le necessità di tutti gli Stati membri dell'Ue sta ora gradualmente evaporando. Nessuno, tra gli Stati che compongono l'Unione, vuole veramente l'Europa potenza, forse neanche i francesi, che da tempo si sono resi conto di essere subalterni ai tedeschi e casomai guardano all'integrazione comunitaria come ad un espediente volto ad evitare che la Germania torni ad assumere un comportamento aggressivo sulla scena internazionale. L'Europa non soffre soltanto per effetto dell'attenuazione volontaria della supremazia americana al suo interno, ma anche a causa dell'oggettivo squilibrio creatosi dopo il 1989.

La Repubblica Federale Tedesca di oggi non è quella che promosse la nascita delle prime istituzioni europee. È diventata molto più forte, senza che a Berlino ci si curasse molto di come far accettare ai partner questa nuova condizione. Al verificarsi delle prime difficoltà, conseguentemente, i nodi sono venuti al pettine. Alla più grave crisi economica del dopoguerra si è reagito cercando di proteggere il più possibile dal contagio la Germania e i paesi che le erano più vicini, senza troppo preoccuparsi della coesione sistemica dell'Europa e della prevedibile reazione dei partner perdenti della costruzione comunitaria. A tratti, si è osservata anche una grande arroganza, com'è successo quando ai greci si è scandalosamente prospettata l'opportunità di cedere parte del proprio patrimonio e persino delle isole ai creditori tedeschi. Non deve perciò stupire il grande risentimento che si sta abbattendo sull'Europa: si tratta essenzialmente di una reazione anti-tedesca, che in alcuni paesi come l'Italia sta assumendo anche una vistosa componente anti-francese. Il nazionalismo è contagioso. Nella sua variante soft, il sovranismo, somiglia molto ad una diffusa presa di coscienza.

Adesso, la pietra dello scandalo è il controllo dei flussi migratori. Perché sta finalmente venendo alla luce il desiderio degli Stati più forti dell'Ue di trasformare quelli periferici in veri e propri cuscinetti assorbitori dei boat people in fuga dalle aree a più forte demografia del pianeta, esigendo che mantengano aperte le frontiere malgrado gli accordi di Schengen ne stabiliscano la chiusura ai migranti economici. Approfittando della geografia, ognuno cerca di elevare barriere tra se stesso e il baratro, senza formalmente tradire i valori alla base della propria discutibile narrativa, nel contempo preparando anche la rovina dell'industria turistica dei propri concorrenti.

In queste circostanze, non può quindi stupire che l'Italia punti i piedi, cercando di deflettere gli arrivi dalle proprie coste e proponendo modalità per bloccarli in Nord Africa. È casomai anomalo che non l'abbia fatto prima. Le proposte di Roma meriterebbero ascolto. Sono ragionevoli anche dal punto di vista dell'interesse comune europeo, ammesso che esista qualcuno in grado di esprimerlo. Oggi, chiunque lo desideri, può utilizzare a piacimento la leva migratoria per minare alla radice la coesione europea. Si tratta di una vulnerabilità da eliminare. Analogamente, non si può più pensare di lasciare i paesi più poveri del Continente in balia di eventuali crisi economiche future senza pregiudicare l'intera costruzione europea. In assenza di correttivi, la rivolta anti-tedesca ed ora anche anti-francese continuerà. Probabilmente con l'appoggio di Trump.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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Tags:
immigrazione, Migranti, nazionale, Schengen, Nord Africa, USA, Francia, Gran Bretagna, Germania, Italia, Europa
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