01:04 18 Ottobre 2018
Posto di blocco dei paramilitari ucraini nel Donbass

In Donbass non si passa

© AFP 2018 / Aleksey FILIPPOV
Opinioni
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Marina Tantushyan
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Nel quarto anniversario del rogo della Casa dei sindacati di Odessa in Italia è uscito un nuovo libro intitolato “In Donbass non si passa. La resistenza antifascista alle porte dell’Europa” (Redstarpress, 2018).

Il testo è scritto a quattro mani dal giornalista Alberto Fazolo (Roma, 1979) e da Nemo, nome di battaglia del Comandante di Interunit, l'Unità internazionale operante in questa zona di guerra. Si tratta di un reportage dal fronte di lotta e di guerriglia che si è sviluppato negli ultimi anni nel Donbass, Est Ucraina, suscitando un moto di solidarietà internazionale antifascista, contro la Junta golpista e ultranazionalista di Kiev, sostenuta dall'Occidente.

Uno degli autori del libro "In Donbass non si passa", Alberto Fazolo, giornalista con alle spalle due anni di attività politica e umanitaria in Donbass, in un'intervista esclusiva a Sputnik racconta le vicende che hanno ispirato la scrittura del libro.

— Alberto, come nasce l'idea di scrivere questo libro?

— Ho trascorso due anni in Donbass, sono stato al fianco di un popolo che resiste con tenacia contro i battaglioni nazisti e l'imperialismo occidentale. L'ardore che quel popolo sta dimostrando è stata la mia musa e dovrebbe ispirare anche tutti coloro che si dichiarano antifascisti o che in qualche misura lottano contro l'imperialismo e le guerre che questo scaglia verso chi non accetta di piegarsi.

— I servizi segreti fortemente sostengono che i due autori del "In Donbass non si passa" siano la stessa persona. Potrebbe confermare oppure smentire questa versione avvolta nel mistero?

— I servizi ucraini dicono tante cose, non è che si riesce o si ha voglia di ascoltarle tutte. Ad ogni modo, la questione è irrilevante ai fini del libro, che vuole raccontare la storia in maniera oggettiva per cercare di spiegare questa guerra in occidente.

— In questi 4 anni la crisi ucraina è stata affrontato da molti autori. Cosa differenzia la vostra monografia dagli altri testi pubblicati ultimamente su questo argomento?

— Questo libro si distingue perché approccia la questione da molteplici punti di vista: del giornalista, del militante e del combattente. Per questo ha una visione più ampia e al tempo stesso più organica. La molteplicità di competenze aiuta a fare un'analisi più lucida, a far emergere le contraddizioni e a smascherare le bugie. Di molti fatti sono stato testimone o protagonista, di altri (per lo più relativi al periodo in cui non mi trovavo in Donbass) ho avuto modo di raccogliere molteplici testimonianze che talvolta forniscono versioni differenti da quelle ufficiali. Questa molteplicità di competenze è utile per narrare i fatti, ma lo è ancor di più per formulare previsioni per il futuro.Inoltre, ci tengo a precisare che sebbene non sia l'unico, questo libro è sinceramente antifascista.

— In Occidente si cerca di non menzionare questo conflitto che continua a provocare vittime, o di presentarlo soltanto come l'aggressione russa. Perché, a Suo avviso, nessuno nel mondo dell'informazione occidentale ha condannato le esecuzioni di massa a Odessa e a Mariupol, i bombardamenti lanciati contro città pacifiche e tanti altri avvenimenti sconvolgenti? A che cosa è dovuto questo silenzio mediatico?

— Nei paesi occidentali l'informazione si divide sostanzialmente in due grandi categorie: quella mainstream e quella alternativa. Questo dualismo, almeno nei termini in cui si presenta, non è fisiologico, ma patologico. Il pensiero non può essere schematizzato come principale e alternativo, non ci sono solo due opzioni, la realtà è molto più complessa. Ma qui non si parla propriamente di pensiero, ma della sua manifestazione a mezzo stampa. Ebbene, credo che nei paesi occidentali la libertà di stampa sia gravemente compromessa da alcune condizioni oggettive legate sostanzialmente all'azione degli stati e dei grandi gruppi di potere economico. Praticamente tutti i grandi media sono appiattiti sul pensiero unico atlantista, le voci critiche invece non si riescono ad ascoltare perché limitate da fattori tecnici. Fortunatamente internet aiuta moltissimo a risolvere questo problema (la migliore informazione si trova in rete) ma non è sufficiente a raggiungere in maniera adeguata la maggioranza della popolazione.

— Nel libro è stato inserito un capitolo dedicato all'Euromaidan. Lei è riuscito a trovare la risposta alla domanda cruciale: Chi ha massacrato oltre ottanta persone fra dimostranti e poliziotti riuniti a Maidan Nezalezhnosti, la Piazza dell'indipendenza di Kiev cuore e simbolo delle manifestazioni a favore dell'accordo di associazione all'Unione europea?

— Io mi occupo da molti anni di contrastare le ingerenze occidentali. Al principio del nuovo millennio mi trovavo in Jugoslavia e ho potuto seguire da vicino la prima "Rivoluzione democratica" targata Soros, che venne demandata ad un gruppo chiamato OTPOR. In quell'occasione ebbi modo di vedere nel dettaglio i meccanismi di funzionamento dell'apparato d'ingerenza. Quella storia finì come tutti ben sappiamo, ma io mi formai e misi quelle competenze a disposizione di altre vittime delle ingerenze occidentali.

Le cause dei morti di Euromaidan si dividono sostanzialmente in due categorie, quelle convenzionali e quelle non. Le prime sono quelle relative agli scontri propriamente detti, questi morti possono essere manifestanti, contro-manifestanti, poliziotti o semplici passanti; in situazioni del genere è probabile che ci siano dei morti di ogni parte, fanno parte dello scontro convenzionale. Ci sono poi i morti dello scontro non convenzionale, che afferiscono ad una condotta subdola e vigliacca dei golpisti. A Euromaidan abbiamo visto due pratiche non originali, ma ferocemente efficaci per destabilizzare il Paese. La prima è quella dei cecchini che sparavano indifferentemente sui manifestanti e sulla polizia, questi erano agenti al soldo dell'Occidente. La loro funzione era di far crescere la tensione di modo che lo scontro salisse d'intensità e peggiorasse la crisi. Oltretutto, questi lavoravano in sinergia con la stampa mainstream che era pronta a documentare i fatti alterandoli per accusare la polizia e il Governo di violenze e vessazioni contro il proprio popolo. La seconda pratica è quella di uccidere degli esponenti non famosi dei contro-manifestanti e di presentarli alla stampa compiacente come vittime della polizia. Ciò ha un duplice effetto, da un lato criminalizza il Governo e dall'altro semina il terrore tra chi si oppone al Golpe. Poi queste stesse pratiche sono usate dall'imperialismo USA contro altri paesi come il Venezuela o il Nicaragua.

— Per ricomporre la crisi ucraina l'unica iniziativa che ha avuto qualche (parziale) risultato è quello che ha portato alla sigla dei cosiddetti accordi di Minsk", — si sostiene nel vostro libro. Pensa che gli accordi di Minsk possono veramente contribuire alla risoluzione della soluzione nel sudest dell'Ucraina o almeno congelare questo conflitto?

— Con una grande assunzione di responsabilità da parte dei combattenti delle Repubbliche Popolari, gli Accordi di Minsk sono stati in grado di congelare il conflitto, ma non saranno assolutamente in grado di risolverlo. La soluzione passa necessariamente attraverso la politica, la vittoria militare non è mai sufficiente a garantire la pace. Per questo serve innanzitutto definire chi siano gli interlocutori e legittimarli nel loro mandato. A tal fine è necessario che sia dato un riconoscimento internazionale alle Repubbliche Popolari e che sia garantita loro la piena sovranità sul proprio territorio (mi riferisco in particolar modo al sistema economico che come noto, è integrato a livello globale). A quel punto, il Donbass e l'Ucraina potranno sicuramente trovare una soluzione al conflitto. Qualora invece Kiev voglia continuare sulla via dello scontro e della delegittimazione, si avvierà più rapidamente verso l'abisso.

— Il conflitto nel Donbass va avanti da oramai quattro anni e per adesso non si vede all'orizzonte una soluzione pacifica. Quali conseguenze ha avuto o potrebbe ancora avere questa guerra dal punto di vista geopolitico ed economico?

— A mio avviso è più opportuno parlare di Ucraina "al passato", o meglio parlare di "ex-Ucraina", perché il processo di balcanizzazione del Paese è ormai conclamato e irrefrenabile. La Crimea è tornata a far parte della Russia, il Donbass è indipendente e altri paesi (come Polonia e Ungheria) cercano di espandere la propria influenza all'interno di alcune regioni ucraine.

 — Come commenterebbe la notizia che l'agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale (USAID) ha appena fornito assistenza all'Ucraina con 125 milioni di dollari per lo sviluppo dell'economia del Donbass?

— Questa guerra è stata una conseguenza della manovra d'accerchiamento alla Russia operata dalla NATO, uno scenario ben noto che però ha avuto il merito di far emergere uno scontro molto meno noto: quello interimperialistico all'interno della NATO che vede contrapposti paesi UE agli USA. Qui si gioca la partita fondamentale, la UE è in grado di essere protagonista di questa vicenda, eppure continua a tenere un profilo mediocre. Io credo che se la UE prendesse delle posizioni autonome di rottura con la sudditanza agli USA, non solo si ridefinirebbero gli assetti globali, ma si placherebbero tanti conflitti che insanguinano il mondo e in particolare il Mediterraneo. In quest'ottica vanno visti gli aiuti USA: come benzina gettata sul fuoco per tenere acceso un conflitto che fa allontanare la UE e la Russia.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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Conflitto nel Donbass, crisi ucraina, NATO, USAID, Alexander Zakharchenko, UE, USA, Russia, Ucraina, Donbass
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