05:03 18 Agosto 2018
Bandiere sul Quirinale

Questo governo tecnico s’ha da (ri)fare (e va bene anche a Di Maio e Salvini)

© REUTERS / Alessandro Bianchi
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Mario Sommossa
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Nell’infinita storia del Governo sì-Governo no Matteo Salvini puo’ essere apprezzato per la sua correttezza verso gli alleati e soprattutto verso Forza Italia. Per una volta la virtù ha coinciso con la convenienza e l’atteggiamento di lealtà tenuto dal leader del Carroccio lo ripagherà in futuro davanti agli elettori.

In realtà non aveva realisticamente altre scelte.  Se avesse accettato le pressanti offerte di Di Maio per lasciare Berlusconi e comporre una maggioranza con i 5 stelle si sarebbe trovato a fare il gregario in un Governo egemonizzato dai grillini e avrebbe dato a Forza Italia l'alibi per urlare urbi et orbi di essere stata tradita. In questo caso sarebbero anche diminuite le chance di Salvini per avere successo in una possibile OPA su Forza Italia. Inoltre non avrebbe nemmeno raccolto i frutti di quanto sarebbe stato fatto dagli scanni ministeriali poiché ogni scelta avrebbe finito per essere accreditata dagli elettori alla forza di maggioranza e non ai leghisti.

Non va, infatti, sottovalutato che Di Maio avrebbe fatto valere i voti ottenuti (e i relativi deputati), che sono circa il doppio di quelli della Lega, nel numero dei ministri o almeno nei ruoli più importanti. A nulla sarebbe valso avere un Presidente del Consiglio leghista perché ogni Ministro penta — stellato avrebbe agito in sintonia con il proprio partito con l'unico obiettivo di attribuirsi il merito delle scelte fatte. E poi, chi garantisce che, una volta rotta la coalizione di centrodestra, Di Maio avrebbe mantenuto i patti? Dopo il "tradimento" dell'accordo alle prossime consultazioni la Lega avrebbe dovuto presentarsi da sola e pur aumentando (forse) i propri voti questi non sarebbero mai stati sufficienti a superare i Cinque Stelle.

Supponiamo però che si fosse davvero costituita una maggioranza di Governo tra i due. Quali scelte fare? Le promesse elettorali sono state su entrambi i fronti così demagogiche che sarebbe stato impossibile metterle seriamente in pratica. Far saltare i conti con l'Europa per abolire la legge Fornero e per introdurre un "reddito di cittadinanza"? Far sparire tutti gli irregolari che infestano le contrade italiane? Trovare i dodici miliardi di euro (e come?) per evitare l'aumento dell'IVA che dovrebbe scattare dal primo gennaio 2019?

Luigi Di Maio
© Foto : fornita da Sergey Startsev
L'unica proposta concreta avanzata finora per trovare un po' di risorse in più riguarda il taglio dei vitalizi degli ex Parlamentari ma, a seconda delle stime, ciò porterebbe alle casse dello Stato soltanto tra i 25 e i 36 milioni. Senza contare che se ciò avvenisse, non si capirebbe perché solo agli ex Parlamentari e non anche verso tutti gli altri italiani gia' pensionati che godono di una pensione basata sul metodo retributivo e non contributivo. E che dire di quegli statali andati in pensione (percepita da subito) dopo solo sedici anni, sei mesi e un giorno di lavoro? Tutti sanno che la Corte Costituzionale molto probabilmente boccerebbe un tale provvedimento in nome dei "diritti acquisiti" e, soprattutto, del principio di equità e di proporzionalità. A proposito, che dire delle pensioni godute da tutti i membri "togati" della stessa Corte?

Se, quindi, Salvini avesse accettato l'offerta dei grillini entrambi si sarebbero trovati in grandi difficoltà, davanti a dover optare tra lo smentire gran parte di quanto promesso oppure precipitare il Paese nel gorgo dell'uscita dall'Europa e dello scatenarsi della speculazione finanziaria internazionale contro il nostro Paese.

Che dire poi di Grillo che, gia' lanciato in campagna elettorale, ripropone un referendum per l'uscita dall'euro ben sapendo che tale voto su un accordo internazionale non è ammesso dalle nostre leggi e, se svolto in maniera puramente consultiva, servirebbe solo a chi speculasse contro il nostro debito pubblico?

Ha fatto dunque bene la Lega ad attenersi agli accordi con gli alleati. Per ora… perché lo scenario futuro è ancora tutto da scrivere.

Roma
© Sputnik . Natalia Seliverstova
Mattarella ha costruito le sue consultazioni con la scelta di tempi che avrebbero impedito il tornare subito al voto. Durante il suo discorso che ha lanciato la proposta di un "Governo di garanzia" ha accennato all'ipotesi di due date per le elezioni qualora tale Governo non ottenesse la fiducia delle Camere: l'otto luglio od ottobre. La prima data è tecnicamente impossibile: per rispettare la legge sul voto all'estero occorre più tempo che per il voto in Italia e l'otto luglio è troppo vicino. Il Presidente non manderà al voto di fiducia il Governo da lui proposto prima di qualche giorno e tale voto, presumibilmente si potrà tenere nella settimana tra il 14 e il 19 maggio. Ciò significa che, in caso di sfiducia e di scioglimento delle Camere, sarebbe praticamente impossibile organizzare le consultazioni per prima del 22 o del 29 luglio. A parte che non si è mai fatto in piena estate e che si puo' votare (in Italia) solo nel luogo di residenza, si avrà il coraggio di rovinare economicamente la stagione estiva o di accettare una partecipazione molto ridotta dei votanti?

In merito alla possibilità di un voto in autunno, Mattarella ha ricordato la necessità che prima della fine dell'anno sia approvata la nuova legge finanziaria e, soprattutto, che si trovi dove recuperare i dodici miliardi utili a scongiurare l'innalzamento dell'IVA. E' ben difficile che ciò sia possibile considerato che, dopo il voto, occorrono circa venti giorni prima che le Camere s'installino. Poi bisogna votare i Presidenti, trovare una maggioranza, formare le Commissioni e distribuire le cariche. Solo allora potranno cominciare i veri lavori che però partiranno dal voto di fiducia al nuovo Governo, sempre che se ne riesca a formarne uno. Tutto lascia pensare che la maggiore probabilità vada a un voto previsto per la prossima primavera, esattamente come auspicato dal Presidente della Repubblica.

Matteo Salvini
© Foto : fornita da Eliseo Bertolasi
Esiste però anche la possibilità che Berlusconi non sia leale all'alleanza come invece lo è stato Salvini e che, se ci fossero i numeri (ipotesi tutta da verificare) sia disponibile a votare con il PD e con dei nuovi "Responsabili" il Governo di garanzia. A questo punto diventerebbe quasi certo che le votazioni non si tengano prima di febbraio/marzo prossimi. In questo caso, però, e cioè se fosse Berlusconi a "tradire" i patti con la Lega, si certificherebbe la fine dell'alleanza di centrodestra ma per colpa di Forza Italia e non dei leghisti. E allora perché votare a primavera? A Berlusconi non converrebbe più nemmeno questa scadenza e non si puo' escludere che una fiducia al Governo tecnico possa durare ben più a lungo di quanto previsto dallo stesso Mattarella.

Alla fine, indipendentemente dalle dichiarazioni di facciata, quest'ultima soluzione potrebbe andare bene a tutti: al PD e a FI che guadagneranno il tempo per cercare di ricostruire i propri consensi, a Berlusconi che spera sempre in una sentenza della Corte Europea che gli consenta di ricandidarsi, ai 5 stelle e alla Lega che potrebbero urlare dall'opposizione con voce sempre più stentorea, lasciando per di più agli altri la responsabilità di decisioni impopolari. E converrebbe anche a tutti i neoeletti parlamentari che eviterebbero di doversi cimentare in una nuova campagna elettorale e si assicurerebbero, invece, qualche mese in più di permanenza a Roma. E l'interesse dei cittadini? Questo è un fattore secondario…

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

Tags:
governo tecnico, Matteo Salvini, Luigi Di Maio, Italia
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