00:40 18 Ottobre 2018
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Lo scontro tra l'Iran ed Israele spariglia i giochi in Medio Oriente?

© Sputnik . Emin Bayramov
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Germano Dottori
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Il Medio Oriente è ancora una volta in piena ebollizione, per effetto della battaglia ormai ingaggiata da iraniani ed israeliani in Siria, del ruolo inedito che nella partita si accinge a svolgere Mosca e del ritiro degli Stati Uniti dagli accordi di Vienna.

La posta in palio è molto alta, perché sono in via di determinazione i nuovi equilibri regionali. Sarà presto ancora più chiaro il definitivo superamento degli allineamenti risalenti alla Guerra Fredda, in realtà venuti meno da un pezzo a dispetto di narrative ed interpretazioni dure a morire.

C'è stato un tempo in cui Israele, Turchia ed Arabia Saudita fungevano da bastioni dell'Occidente nell'area, mentre all'Urss guardavano i palestinesi, i siriani e gli iracheni, malgrado talvolta affiorassero tensioni tra di loro. L'Egitto era filosovietico, ma sotto Sadat cambiò campo, ottenendo come ricompensa la restituzione del Sinai. L'Iran khomeinista era sovrano, essendosi allontanato dagli Stati Uniti nel 1979 senza tuttavia entrare nell'orbita di Mosca.

Con il collasso dell'Urss, questi vincoli sono venuti meno. La relazione israelo-americana ha sperimentato fibrillazioni piuttosto significative, via via che gli interessi globali statunitensi divergevano da quelli locali dell'alleato. Già nel 2006, George Walker Bush faticò non poco a trattenere la propria indignazione per la sproporzionata reazione dello Stato ebraico agli attacchi dell'Hezbollah, dal momento che a farne le spese fu l'esecutivo diretto a Beirut da Fouad Siniora, in cui Washington vedeva un possibile faro della democrazia in Medio Oriente.

Dall'altro lato, anche la Russia ha modificato sensibilmente il proprio rapporto con un Israele nel quale gli abitanti in possesso di passaporto russo si aggirano ormai intorno al milione.

Ora i nodi vengono al pettine. L'intervento militare di Mosca è stato decisivo nel salvare Assad, che a dispetto degli aiuti garantiti da Teheran e dal Partito di Dio libanese stava per crollare nel 2015. È naturale che la Russia faccia adesso valere pienamente la specificità dei propri interessi in Siria. Tra Mosca e l'Iran si è così aperto un cuneo. E gli israeliani ci si sono infilati per condurre una campagna a bassa intensità contro le maggiori installazioni militari create dalla Repubblica Islamica sul suolo siriano, che non pare incontrare ostacoli da parte russa. La convergenza di intenti si estende anche a Washington, attualmente impegnata in un difficile esercizio di ribilanciamento dei progressi iraniani.

Completa il quadro il recente sviluppo della partnership energetica tra Mosca e Riad, che ha per oggetto addirittura il controllo dell'offerta petrolifera mondiale, da orientare in funzione dell'esigenza comune russo-saudita di favorire il rialzo dei prezzi del greggio.

Considerato lo scenario complessivo, diventa più facile comprendere la scelta di Benjamin Netanyahu di precipitarsi al Cremlino ed assistere alla grande parata del 9 maggio con la quale la Russia celebra l'anniversario della vittoria sovietica nella Seconda guerra mondiale, unico* fra i leader occidentali sulla Piazza Rossa, al fianco di Vladimir Putin.

Da tempo, peraltro, russi ed israeliani si coordinano in Medio Oriente allo scopo di evitare incidenti. Entrambe le parti sono consapevoli delle gravi conseguenze che produrrebbe uno scontro anche involontario. Non è quindi strano che dopo il raid su Hama — quello che ha prodotto una scossa da 2.4 della scala Richter — Netanyahu abbia avvertito il bisogno di informare Putin delle proprie intenzioni. Gli effetti sono stati importanti: la Federazione Russa ha infatti cancellato la programmata vendita all'Iran dei suoi più avanzati sistemi di difesa antiaerea.

Di lì a poco, Trump ha formalizzato la decisione americana di abbandonare gli accordi di Vienna e di imporre nuove sanzioni contro Teheran e ai danni di chi continuerà a fare affari con l'Iran, allo scopo di indurne la leadership ad intavolare un negoziato. L'obiettivo americano è togliere alla Repubblica Islamica quei missili che non solo sono invisi a sauditi e israeliani, ma sono anche stati il pretesto dello schieramento delle difese antimissilistiche statunitensi in Europa, considerate dalla Russia una minaccia strategica alla propria sicurezza.

Tutto, quindi, si tiene. L'interesse a contenere l'Iran — non a distruggerlo — è condiviso anche da Mosca. Gli unici a non essersene accorti sono gli europei, probabilmente perché si sono esposti troppo nel partecipare ai grandi progetti di ammodernamento infrastrutturale varati da Teheran dopo Vienna. Più che resistere al diktat, di per sé una pretesa velleitaria, gli Stati dell'Ue farebbero forse meglio a sostenere una prospettiva di rapida rinegoziazione dell'intesa con l'Iran, magari chiedendo come compensazione l'alleggerimento delle misure adottate contro la Russia. Prima si convince la Repubblica Islamica a trattare, prima si risolverà la crisi. 

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

* Alle celebrazioni del Giorno della Vittoria, il 9 maggio a Mosca era presente anche il presidente della Serbia Alexander Vucic

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Ruolo della Russia in Medio Oriente, Cremlino, Donald Trump, Benjamin Netanyahu, Vladimir Putin, Hama, Medio Oriente, Israele, Iran, Russia
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