21:13 18 Novembre 2018
Giornalisti ed ispettori dell'OPAC visitano Douma, Siria

La guerra in Siria: e l’Italia cosa farà?

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Marina Tantushyan
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Il Centro Studi Politici e Strategici Machiavelli ha pubblicato un nuovo dossier “La guerra in Siria: analisi di scenario e interessi nazionali italiani” dedicato alla crisi siriana e alla linea di condotta che dovrebbe mantenere l'Italia.

Daniele Scalea
© Foto : fornita da Daniele Scalea
Daniele Scalea
Il report del Centro ripercorre le cause scatenanti della guerra civile siriana e le azioni dei principali attori interni ed esterni, con particolare riguardo per Russia, Iran e Stati Uniti d'America. La loro condotta è messa in relazione col pragmatico perseguimento di finalità di potenza. Secondo questa interpretazione, anche l'ultimo raid aereo di Usa, Francia e Gran Bretagna risponde, più che al tentativo di porre fine all'uso d'armi chimiche, alla volontà di porre pressioni su Mosca per avere voce in capitolo nella risistemazione della Siria. Coerentemente anche l'Italia, si sostiene nel report, dovrebbe perseguire in primo luogo i propri interessi nazionali in Siria.

"Mentre varie potenze cercano di ritagliarsi una sfera d'influenza e proteggere i propri interessi in Siria, anche l'Italia dovrebbe badare al proprio interesse nazionale. Il nostro Paese non ha velleità di espansione o egemonia, ma non può far fronte alla destabilizzazione della Siria nè tanto meno della regione. Il flusso immigratorio incontrollato e l'offensiva terroristica in Europa sono esempi delle ricadute negative che pesano su di noi", si legge nel report

Per un approfondimento Sputnik Italia si è rivolto all'analista del Centro Studi politici e strategici Machiavelli Daniele Scalea.

— Il 14 aprile 2018 USA, Francia e Gran Bretagna hanno effettuato incursioni aeree contro obiettivi del Governo siriano appoggiato da Iran e Russia. Mission Accomplished, ‘missione compiuta', ha twittato Donald Trump dopo l'attacco con cui questi tre paesi hanno voluto punire il presunto uso di armi chimiche in Siria da parte del regime di Bashar al-Assad. Di quale missione sta parlando il presidente degli Stati Uniti?

— Formalmente Trump fa riferimento alla famosa "linea rossa" a suo tempo fissata dal predecessore Obama, e che certo in linea teorica si rifà a un principio morale ampiamente condivisibile: chi potrebbe non condannare l'uso di armi chimiche, tanto più dal momento che la Siria è ora firmataria della Convenzione per la loro messa al bando? Proprio gli USA si fecero promotori di quest'adesione sotto la minaccia di uso della forza. I due raid aerei ordinati da Trump hanno entrambi seguito presunti attacchi chimici da parte delle forze di Assad.

Tuttavia, bisogna considerare alcuni altri fatti. Il primo è che i casi di utilizzo d'armi chimiche sono in diminuzione ed è difficile accertarne le responsabilità. Sul famoso caso di Khan Shaykoun che l'anno scorso portò al primo raid di Trump, la Commissione d'Inchiesta dell'ONU ha accusato Assad, ma il team investigativo dell'Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche ha ritenuto insufficienti le prove. In secondo luogo, sarebbe ipocrito ridurre tutta la violenza della guerra civile siriana al solo uso di armi chimiche, per quanto illegale e odioso. Tutte le parti si sono macchiate di violenze e crimini di varia natura. Ritengo che il movente principale dell'azione americana sia quello di rimarcare il proprio peso militare, così che Washington sia tenuta in maggior conto da Mosca quando promuove negoziati sulla Siria.

— Si sostiene nel report che il conflitto in Siria, esploso sulla base di contraddizioni interne al Paese, è presto divenuto un'estensione di rivalità regionali e internazionali, tra le quali spiccano quelle tra USA e Russia, Iran e Israele, Iran e Arabia Saudita, Turchia e movimento nazionale curdo. Quali conseguenze potrebbe avere questo conflitto sugli equilibri mondiali?

— Il conflitto siriano ha già, ad esempio, conferito alla Russia un inedito ruolo di broker di accordi in Medio Oriente, con Mosca impegnata a mediare tra l'Iran, la Turchia, Israele e l'Arabia Saudita. E' questa una delle evenienze più sgradite agli USA, che l'hanno comunque resa possibile con una linea di condotta a lungo attendista in Siria, omaggio alla dottrina del "leading frond behind" obamiana. La vittoria in Siria potrebbe inoltre garantire all'Iran un solido corridoio di comunicazione e influenza che giunge fino alle coste mediterranea in Libano passando per Iraq e Siria. Ciò darebbe a Tehran inedite capacità di proiezione rispetto a Israele, che non a caso non è rimasta a guardare ma ha frequentemente attaccato posizioni di Hizballah in Siria.

L'indipendenza de facto dei Curdi in Siria, stanti i legami tra PYD e PKK, rappresenterà un fattore di destabilizzazione per la Turchia. Non possiamo infine dimenticare quanto i vari movimenti jihadisti abbiano beneficiato della guerra siriana, sebbene oggi abbiano tutti subito sonore sconfitte. Il conflitto siriano non sarà certo decisivo per le sorti del mondo, ma può spostare in maniera sensibile certi equilibri, e in parte lo ha già fatto. La sua importanza storica potrebbe raggiungere quella della guerra in Afghanistan negli anni '80.

— Secondo un sondaggio commissionato da Ispi — Istituto per gli studi di politica internazionale e Rainews24 condotto da Ipsos su un campione di oltre mille interviste tra il 17 e il 19 aprile, Il 54% degli intervistati, dunque, si è dichiarato contrario all'intervento, la maggior parte di loro (43%) perché teme una escalation militare e pensa che il rischio sia quello di provocare un allargamento del conflitto invece che portare a una sua risoluzione. Condividi questa posizione? Il Governo Gentiloni ha fatto bene ad allontanarsi dalla posizione di Trump? 

— Sebbene sia difficile immaginarsi un'escalation militare che contrapponga USA e Russia, quella cui stiamo assistendo è un'escalation diplomatica tra le due potenze. Per procura, essa si fa anche militare. Mosca ha cercato e in parte raggiunto una quadra sulla Siria: la vittoria militare di Assad accompagnata però da negoziati internazionali che garantissero e cercassero di coniugare gli interessi di Curdi, Turchia, Iraniani, Israeliani e Sauditi. Gli USA erano i grandi esclusi e cercano di rientrare nei giochi ma, facendo ciò, danno uno scossone all'edificio faticosamente e solo parzialmente edificato da Putin. In tal senso, il conflitto se non s'allargherà (è già sufficientemente ampio…) rischia di complicarsi e trascinarsi per più tempo, perché l'equazione per risolverlo si aggiunge di una nuova incognita.

— Nel vostro dossier si sottolinea in particolar modo l'importanza di incentivare il dialogo tra USA e Russia, "affinché si trovi una soluzione di compromesso che ponga fine alla guerra e scongiuri ogni escalation". Che ruolo possa esercitare a questo proposito l'Italia, che gode di una tradizione di mediazione tra Mosca e Washington (come simboleggiato dal Vertice di Pratica di Mare del 2002) per tenere aperto il dialogo tra l'Occidente e Mosca?

— L'Italia non è una grande potenza militare, è vero, ma rimane un Paese di un certo rilievo economico e, potenzialmente, anche diplomatico. In qualità di membro della NATO, dell'UE e dell'OSCE (di cui sarà presidente di turno nel 2019) può certo giocare un suo ruolo nel reindirizzare le strategie della NATO — oggi focalizzate in senso anti-russo — e favorire in genere il dialogo. Del resto, malgrado la presenza (soprattutto tra giornalisti e letterati) di vocianti sostenitori di una nuova "Guerra Fredda" contro Putin, dipinto come una sorta di tolkeniano "Signore Oscuro", non solo l'opinione pubblica ma anche i quadri dirigenti e la comunità di esperti delle relazioni internazionali è in maniera nettamente preponderante favorevole a dialogo e cooperazione con Mosca. 

— Quali sono gli strumenti che ha l'Italia oggi a sua disposizione per raggiungere questo complicatissimo scopo, visto che il paese fino ad oggi non è ancora riuscito neanche a formare un governo?

— Questa è purtroppo la grande nota dolente. Senza un governo, o con un governo ma senza una chiara strategia, non si può pensare che l'Italia possa fare o contare alcunché. Se il Centro-Destra, che è la parte più coscientemente orientata alla cooperazione con la Russia, rimanesse fuori dal governo, lo stesso varrebbe per questa direttrice di politica estera. Il PD è anch'esso convinto della necessità di distensione con Mosca, ma — come dimostrato nel corso della passata legislatura — non è certo disposto a fare la voce grossa in sede NATO o UE. Inoltre vede Putin come un nemico ideologico, da tollerare ma in nessun caso da amare. Il M5S oscilla tra dichiarazioni di ortodossia euroatlantica — che farebbero supporre un allineamento alla linea anti-russa — e un generico pacifismo che può certo frenare su certe azioni militari, come quella in Siria, ma non promuovere una coerente strategia di avvicinamento alla Russia.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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Conflitto in Siria, Siria, Italia
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