16:05 24 Settembre 2018
Petro Poroshenk parla ai media dopo aver votato a Kiev il 25 maggio 2014.

Alto tradimento, ma com’è caduta in basso la libertà di stampa in Europa

© AFP 2018 / SERGEI SUPINSKY
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Daniele Pozzati
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“Un giornalista scomodo che rischia 15 anni? È un ottimo monito per quanti avessero in mente di opporsi alla rielezione di Poroshenko.”

L'arresto del giornalista di Ria Novosti Ucraina, Kirill Vyshinsky, con la surreale accusa di alto tradimento, potrebbe inaugurare una nuova serie di persecuzioni a danno dei giornalisti non-allineati con il regime inaugurato dal colpo di Stato di Maydan nel febbraio 2014. Ne parliamo con l'avvocato Marco Bordoni, collaboratore di Saker Italia, e da molti anni osservatore di affari ucraini.

— Il caso più recente di persecuzione nei confronti di giornalisti in Ucraina è l'arresto Vyshinksky, corrispondente dall'Ucraina dell'agenzia Rossiya Segodnya. Accusato di alto tradimento, rischia 15 anni. Qual è la sua opinione sull'accaduto?

— Bisogna dire che la perquisizione negli uffici di RIA Novosti Ucraina e l'arresto del direttore dell'agenzia Kirill Vyshinsky con l'accusa di "tradimento" è solo l'ultimo capitolo della storia di illegalità istituzionalizzata inaugurata, come ho detto, dalle stragi del Maidan e di Odessa del 2014. Mi lasci fornire qualche specifica per il pubblico italiano, che forse non ha seguito la vicenda: il giornalista di RIA Novosti non è accusato di condotte tipiche del gravissimo reato di tradimento come, poniamo, fornire piani militari o segreti di stato al nemico. Nulla di tutto questo. L'accusa è di aver partecipato alla cosiddetta "guerra ibrida" della Russia contro l'Ucraina. Ovviamente la "guerra ibrida" non è una fattispecie giuridica (nessun codice, in nessun paese del mondo, conosce la "guerra ibrida"!), ma una astrazione teorica parto di strateghi militari, commentatori e analisti di politica internazionale. Giocare su questo equivoco è utile al governo di Kiev perché consente di trattare come "nemici" alcuni bersagli indifesi senza trovarsi nella scomoda situazione di fare una guerra "vera" con la Russia, ed anzi senza nemmeno abrogare il trattato di amicizia del 1997.

— Nella guerra ibrida ogni giornalista è potenzialmente un traditore quindi?

— Visto con le lenti deformanti di questa forzatura legale anche il comportamento più banale, come ricevere un riconoscimento onorifico dalle Russia, una medaglia per l'attività giornalistica svolta, o esprimere la propria opinione nell'esercizio della stessa attività, diventa "tradimento".

Chiunque abbia familiarità con la cronaca ucraina non ha, comunque, difficoltà a rinvenire una triste striscia di episodi simili, in occasione dei quali lo stato ha perseguito penalmente i propri cittadini sulla base di meri reati di opinione (di solito per violazione del famigerato art. 110 del codice penale) condannandoli a pesanti pene detentive. Poi ci sono i giornalisti e gli intellettuali critici verso Poroshenko e "morti di dissenso". Facciamo due nomi: Pavel Sheremet, ammazzato nella sua macchina esplosa il 20 luglio 2016 e Oles Buzina, freddato sotto casa il 16 aprile dell'anno prima. In tutti questi casi il ruolo delle autorità è omissivo: le indagini ed i processi finiscono su di un binario morto o addirittura prendono di mira le vittime assicurando impunità a picchiatori ed assassini.

— Saker Italia ha di recente pubblicato un articolo riguardo al fermo di un foto-corrispondente italiano all'aeroporto di Kiev. Può riassumerci  e magari aggiornarci su  la sua vicenda?

— La disavventura successa a Giorgio Bianchi è praticamente identica a quella di cui fu protagonista esattamente tre anni orsono un altro bravo giornalista italiano, Franco Fracassi. Entrambi intendevano recarsi ad Odessa per assistere alle celebrazioni del massacro del 2 maggio. Entrambi avevano espresso scetticismo nei confronti della "versione ufficiale" del Governo Ucraino sul massacro della "centuria celeste" nel febbraio del 2014. Giorgio Bianchi era addirittura presente in Piazza Maidan quando, secondo il suo stesso racconto, ignoti sparatori bersagliarono la folla dalle finestre Hotel Ucraina. In seguito, durante la sua permanenza in Donbass, aveva intervistato un odessita, al tempo del colloquio arruolato nelle milizie di Donetsk, testimone oculare della strage del Palazzo dei Sindacati. Quest'uomo gli aveva detto di aver visto persone vicine all'attuale Presidente della Rada Paruby massacrare i dimostranti nel Palazzo dei Sindacati. Giorgio voleva probabilmente fare una inchiesta su questi fatti.

— Perché le autorità di Kiev ostacolano l'accertamento della verità sui retroscena tragici del Maidan e sulla strage di Odessa, cacciando giornalisti indipendenti?

— La strage del Maidan e quella di Odessa sono, per così dire, le fondamenta dell'attuale potere ucraino. Sono il momento in cui si è consumata la rottura della legalità democratica e la sospensione dei diritti costituzionali che hanno prodotto le tragiche conseguenze a tutti note. Il governo di Kiev, sospetto di essere implicato in entrambi i fatti, non può certo permettersi che gente come Giorgio o Franco vadano a ficcare il naso! Nessuna sorpresa, quindi, che i nomi di entrambi figurassero nelle famose "liste di proscrizione" stilate dai servizi ucraini e che quindi, presentatisi alla frontiera, siano stati dichiarati persone non gradite e rispediti a casa con il primo volo disponibile. Grazie al cielo incolumi, essendo in fin dei conti cittadini di paesi "amici". Fossero stati ucraini o russi non avrebbero avuto certamente la stessa fortuna.

— Perché in Italia non si è avuta nessuna reazione a questi due casi? Mi riferisco sia a livello istituzionale, nel primo caso, sia a livello della comunità dei giornalisti.

— Mi consenta un excursus. Nei giorni scorsi, come tutti sanno, i due partiti che hanno vinto le elezioni italiane si sono impegnati in uno sforzo per determinare un programma di governo condiviso. In tale circostanza il Presidente della Repubblica italiana è intervenuto per stabilire i confini di ciò che un governo votato dai rappresentanti del popolo può o non può fare. Inoltre ha aggiunto che bisogna combattere chi "di fronte a un cammino che è divenuto gravoso, cede alla tentazione di cercare in formule ottocentesche la soluzione ai problemi degli anni 2000". Ovvero precisamente quelli che gli italiani hanno votato due mesi fa.

Siamo di fronte al famoso "pilota automatico" (cit. Mario Draghi, 2013) ed alla sanzione del fatto che l'Italia non è più un paese indipendente. Si può discutere se questo sia un bene o un male, ma che siamo una provincia, o una colonia a seconda delle preferenze, è a mio avviso un dato di fatto.

I paesi sovrani possono rinegoziare o denunciare gli accordi internazionali, le province e le colonie no: sono soggiogate al vincolo costituzionale stabilito con il paese sovrano a cui appartengono.

Credo che sia chiaro dove voglio andare a parare: le istituzioni italiane sono attualmente commissariate e non possono esprimere una linea politica rispettosa degli interessi nazionali. Aspettarsi una reazione, in queste condizioni, è del tutto illusorio.

— Fin qui, la politica. Ma è mancata, appunto, anche la reazione dei giornalisti, di solito molto sensibili alla sorte dei loro colleghi, specie se in trasferta all'estero…

— Mi limito ad un esempio: il quotidiano Repubblica ha una corrispondente a Mosca, Rosalba Castelletti, che è riuscita a commentare le presidenziali russe del 19 marzo dicendo che 56 milioni di voti per Putin erano un "obiettivo raggiunto a metà". Il giorno in cui la redazione di RIA Novosti veniva buttata all'aria e Kirill Vyshinsky tratto in arresto, la Castelletti ci informava dello sciopero della fame di un dissidente ucraino condannato a 20 anni dalla giustizia russa per aver preparato attacchi terroristici in Crimea". Ovviamente non una parola né su Vyshinsky, né sull' "eroina" Nadya Savchenko, trasformata in icona dai media quando stava in un carcere russo con l'accusa di aver ammazzato giornalisti a cannonate, ed ora dimenticata da tutti e costretta a valersi di un difensore d'ufficio ("non voglio rovinare la mia famiglia con i costi di un avvocato") mentre marcisce nelle galere di Kiev in sciopero della fame da due mesi e incastrata in un processo che puzza di trappola lontano un miglio dopo aver pubblicamente sfidato Poroshenko.

 

Questi sono gli standard della nostra informazione: la loro professionalità si riduce nell'utilizzare con un minimo di sapienza le regole della comunicazione in modo da trasmettere un messaggio ideologicamente condizionato senza incorrere (quasi mai) negli errori più marchiani in cui cascano le realtà amatoriali online (i famosi "bufalari"). Ma chiunque si sia occupato di comunicazione sa che un inquadramento malizioso dei fatti è tanto grave quanto una balla, anzi lo è di più, visto che la balla spesso è facilmente riconoscibile, l'omissione molto meno.

— Cos'è quindi l'Ucraina della "rivoluzione della dignità", dopo il sospirato "trattato di associazione", dopo l'ottenimento del "regime senza visti"?

— Un paese in cui sono cronaca quotidiana "omicidi extralegali, sparizioni con movente politico nel contesto del conflitto in Donbass, torture, prigioni in cui i detenuti vengono trattati con crudeltà che ne minacciano la sopravvivenza, arresti arbitrari, giudici non imparziali. Altri abusi comprendono diffusa corruzione governativa, censura, blocco di siti, incapacità del governo di perseguire la violenza contro giornalisti ed attivisti anti corruzione, violenza contro le minoranze etniche e le persone della comunità LGTB.". Cito un documento non certo sospettabile di partigianeria filo russa, ovvero il rapporto, pubblicato il 20 aprile scorso, dell'Ufficio per la Burocrazia, i Diritti Umani ed il Lavoro del Dipartimento di Stato USA, nel quale gli "alleati" ucraini vengono ritratti in questi, memorabili termini.

Quindi quello è accaduto non è un episodio eccezionale, è solo più grave degli altri: nessuno aveva mai pensato di imputare di un reato punito con 15 anni di reclusione un giornalista per aver fatto il suo lavoro!

— Perché questa recrudescenza proprio adesso?

— Credo che dobbiamo rispondere tenendo conto sia della situazione politica interna che di quella estera. Il giorno dell'arresto di Vyshinsky il Presidente russo Putin inaugurava il Ponte di Crimea, un evento storico, la cui grandezza è certificata dal vero e proprio esaurimento nervoso che ha provocato a tutti gli avversari della Russia, che hanno passato la giornata divorarsi il fegato perché il 15 maggio 2018 sono definitivamente svaniti tutti gli strumenti di ricatto (idrico, energetico, logistico) che Kiev aveva nei confronti degli abitanti della Crimea. Arrestando Vyshinsky il governo ucraino ha semplicemente voluto comunicare ai russi di potersi procurare altre "leve" per mantenere un potere negoziale.

Petro Poroshenko
© Foto : Press-service of the President of Ukraine
Poi c'è la chiave interna: sono certo che avrà presente Igor Kolomojsky, uno dei massimi responsabili della tragedia ucraina, ad un livello di coinvolgimento che a mio avviso lo pone alla pari di Poroshenko, Avakov e a Paruby, i suoi complici che in seguito lo scaricarono mettendo le mani sul pezzo più pregiato del suo impero, Privatbank. Ora Kolomojsky sta in Svizzera, o a Londra, e rilascia interviste ai media occidentali facendosi passare per moderato, forse cercando di placare i fantasmi che ogni notte vanno a tirargli le lenzuola. La settimana scorsa, rispondendo alle domande di Zhanna Nemtsova della Deutsche Welle ha dichiarato, in sintesi:

"Poroshenko ha solo una speranza di vincere le elezioni del 2019: impadronirsi di tutta l'informazione".

Diciamo che un giornalista scomodo che rischia 15 anni è un ottimo monito per quanti avessero in mente di opporsi alla rielezione del Presidente.

— Perché un paese che a spron battuto si autoproclama "figlio dei valori europei", limita fortemente la libertà di stampa?

— "L'Ucraina è Europa" è uno degli slogan più noti delle proteste del Maidan. Sentiamo istintivamente che in questo slogan c'è una menzogna, eppure l'insidia è più sottile di quanto non appaia a prima vista. Certo, sarebbe facile mettere alla berlina la violenza, la corruzione e il degrado che dilaga nella società ucraina, e dire che quel paese è lontanissimo dal raggiungere gli standard "europei": ma cosa otteniamo facendo questo? Convalidiamo la narrativa secondo cui l'Unione Europea rappresenterebbe un modello di democrazia, di sviluppo, di prosperità, in una parola, di civiltà, la sommità di un monte che tutti i popoli d'Europa devono faticosamente scalare. E' questa la verità? E'questo che rappresenta l'Unione Europea? A mio avviso: no e no. Questa rappresentazione non è vera in assoluto e non lo è per l'Ucraina.

— L'Ucraina è (forse) Europa, mentre cos'è allora l'Europa nei confronti dell'Ucraina?

— L'Unione Europea non ha svolto, in Ucraina, il ruolo di benevolo simpatizzante dei ragazzi del Maidan: al contrario. Germania e Polonia hanno partecipato con deliberata aggressività, ciascuna per i propri fini, al finanziamento della propaganda antigovernativa prima e delle manifestazioni poi (Lady PESC e Gianni Pittella erano sul Maidan, al pari di Victoria Nuland). L'Ucraina doveva stipulare il Trattato di Associazione, e doveva farlo in modo da essere costretta a recidere i legami con la Russia. E' per questa omissione che le sono stati scatenati contro i demoni della rivolta. Polonia e Germania, questa volta assieme alla Francia, hanno garantito la "pacifica transizione" di Yanokovich il 21 febbraio 2014 per poi rimangiarsi ogni fideiussione nel giro di una notte, riconoscendo le nuove autorità illegali ad inchiostro ancora fresco. 

— Tornando al caso Vyshinsky, per le autorità di Kiev, che pure avrebbero di che occuparsi visti i problemi economici e sociali del paese, silenziare il dissenso è l'unica cosa che conta?

— Tornando al giornalismo, la tendenza ucraina alla sospensione delle garanzie costituzionali e dello stato di diritto ed alla persecuzione di crimini di opinione (gli "psicoreati" per citare una felice intuizione di Orwell) trova un preciso riscontro nella cosiddetta civile Unione Europea, dove la lotta alle "Fake News" ed agli "Hate Speech" non è altro che un paravento per silenziare il dissenso. Le leggi che già esistono, le altre misure annunciate e le misure arbitrarie adottate contro le testate giornalistiche russe, scolpiscono una situazione che è quantitavamente, ma non qualitativamente diversa da quella ucraina.

Esiste quindi una assoluta continuità fra l'Unione Europea e l'Ucraina. L'Ucraina fa già parte del sistema Europa a tutti gli effetti. Nel senso che ne è la cavia.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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