11:45 10 Dicembre 2018
Donald Trump

L'obiettivo di Trump non sia quello di iniziare una guerra commerciale, bensì di ricattare

© Sputnik . Kevin Lamarque
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Mario Sommossa
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La decisione di Trump di rimescolare le carte del commercio internazionale tramite, per cominciare, l’introduzione di dazi sull’import di acciaio e alluminio colpisce indistintamente alleati e no.

Il suo punto di partenza è l'enorme deficit nella bilancia commerciale con l'estero che gli USA si stanno portando avanti da anni. In totale, per prodotti di vario genere è arrivata a circa 800 miliardi di dollari che pur in una economia enorme come quella americana non sono bruscolini. Già in campagna elettorale il tema era stato uno dei punti centrali dei suoi discorsi e, molto probabilmente, anche questo gli aveva attirato il consenso di tanti lavoratori che temevano per il proprio posto di lavoro.

È facile intuire che il vero obiettivo del Presidente non sia quello di iniziare una vera e propria guerra commerciale, bensì di ricattare i Paesi verso cui il deficit è maggiore affinché' accettino di riequilibrare l'interscambio. Aver cominciato da acciaio e alluminio non è stato casuale e si parla già di una possibile lista di circa 1300 altri prodotti che potrà aggiungersi a breve. Il WTO (l'organizzazione che disciplina e sorveglia la correttezza degli scambi internazionali sulla base del principio di libero mercato) prevede che uno Stato possa introdurre barriere doganali contro un altro Paese o una serie di prodotti qualora ciò sia indispensabile per tutelare la sicurezza nazionale o per far fronte a un'emergenza. La condizione è che si tratti di una azione eccezionale e limitata nel tempo. Ora, acciaio e alluminio sono certamente materiali strategici indispensabili nel settore della Difesa e giustificarne la "protezione" potrebbe diventare piu' accettabile anche da parte dei guardiani del WTO.

In realtà non è la prima volta che gli USA lo tentano: i Presidenti Johnson, Nixon, Carter e Reagan imposero dazi su varie importazioni (tra cui l'acciaio) per limitati periodi di tempo. Lo fecero su pressione delle aziende americane coinvolte e, nel caso di Carter e Reagan, i dazi imposti che riguardavano l'acciaio ed erano piu' o meno gli stessi oggi voluti da Trump (ricordiamo che si parla del 25% sull'acciaio e del 10% sull'alluminio).  Anche Bush figlio nel 2002 impose tariffe sull'acciaio cinese ma il WTO non approvò e lo costrinse a ritirare il provvedimento. Andò meglio a Obama che, nel 2009, volle proteggere gli pneumatici americani dalle importazioni dalla Cina. In quel caso il WTO gli dette ragione, ma i cinesi risposero con dazi sui polli americani. Quella ritorsione fu considerata "non corretta" dall'organismo internazionale.

In questo caso i Paesi che piu' preoccupano Trump sono Cina e Germania, entrambi ampiamente beneficiati dallo scambio con gli Stati Uniti. Anche Messico e Canada sono inclusi tra i Paesi colpiti, ma con loro già esistono trattative per una modifica del NAFTA (Trattato di libero scambio Nord-americano) e anche queste nuove tariffazioni verranno usate come arma durante la negoziazione dell'accordo. Che l'acciaio sia solo un punto di partenza per discutere piu' in generale su tutto l'interscambio lo si può vedere andando a esaminare le quantità e i Paesi coinvolti: la Germania rappresenta solo il 5 % di tutto l'import americano e la Cina il 3 %. I piu' grandi esportatori di acciaio verso gli USA sono il Canada con il 22%, seguito dal Brasile con il 18% e la Corea del Sud con il 13% (dati USA del marzo 2108). Dicevamo di Cina e Germania perché' il deficit commerciale con la prima arriva addirittura a 375 miliardi di dollari l'anno e con l'intera UE a 120 miliardi. Nell'Unione Europea, però, la parte del leone la fanno proprio i tedeschi che dal 2011 hanno aumentato le proprie esportazioni di acciaio di ben il 40% facendo diventare quel mercato il piu' importante per loro fuori dall'Unione.

Che quei due Paesi siano l'obiettivo principale di Trump non significa che la sua azione si limiti a loro. Ciò a cui punta il magnate è un riequilibrio generale del commercio estero di tutto il mondo verso il suo Paese. Ciò di cui sembra non tenere conto è che il deficit commerciale USA faceva parte di quella politica del soft power che, unita all'uso di hard power, garantiva il consenso diffuso dei Paesi vassalli e di quelli "incerti". Quanto questo sia stato e sia importante lo si vede nelle partite che riguardano le sanzioni a Russia e, ora, a Iran. Chi se la sentirebbe di abbandonare il ricco mercato americano per quelli, certo promettenti ma molto piu' poveri, russo e iraniano? Sicuramente, tuttavia, se i dazi dovessero rendere gli Stati Uniti meno appetibili come sbocco per le merci europee, allora anche nuove alternative potrebbe assumere più importanza.

Trump, con il suo stile da negoziatore commerciale, ha dichiarato che "le guerre commerciali sono buone e facili da vincere" ma, non essendo stupido, sa benissimo che anche gli USA hanno piu' da perdere che da guadagnarci. Proprio per avere piu' potere contrattuale, ha comunque deciso che debbano essere intavolate solo trattative bilaterali e non multilaterali. In altre parole, vorrebbe discutere solo con i singoli Stati e non, ad esempio, con tutta l'Unione Europea. Peccato (per lui) che quest'ultima, almeno per ora, intenda continuare a presentarsi compatta, nonostante tutti sappiano che potrebbe bastare che la Germania accettasse di ridurre il proprio surplus bilaterale. D'altra parte, una delle regole dell'Unione è che le trattative commerciali con terzi sono competenza della Commissione e i singoli Parlamenti possono soltanto approvarle o rigettarle in toto. L'Italia ha un avanzo di soli 25 miliardi in beni e di 1,7 in servizi mentre l'acciaio e l'alluminio costituiscono per noi una voce irrisoria del commercio d'oltreoceano (insieme non superano gli 800 milioni di dollari). Solo se i dazi dovessero toccare anche le automobili e, magari, le navi e le barche per noi diventerebbero un problema diretto. Detto ciò, se una guerra commerciale dovesse veramente scoppiare, anche per noi costituirebbe un problema. È evidente, infatti, che chi già esporta verso gli USA e non potrà piu' farlo per la perdita di competitività riverserebbe le proprie merci su altri mercati ove le nostre aziende già sono presenti. Comincerebbe allora una guerra dei prezzi che non farebbe che penalizzare tutti.

Un Paese che "disturba" sia gli USA sia noi è, piuttosto, la Cina, ove le ragioni per ridiscutere tutto sono molteplici. Quando fu ammessa nel WTO molti pensarono che sarebbe stata solo questione di breve tempo prima che la Cina diventasse una libera economia di mercato. Così non è stato: le imprese piu' grandi sono ancora statali così come le banche, il cambio valutario resta sotto il controllo della loro Banca Centrale (con piccole aperture), la proprietà intellettuale non è affatto garantita e, cosa ancor piu' grave, continuano a esistere barriere tariffarie e non che rendono difficile l'ingresso su quel mercato per le merci europee e americane. Come se non bastasse, anche l'Europa ha cominciato a preoccuparsi delle acquisizioni di aziende con alto contenuto tecnologico che i cinesi stanno conducendo in tutto il mondo anche grazie agli aiuti di Stato. Il sospetto, già confermato in piu' casi, è che sia loro intenzione impadronirsi del know-how, svuotare le società di tutto quanto vi sia di valore e portare poi la produzione in Cina. Un metodo studiato dall'Amministrazione Obama per contrastare la loro aggressività fu il Trans Pacific Partnership (TPP) ma Trump lo ha abbandonato.

I cinesi sono consci delle preoccupazioni che suscitano nel mondo e, a parole, fan di tutto per giocare un basso profilo e tranquillizzare gli interlocutori. Tuttavia, sia il progetto della "Nuova Via della Seta" sia la strategia recentemente da loro approvata del "Made in China 2025" indicano esattamente il contrario.

Gli Stati Uniti e l'Europa potrebbero giocare insieme nei confronti di questo Paese, proprio per godere di un maggiore potere contrattuale, ma sembra che questa sinergia non sia nelle intenzioni del Presidente americano. Il suo comportamento è giudicato da qualcuno come "improvvisato" e "lunatico" ma, forse, non lo è affatto Di certo l'uomo è supponente e presuntuoso.

I saggi di un tempo suggerivano che i nemici vadano affrontati uno per volta: guardando a tutte le crisi che ha innescato con gli alleati, dai contributi NATO ai dazi, da Gerusalemme capitale all'accordo nucleare con l'Iran, il Tycoon dimostra di voler fare tutto da solo e s'infischia di seminare divisioni e malcontenti anche presso gli amici. È convinto che, alla fine, tutti si accoderanno alla potenza e alla ricchezza dell'America. Vedremo se e quanto si sbagli.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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Tags:
Donald Trump, guerra commerciale, alluminio, acciaio, dazi, Economia, NATO, Germania, USA, Cina
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