15:28 21 Agosto 2018
Incontro tra Angela Merkel e Donald Trump alla Casa Bianca

A Washington arriva anche la Merkel, che resta con un pugno di mosche in mano

© AP Photo / Evan Vucci
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Germano Dottori
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Angela Merkel è atterrata a Washington appena poche ore dopo che ne era partito Emmanuel Macron.

Com'era prevedibile, alla visita della Cancelliera tedesca non sono stati riservati gli stessi onori protocollari concessi al Presidente francese. Si può obiettare che la circostanza sia dipesa dal fatto che la Merkel dirige l'esecutivo della Repubblica federale senza esserne il Capo dello Stato, a differenza di Macron. Ma in passato onori importanti sono stati tributati anche ad uomini politici stranieri che non erano alla testa delle rispettive nazioni: nel marzo del 2006, alla vigilia di una delle elezioni italiane più tese della storia, Bush fece ad esempio in modo che al Congresso potesse rivolgersi anche Silvio Berlusconi.

Il significato è chiaro. Mentre tra i leader degli Stati Uniti e della Francia è in atto un corteggiamento reciproco, che si spiega alla luce di un'evidente convergenza di interessi su alcuni dossier di grande importanza, tra America e Germania il barometro continua a segnale maltempo.

Non dipende da Trump, ma dalle ambizioni tedesche e dalla loro inconciliabilità con gli orientamenti di una Washington che ha sostenuto il processo di integrazione europea soltanto finché la logica della Guerra Fredda lo aveva imposto per rafforzare la coesione dell'Alleanza Atlantica. Dopo il 1989, la riunificazione tedesca e la trasformazione della Comunità economica europea nell'attuale Ue hanno cambiato il quadro. Germania ed Europa hanno iniziato ad apparire agli occhi degli americani come dei potenziali rivali, forse anche per effetto di quella narrativa europeista secondo la quale integrarsi servirebbe a contare di più nel mondo. 

Inoltre, nel corso della recessione iniziata nel 2008, su impulso tedesco e sotto l'attenta regia della Banca Centrale Europea, l'Ue ha praticato politiche di rigore che hanno rallentato anche la ripresa americana, creando qualche difficoltà alla rielezione di Barack Obama. Di qui, tra l'altro, anche le forti tensioni affiorate già nel 2012 nella relazione bilaterale con Berlino. 

Nel 2014, poi, i tedeschi hanno svolto un ruolo di primo piano nel precipitare la crisi politica in Ucraina, che in effetti non sarebbe scoppiata se la Germania non avesse assecondato i disegni di polacchi e baltici desiderosi di affrancare Kiev dall'influenza russa per portarla sotto le insegne blu dell'Unione Europea. Nelle intenzioni di Frau Merkel, l'Ucraina avrebbe dovuto essere governata da Vitali Klitschko, punto di riferimento locale della Fondazione Adenauer, e tutti ricorderanno le colorite parole dedicate da Victoria Nuland a quanto gli europei stavano facendo a Kiev prima che Yanukovich venisse costretto alla fuga.

La Germania è in forte difficoltà. Il suo rapporto con la Russia si è fatto ambiguo, commercialmente proficuo ma politicamente avvelenato dal riemergere della secolare competizione geopolitica per la determinazione delle sfere d'influenza nell'Est Europa. E gli Stati Uniti di Trump sono intenzionati a ridimensionarne la statura economica e geopolitica. 

La Casa Bianca vuole una Germania che esporti meno di quanto fa attualmente. Ma dalle ingentissime esportazioni manifatturiere dipende il benessere dei tedeschi. Di qui il deteriorarsi del clima: Angela Merkel ha tentato a Washington di ottenere per l'Europa l'esenzione permanente dall'applicazione delle tariffe su acciaio ed alluminio, solo temporaneamente concessa da Trump come gesto di buona volontà per incoraggiare gli europei a trattare. Ha fallito, esattamente come le è accaduto anche con riferimento all'accordo di Vienna con l'Iran, frutto di un negoziato al quale anche la Germania aveva preso parte e destinato probabilmente ad essere cestinato, seppure in vista di un'intesa teoricamente migliore, ma al momento del tutto incerta. 

Inizierà presto, quindi, un braccio di ferro che ben difficilmente i tedeschi potranno vincere. Non solo perché non hanno la forza negoziale statunitense, ma perché è prevedibile che all'interno della stessa Unione Europea alcuni Stati cercheranno di approfittare dell'occasione per sottrarsi all'intransigenza di Berlino.

La Francia di Macron si è candidata — apparentemente con un certo successo — al ruolo di punta di lancia dell'opposizione "comunitaria" al predominio tedesco dell'Europa. L'Italia potrebbe seguirla, se avrà un certo tipo di governo, auspicabilmente ritagliandosi anche dei margini di autonomia da Parigi.

Se e quando dazi e tariffe decretati dagli Stati Uniti diventeranno esecutivi nei confronti dell'Europa, il dibattito attuale sui costi effettivi delle sanzioni alla Russia perderà certamente vigore. Si prospettano infatti perdite economiche ben superiori. Sarà interessante notare in che modo la diplomazia americana modificherà la propria narrativa per piegare la Germania senza troppo danneggiare i suoi partners. Le servirà molta fantasia.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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visita, Donald Trump, Angela Merkel, Germania, USA
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