12:28 18 Luglio 2018
Kim Jong-un e Donald Trump a Singapore, il 12 giugno, 2018.

Come leggere la politica coreana di Trump dopo Singapore

© REUTERS / Kevin Lim/The Straits Times
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Germano Dottori
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La politica estera del Presidente Trump continua ad essere equivocata.

La causa risiede in tre fattori. Innanzitutto, incidono gli sforzi dei media mainstream, che insistono nell'offrire del tycoon newyorkese un'immagine caricaturale, invece di considerarne visione e strategie. In secondo luogo, anche quando non opera l'interesse di parte, si avvertono gli effetti del mancato adeguamento dei più al cambio di paradigma, che sta impedendo di cogliere la rottura di continuità intervenuta rispetto all'approccio tradizionale agli affari mondiali adottato dagli Stati Uniti. A tutto questo si aggiunge poi lo stile negoziale di Trump, che tende all'enunciazione di obiettivi massimali ed alla drammatizzazione del confronto per estrarre il massimo ritorno possibile, con l'aiuto di una buona dose di caos controllato, generato per meglio confondere le acque.

Il modello che viene seguito è ormai abbastanza consolidato, anche se caso per caso le sue declinazioni contingenti possono assumere forme differenti, anche per effetto dell'azione di altri centri di influenza presenti nel sistema politico americano. Spesso l'amministrazione non parla con una voce univoca, esiste il Congresso e talvolta persino Casa Bianca diventa ondivaga per tener conto delle pressioni interne, come quelle che la condizionano nella definizione dei rapporti con la Russia.

Kim Jong-un e Donald Trump a Singapore, il 12 giugno, 2018.
© REUTERS / Kevin Lim/The Straits Times
Il dossier nord coreano è in questo senso probabilmente esemplare. Il fatto che Trump e Kim Jong-un si siano incontrati lo scorso 12 giugno a Singapore ha in effetti sorpreso molti osservatori, specialmente quelli che avevano preso sul serio le minacce che i due leader si erano reciprocamente rivolti nei mesi scorsi. Alcuni indizi avrebbero però dovuto far capire che la volontà di trattare non era mai venuta meno. Trump si era ben guardato, ad esempio, dall'equiparare l'uomo forte di Pyongyang ad Hitler, circostanza che avrebbe precluso ogni possibilità al dialogo, poiché con l'incarnazione del male assoluto non è possibile intavolare alcun negoziato. Aveva invece preferito ricorrere alle invettive, colorite quanto si vuole, ma più facili da ritrattare. Persino le affermazioni più intransigenti rese dal Presidente americano, in realtà, non si erano mai discostate dai precedenti in materia. Rilette oggi non paiono aver contemplato niente di più che l'ordinaria garanzia di sicurezza che gli Stati Uniti offrono ai propri alleati: "se sarete attaccati, chi vi aggredisce sarà respinto e punito". La Nato poggia esattamente su questo stesso presupposto.

Nessuno — o quasi — ha compreso come con quelle parole Trump stesse invece rassicurando i nord coreani circa il fatto che in assenza di mosse offensive irreparabili l'America non avrebbe mosso un dito contro di loro.

Un'intesa vera con la Corea del Nord è ora a portata di mano, anche se potranno emergere ancora delle difficoltà. Kim ha ottenuto la legittimazione proveniente dall'interlocuzione diretta con il Presidente degli Stati Uniti. Trump vede invece all'orizzonte la possibilità di ridurre l'esposizione americana nella penisola coreana.

Certo, è difficile che l'arsenale nucleare di Pyongyang venga smantellato: dopotutto, nessuna potenza atomica è mai stata privata finora delle proprie armi da un'imposizione esterna, che tra l'altro esigerebbe anche la dispersione degli scienziati e dei tecnici che le hanno progettate e prodotte. Sembra invece più realistico che si convincano i nord coreani ad accettare dei tetti al proprio deterrente: limitazioni al numero delle testate e dei vettori utilizzabili per lanciarle, magari nel contesto di un trattato, contenente stringenti strumenti di verifica. Il modello, in questo caso, sarebbe il Pakistan del dopo 11 settembre piuttosto che il Sudafrica dell'ultimo governo "bianco".

A Trump, tra l'altro, che Pyongyang possa acquisire la forza necessaria ad affrancarsi dalla tutela cinese potrebbe non dispiacere. Tutto ciò che indebolisce Pechino è infatti gradito alla Casa Bianca e potrebbe essere compatibile anche con gli interessi regionali della Federazione Russa, che sta cautamente osservando quando accade ma anche studiando la fattibilità di nuove infrastrutture per esportare risorse verso una penisola coreana finalmente più stabile.

Trump non è stato eletto per far nuove guerre né, tanto meno, per allargare il perimetro degli obblighi difensivi contratti dal proprio paese. All'esercizio del crudo potere militare preferisce l'uso coordinato di un vasto insieme di misure. Ha soprattutto fiducia nella forza dirompente dell'economia americana, che viene usata in modo sempre più disinvolto nel perseguimento degli interessi nazionali statunitensi, come stanno scoprendo a loro spese coloro che subiscono l'imposizione di dazi e tariffe da parte di Washington. Il rischio di conflitti di maggiori proporzioni si è quindi attenuato, ma siamo in compenso entrati in un'epoca di dure negoziazioni.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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situazione nella penisola coreana, Casa Bianca, Kim Jong-un, Donald Trump, USA, Corea del Nord
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