04:18 17 Novembre 2018
Giovani seduti sulle scale

Italia, i giovani fuori dai giochi

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Opinioni
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Tatiana Santi
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Una generazione in panchina, l’Italia è il Paese europeo con il numero maggiore di “neet”, ragazzi scoraggiati che non studiano né lavorano. Non si punta e non si investe sui giovani, che dovrebbero essere in realtà il motore e il futuro del Paese. I giovani sono fuori dai giochi.

"Bamboccioni", "mammoni", spesso l'opinione pubblica e gli stessi politici criticano la generazione più giovane, rea di non impegnarsi a trovare un'occupazione. Molti giovani si sono arresi e la famiglia effettivamente rappresenta una comoda ancora di salvezza, ma i giovani vengono supportati e orientati dallo Stato per trovare un lavoro? Il costo più alto per lo Stato sicuramente è legato alle pensioni, a mancare sono i sussidi e gli aiuti per i più giovani, ma anche gli strumenti per agevolare il passaggio dalla scuola al mondo del lavoro.

Mariachiara Bo
© Foto : Mariachiara Bo
Mariachiara Bo
Giovani che non credono più nel sistema né nell'istruzione, che il più delle volte non garantisce loro l'ottenimento di un lavoro. Ragazzi che espatriano per trovare una vita migliore altrove. L'Italia in questo modo perde delle risorse preziosissime per il proprio futuro. Che cosa ne pensano i giovani e quali misure servirebbero per uscire dallo stallo? Sputnik Italia ha raggiunto per una riflessione Mariachiara Bo, studentessa di matematica e allieva presso il Collegio Carlo Alberto di Torino, coautrice del report "Jobs Act: il mercato del lavoro due anni dopo".

— Il tasso dei cosiddetti "neet" in Italia è fra i più elevati di Europa. Non solo disoccupati, ma anche giovani inattivi e scoraggiati. Mariachiara, secondo lei qual è l'aspetto più grave di questa situazione?

— Secondo me l'aspetto più grave è l'apatia da parte dei giovani, che dovrebbero essere la generazione più motivata e trainante su cui investire, hanno grandissime opportunità nel XXI secolo. Con l'aereo possiamo andare da Mosca a Roma in poche ore, possiamo fare chiamate skype e whatsapp. Il fatto di non sfruttare al massimo le proprie potenzialità è la cosa più grave.

È grave inoltre non solo che i giovani non lavorino, ma che non studino. I giovani non credono più nella loro formazione, non credono che questa possa garantire loro migliori opportunità lavorative.

— Spesso sorgono delle situazioni assurde quando la laurea è vista dal datore di lavoro addirittura come un problema, no?

— C'è una serie di film italiani molto satirici su questo tema dal titolo "Smetto quando voglio", che parla di ricercatori non pagati dallo Stato, i quali non riescono a trovare lavoro e quindi decidono di mettere su una banda di produttori di droga. Uno dei protagonisti per essere assunto deve mentire sul fatto di non avere una laurea, mentre in realtà è laureato in antropologia.

Secondo me il problema non è tanto da parte del datore di lavoro, quanto la sovra qualificazione: c'è il rischio che una persona laureata in storia o filosofia cominci a svolgere una mansione non appropriata alle competenze acquisite durante gli studi. Il datore di lavoro dovrebbe pagarla di più, ma non può.

— Un problema evidentemente è anche l'assenza di un legame fra scuola e lavoro. Non ci sono gli strumenti in grado di supportare i giovani in questo percorso?

— Purtroppo in Italia questo nesso è molto carente. Mentre ad esempio nel sistema scolastico svizzero già dalla scuola superiore i ragazzi vengono stimolati a lavorare, in Italia manca questo aspetto. Si tende a distinguere chi lavora e chi invece studia. Per questi motivi è stata attuata nel precedente governo la riforma scolastica "La buona scuola", secondo cui si inseriva nel programma scolastico delle superiori una quantità di ore lavorative all'anno per introdurli al mondo del lavoro.

Tuttavia nelle università vi sono anche dei tirocini, lo studente è libero di scegliere se andare a lavorare in un'azienda, però tutto ciò avviene gratis. L'unico stage retribuito è quello dopo la laurea, però deve essere fatto entro i primi sei mesi. Ci sono dei passi avanti, però l'Italia sotto questo aspetto è ancora molto carente. Fra i diplomi che si conseguono in Italia molti non sono abilitanti ad un vero e proprio lavoro, quindi quello su cui punta l'istruzione è creare una forma mentis, sta poi al datore di lavoro plasmarla inserendovi nuove competenze.

— I giovani sono messi in panchina, in realtà è la generazione su cui dovrebbe puntare il Paese. I giovani si ritrovano fuori dai giochi, com'è possibile? Quali sono i maggiori rischi per il futuro dell'Italia?

— Secondo me una causa di questa situazione è anche che le famiglie sono diventate ormai un ammortizzatore sociale, quindi il giovane non va via di casa, resta in famiglia perché non può permettersi di pagarsi un affitto, di mantenere la macchina. Rimanendo in famiglia perde anche una serie di opportunità come andare a studiare all'estero o vivere altre realtà che completerebbero la sua formazione a 360 gradi. Questo perché non ci sono abbastanza incentivi e sussidi statali, oltre alla crisi economica. La congiuntura non è così banale.

Secondo me quello che perdiamo è il capitale umano, perché lo Stato spende tantissimo nell'istruzione di un singolo studente, dall'asilo fino alla scuola dell'obbligo, i docenti hanno un costo. Tuttavia questo costo anziché venire ammortizzato, è un costo quasi perso, perché molti giovani non lavorano oppure molti giovani espatriano all'estero. L'investimento che lo Stato fa non ritorna allo Stato, va ad incrementare invece il benessere di un altro Stato. Il professore Rosina studia nello specifico i neet e la categoria expat, cioè i giovani under 35 che tendono ad andare all'estero dopo aver ricevuto la formazione in Italia, dove non hanno abbastanza opportunità. Secondo me questa è la chiave della perdita di capitale umano, che penalizza l'Italia a livello nazionale, ma anche internazionale.

— Nel dibattito spesso si criticano i giovani che vengono chiamati "bamboccioni", "mammoni". In realtà molti ragazzi lasciano l'Italia e partono alla ricerca di un futuro migliore e di un lavoro. È difficile credere che il sogno dei giovani sia stare per sempre con i genitori e non potersi costruire una famiglia. Sono critiche contro i giovani fuori luogo, non crede?

— Secondo me le critiche sono fuori luogo, ma non del tutto. C'è una parte di colpa anche dei giovani, perché molti a mio avviso tendono ad adagiarsi e a vivere con mamma e papà finché possono. C'è una critica da parte delle autorità molto dura giustificata dal comportamento di singoli giovani, che sconcertati dal sistema decidono di non intraprendere decisioni audaci. Alcuni ragazzi preferiscono rimanere nella confort zone.

— Quali soluzioni possono esserci per orientare i giovani e dar loro gli strumenti necessari per trovare lavoro?

— Bisognerebbe possibilmente riorientare la spesa pubblica. Il peso delle pensioni in Italia è altissimo, se si investisse di più sui giovani anziché sulle pensioni certamente ci sarebbe più disponibilità economica per incoraggiarli e migliorare la situazione occupazionale. La chiave secondo me sono le politiche attive: creare ulteriori collegamenti fra scuola e lavoro, già dalle scuole superiori. Bisogna offrire formazione a chi ne ha bisogno e poi a chi si dimostra volenteroso di spendere delle ore per formarsi. È il mio punto di vista da studentessa, secondo me bisognerebbe investire in politiche attive e collegare meglio il mondo della scuola a quello del lavoro.

— Ora l'Italia è senza un governo. Lei è ottimista per il futuro, secondo lei il prossimo governo investirà di più sui giovani?

— Temo che purtroppo dipenderà molto dal futuro governo, perché alcuni partiti propongono politiche in termini economici molto costose. Se si investirà su quel tipo di politica, come ad esempio il reddito di cittadinanza, è vero che si garantirà per un certo periodo di tempo una cifra anche ai giovani senza lavoro, ma non consentirà loro di migliorare il proprio curriculum. Anziché ad incoraggiarli a diventare autonomi, lo Stato farà da ammortizzatore sociale.

Io voglio essere ottimista e sperare che pian piano si riesca a passare da un sistema pensionistico come il nostro ad un sistema di pensionamento autonomo nello stile inglese, dove i dipendenti sono incoraggiati a mettere da parte i soldi e investirli per avere un capitale al termine del ciclo lavorativo. Questo passaggio è molto complicato in termini economici, bisognerebbe chiedere dei soldi in prestito per coprire le spese necessarie e l'Italia non è nelle condizioni per farlo.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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Tags:
pensione, Lavoro, disoccupazione, Jobs Act, UE, Italia
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