02:07 21 Agosto 2018
Legislatori iraniani bruciano la bandiera degli Usa dopo il ritiro di Washington dall'accordo nucleare

Ritiro di Trump dall’accordo iraniano, al via nuovi equilibri geopolitici

© Foto: theiranproject.com / Hamid Rahel
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Tatiana Santi
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L’annuncio di Trump sul ritiro degli Usa dall’accordo sul nucleare iraniano ha suscitato una dura reazione da parte di Teheran e forti preoccupazioni fra i leader europei. Il successo diplomatico ottenuto nel 2015, anche con l’aiuto di Mosca, si trasforma così in un fallimento: in arrivo nuove sanzioni contro l’Iran e danni all’economia europea.

L'uscita degli Stati Uniti dall'accordo iraniano oltre a provocare danni economici all'Italia e ai Paesi che commerciano con l'Iran, potrebbe accrescere la tensione in Medioriente. Le critiche contro la decisione di Donald Trump piovono in coro dalla comunità internazionale: l'Onu, l'Unione Europea, la Russia, la Cina e la Turchia condannano la mossa del presidente americano.

Marco Lombardi, professore e direttore di ITSTIME, centro di ricerca sul terrorismo all’Università Cattolica di Milano
© Foto : fornita da Marco Lombardi
Marco Lombardi, professore e direttore di ITSTIME, centro di ricerca sul terrorismo all’Università Cattolica di Milano
Lunedì 14 maggio è previsto un vertice europeo per cercare di preservare l'accordo iraniano, a suo turno Mosca, partner fondamentale dell'Iran, ha espresso preoccupazione per le possibili conseguenze del recesso americano. Come possono cambiare gli equilibri geopolitici in seguito alla svolta di Trump? Sputnik Italia ha raggiunto per un'intervista Marco Lombardi, professore e direttore di ITSTIME, centro di ricerca sul terrorismo all'Università Cattolica di Milano.

— Marco Lombardi, qual è il suo punto di vista sull'uscita degli Stati Uniti dall'accordo con l'Iran?

— Con l'uscita solitaria dall'accordo sul nucleare con l'Iran, Trump ha mantenuto una sua promessa elettorale. Infatti, si tratta di una azione che ha un fondamento puramente ideologico, intrapresa per rompere platealmente con le scelte del suo predecessore e affermare sé stesso per il nuovo che si proclama, senza badare alla realtà del mondo che l'America sta dimostrando di non sapere guidare. L'abbandono unilaterale dell'accordo si colloca bene nel contesto della Terza Guerra Mondiale in atto, conformata al modello misconosciuto della Guerra Ibrida, che rimescola alleanze e attacca su più assi.

— Cioè?

— La minaccia di perseguire economicamente quei paesi le cui aziende non rinuncino a commerciare con l'Iran, al bando globale, segue la guerra dei dazi in corso su alluminio e acciaio, e si inserisce nei preliminari bellici che poco fa coinvolsero i colossi americani del web e delle tecnologie. L'attacco economico è correlato a quello mediatico, che ha visto concrete azioni di risposta militari e diplomatiche alle narrative sugli attacchi chimici a Duma e l'avvelenamento di Skripal. E a quello militare, in Siria dove la guerra è sempre meno proxi e, comunque, ha svelato l'impiego strumentale del terrorismo, una definizione ormai sfuggente per definire gli alleati che si confrontano sul campo. Pericolosamente ma inevitabilmente, i tre asset della guerra ibrida, quello militare, mediatico ed economico, si intersecano reciprocamente nella manifestazione dei loro effetti e la possibilità che questa triade esploda in un confronto radicale e globale è sempre più probabile.

— A quali conseguenze può portare il ritiro di Donald Trump dall'accordo?

— Il risultato di questo ritiro dall'accordo iraniano, inoltre, si inserisce perfettamente nel quadro necessario e richiesto di una revisione delle alleanze. L'America sta chiedendo ai suoi alleati di confermare il patto di rispetto, per presentarsi al mondo ancora nella sua funzione obsoleta di guida. E' quello che fece Al Baghdadi, dopo la dichiarazione di nascita del Califfato, che chiese formalmente riconoscimento della sua leadership ai diversi gruppi islamisti sparsi per il mondo, una richiesta di riconoscimento formale che, lentamente, ebbe successo. D'altra parte, l'organizzazione reticolare delle nuove alleanze è necessaria nel mondo globale impegnato nel conflitto, la contiguità territoriale tra alleati è un surplus, la geografia non si disegna sulle mappe di Mercatore.

— Nello scenario post-Daesh osserviamo quindi la formazione di nuove alleanze?

— Proprio dalla scomparsa di Daesh, come entità organizzata e strutturata sul territorio, il branco di alleati che era tenuto in piedi dalla presenza del nemico comune, è andato in pezzi e tutti mordono tutti. O quasi. In questi ultimi otto mesi, pertanto, tutte le strategie sono state proprio quelle di riconformare una rete di alleati sulla base di nuovi obiettivi ed interessi. Credo che questo sia anche l'unico risultato utile di questi mesi: purché se ne sappia approfittare.

Questo significa innanzitutto partire dal presupposto che un alleato non è necessariamente un amico, ma un partner funzionale a conseguire i propri interessi in un contesto transitorio in cui è opportuno camminare insieme. Le alleanze sono anaffettive, storiche e contingenti. Inoltre, per quanto premesso, le alleanze del passato… "ormai furono": non possono essere date per scontate e non sono "necessarie". D'altra parte l'asse americano, israeliano e wahabita che si sta formando ne è un esempio.

— Come cambieranno gli equilibri geopolitici dopo la svolta di Trump?

— In tale senso Trump sta dando una grande opportunità, senza rendersene conto perché sottostima — io spero — i suoi interlocutori, che considera incapaci di definire propri progetti indipendenti dalla presenza americana. Allo stato delle cose la tradizionale prospettiva Euro Atlantica deve dunque essere riletta alla luce degli interessi nazionali, che non sono quelli americani, aprendosi al suo fianco un'altra prospettiva, già profondamente radicata nella storia centenaria dei paesi europei, che si definisce Euro Asiatica. La Guerra Ibrida sta facendo il suo corso. È il momento di giocare le proprie carte.  

— Che cosa perde l'Europa con il ritiro degli USA dall'accordo iraniano?

— Per ora l'Europa è posta sotto ricatto per il fatto che l'America annuncia ritorsioni a chi continuerà a intrattenere rapporti commerciali con l'Iran. Dall'altra parte questa forzatura fornisce all'Europa stessa la possibilità di non dare per scontata una alleanza logorata da tempo, pertanto l'orientamento del cambiamento dipende non dalla minaccia — questa lo impone non ne definisce l'esito — ma dalla volontà politica dei Paesi membri. In questo senso la partita è aperta, può incidere significativamente sui rapporti tra i paesi europei per le possibili posizioni diverse che prendono di fronte a questo dictat. Nel complesso non sono tuttavia ottimista: non vedo i coraggiosi che ci servirebbero in questo momento a governare alcun paese del vecchio Continente.

— La Russia era uno dei Paesi garanti dell'accordo sul nucleare iraniano. Il ritiro di Trump può essere interpretato come una mossa contro la Russia? 

— Nella scacchiera multidimensionale della Guerra Ibrida una sorta di comunicazione trasversale, come questa potrebbe essere, ha il suo spazio. Inoltre, la rottura con l'Iran si inserisce nelle dinamiche del campo siriano-iraqeno come un ulteriore vulnus sfruttabile dalla coalizione israelo-saudita-americana. Parliamo adesso di una coalizione impossibile prima, l'aspetto più interessante, infatti, è la necessità di affrontare il paradosso come carattere che sollecita il cambio di ogni paradigma interpretativo per comprendere il conflitto e per gestirlo. 

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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Donald Trump, accordo sul nucleare iraniano, Iran, USA
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