09:44 21 Novembre 2018
A woman holds a placard reading censorship as she takes part in a demonstration called by the Dignity Marches platform against the new public security law, dubbed ley mordaza (gag law), in Madrid on January 25, 2015

Europa, lotta alle fake news o prove di censura?

© AFP 2018 / DANI POZO
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Marco Fontana
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La Commissione Europea vuole lanciare un forum che riunisca varie piattaforme web, l’industria della pubblicità, i media e la società civile per vagliare insieme il materiale che circola in rete.

Tale forum ha il compito di delineare un codice sulle pratiche alle quali i social network (Facebook in testa) dovranno adeguarsi, e poi valutere se queste misure saranno risultate efficaci. Ora, le linee guida che verranno fissate dall'Europa contro le "fake news" dovrebbero far sorgere nei cittadini una semplice domanda: si tratta davvero di un impegno contro la disinformazione oppure è un modo delicato di imporci la censura?

La Commissione vigilerà sulla produzione di materiali "clickbait", cioè quei contenuti il cui scopo principale è attirare il maggior numero possibile di lettori, per generare rendite pubblicitarie online. Insieme ai social stessi, si dovranno ridurre le opzioni di selezione del pubblico per il marketing politico, saranno attivati strumenti comodi per gli utenti qualora vogliano segnalare le fake news, si cercherà di assicurare la trasparenza dei contenuti politici sponsorizzati e di aumentare gli sforzi per chiudere i profili falsi e identificare i bots che diffondono disinformazione. È un'iniziativa lodevole, dunque chissà che non inizino dal profilo falso di Falcone, che avevo già segnalato in un precedente  articolo!

Ai compiti a casa per i gestori dei social, si aggiunge il lavoro della Commissione che finanzierà la "costruzione" entro settembre di una rete europea indipendente di fact-checker e di una piattaforma sulla disinformazione. Bruxelles provvederà infine a lanciare un bando per finanziare l'informazione di qualità.

Sulla carta, codesto imponente apparato di misure è nobilissimo, peccato che il commissario UE alla sicurezza Julian King lo abbia accompagnato con una dichiarazione così: la dottrina militare della Russia riconosce esplicitamente la disinformazione nella sua strategia di guerra. Ed ecco che esce subito fuori la reale natura di quest'opera: una strategia militare.

Laddove King pensa vi siano attori esteri dietro al fenomeno delle fake news che tentino di destabilizzare la società (parole sue), allora è evidente che l'intelligence euroatlantica abbia studiato delle contromosse che non hanno nulla a che fare con la difesa della libertà di stampa. Mette i brividi il pensiero che l'UE lanci un bando di finanziamento per l'informazione di qualità. Lorsignori ci dicano, di grazia, che cosa intendono con "informazione di qualità"? Forse è quella prodotta dagli uffici stampa dei vertici europei? O quella aggiustata dalle aziende che si sostenterrano con le commesse statali e che per sopravvivere invieranno quindi le notizie congeniali agli interessi della Commissione?

Il bombardamento in Siria ci dovrebbe seriamente far riflettere sul livello a cui si trova la libertà di stampa in Occidente. I telegiornali italiani non hanno mostrato nemmeno uno dei filmati che la Russia ha prodotto come prova della costruzione dell'attentato a Douma. Non chiediamo ai media nazionali di prendere posizione: chiediamo solo di dare le notizie, tutte, lasciando ai cittadini la possibilità di valutare i fatti. Un premio Pulitzer è intervenuto sull'argomento e persino un mostro sacro della musica come Roger Waters ha svelato la truffa dei Caschi Bianchi durante un concerto, ma le grandi firme della stampa fanno spallucce. I media italiani hanno imbavagliato e silenziato le voci sul campo, quelle che denunciano i bombardamenti contro uno Stato sovrano.

Senza alcuno scrupolo nè etico nè professionale, i giornali a tiratura nazionale non dicono che le fonti del presunto attacco chimico provengono proprio da quei Paesi che avevano attaccato l'Iraq con una scusa analoga: e fu una scusa, esatto, solo una scusa, costruita ad arte e smascherata dopo qualche anno. I politici europei, dovo aver accettato serenamente di essere spiati e controllati dal governo americano (mentre attendiamo le lacrime di coccodrillo di Obama sullo stile di Tony Blair), ora vogliono dirci come distingure il vero dal falso su Internet. Più il Legislatore è preso dalla voglia di mettere paletti all'informazione sul web, più il cittadino dovrebbe allarmarsi e ripetere alla nausea l'eterna domanda: chi controlla i controllori? 

Per quanto mi riguarda, che si tratti di voler imporre la censura di Stato viene comprovato da quanto sta avvenendo in Gran Bretagna. Dopo il grottesco caso Skripal, la pietra di inciampo per la libertà di stampa anglosassone è data dal piccolo Alfie Evans. La Merseyside Police, in un suo post su Facebook ha ammonito così gli internauti britannici: Abbiamo rilasciato una dichiarazione questa sera per rendere noto alla gente che i post sui social media che riguardano  l'Alder Hey e la situazione di  Alfie Evans saranno monitorati e passibili di azione legale. Che si traduce con: le opinioni contrarie al pensiero unico non sono gradite, perciò state bravi o cominceremo a bastonarvi. La Psicopolizia entra in azione: sono tempi sempre più bui per l'Europa, ma noi non dobbiamo tacere. Diremo quello che pensiamo, nonostante le minacce e le accuse che arriveranno dagli ipocriti e dai conformisti.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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fake news, Commissione Europea, UE, Siria
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