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    La bandiera dell'Iraq

    Elezioni in Iraq, trovare una maggioranza sarà peggio che in Italia

    © AP Photo / Khalid Mohammed
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    Mario Sommossa
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    Da qualche settimana in Iraq è cominciata la campagna elettorale per le elezioni nazionali che si terranno il 12 maggio.

    Gli eletti saranno 329 e la maggioranza richiesta è di 165 seggi. I problemi sul tavolo di quello che sarà il prossimo Governo sono tanti e particolarmente delicati: gli attentati attribuibili (e a volte rivendicati) all'Isis continuano, seppur concentrati in poche aree del Paese, la conflittualità intra-araba tra tribù sunnite e sciite, le forti tensioni con la minoranza curda e i pessimi rapporti diplomatici con il vicino turco, arrivati quasi allo scontro militare dopo le minacce di Erdogan di sconfinare verso Sinjar per distruggervi le enclave curde del PKK.

    Il Primo Ministro uscente, lo sciita Haydar al-'Abadi, si è dimostrato finora capace di far fronte ai conflitti interni tra le varie fazioni ed è perfino riuscito a recuperare credibilità dalle comunità sunnite, emarginate e vittime delle persecuzioni del suo predecessore Nuri al-Maliki. Minor successo lo ha ottenuto nel rapporto con i curdi, con i quali ha cercato di giocare sia il bastone che la carota, senza però appianare la contrapposizione storica che li separa. Da parte loro, i curdi, forti dei successi militari contro i terroristi dell'Isis e le migliaia di morti sacrificati, avevano lanciato lo scorso settembre un referendum per l'indipendenza da Baghdad che aveva ottenuto uno schiacciante voto popolare a favore.

    A seguito di quel risultato l'allora Presidente della Regione Autonoma Curda, Massoud Barzani, aveva ufficializzato la volontà di totale indipendenza e ciò aveva spinto Baghdad a inviare truppe irachene per la riconquista dei territori che i curdi avevano occupato dopo averne scacciato l'Isis. Con il consenso della comunità internazionale ne erano subito seguiti una serie di provvedimenti economici e amministrativi quali la chiusura degli aeroporti e dello spazio aereo sul territorio della Regione, il blocco quasi totale delle frontiere con gli Stati confinanti e del transito di petrolio verso i mercati mondiali, la cessazione totale dei contributi in denaro elargiti — secondo Costituzione — dal centro al Governo di Erbil. Tutti questi provvedimenti oltre a acuire le tensioni intra-curde avevano messo in ginocchio le finanze e la vita quotidiana di tutti gli abitanti della Regione Autonoma.

    Alle prossime elezioni i partiti di ispirazione sciita saranno almeno quattro. Il favorito è quello guidato dal primo ministro uscente Al-'Abadi, Alleanza per la Vittoria, che si presenta come un partito di mediazione sia verso i conflitti interni che nei rapporti internazionali. Nonostante non possa negare l'influenza iraniana, una sua vittoria non dispiacerebbe nemmeno agli Stati Uniti e perfino l'Arabia Saudita ha accettato di riaprire con lui qualcosa di più dei semplici rapporti diplomatici. Il partito che qualcuno suppone come possibile secondo nei consensi è quello guidato da Nuri Al-Maliki ed è una coalizione di gruppi minori che va sotto il nome di Stato della Legge. L'influenza iraniana su tale formazione è ancora più forte che sulla precedente e, sull'onda quanto fatto da Al-Maliki durante il suo premierato, si tratta di una formazione settaria che ha marginalizzato le tribù sunnite fino a spingerle nelle braccia dell'Isis.

    Una terza formazione principalmente sciita ma alleata anche con il locale partito Comunista è l'Alleanza dei Rivoluzionari per la Riforma. Il suo leader è Muqtada Al Sadr. Si tratta di un gruppo nazionalista, contemporaneamente anti americano e anti iraniano, che riuscì a mobilitare un ingente numero di manifestanti contro la corruzione imperante nel Paese. Pochi mesi fa, le loro proteste che miravano ad ottenere anche un rimpasto di governo arrivarono addirittura all'interno della "zona rossa" ed a occupare il Parlamento. L'idea di un rimpasto di governo in funzione anti settaria e anti corruttiva apparteneva allora anche al Primo Ministro Al-'Abadi che non riuscì però a realizzarla a causa di una forte, e trasversale, opposizione dentro il Parlamento.

    Il quarto partito sciita è l'emanazione delle varie milizie armate, sponsorizzate dagli iraniani, che si batterono contro l'Isis. Sono il gruppo probabilmente più eterodiretto da Teheran e il loro leader è Hadi Al-Amiri.

    Il partito che nelle scorse elezioni si era classificato terzo sotto la guida dell'influente Ammar al-Hakim, l'Alleanza Cittadina, ha abbandonato la sua vocazione islamista (era il Concilio Supremo Islamico dell'Iraq) e si è trasformato in un movimento laico chiamato Movimento della Saggezza Nazionale portando con sé 24 dei precedenti 29 parlamentari. Esiste anche un altro partito dichiaratamente laico e fortemente anti settario: si tratta dell'Alleanza Civilizzata con a capo Faiq Al Sheikh Ali.

    I sunniti saranno ufficialmente rappresentati dal partito Unificatori per la Coalizione Riformista con a capo un ex presidente del Parlamento: Osama Al-Nujaifi. In teoria dovrebbe raccogliere la maggioranza dei voti confessionali sunniti e in un futuro governo potrebbe appoggiare la riconferma a Primo Ministro di Al-'Abadi.

    Un partito dichiaratamente anti settario e composto sia da sunniti che da sciiti è La Lista Nazionale con a capo Iyad Allawi. Sono propugnatori di un nazionalismo moderato che superi le divisioni tribali e religiose in nome dell'unità irachena.

    Iraq
    © REUTERS / Alkis Konstantinidis/File photo

    Nonostante l'ex presidente Massoud Barzani auspichi che nel futuro parlamento gli eletti curdi possano costituire un unico gruppo compatto, anche i curdi si presentano divisi alle elezioni. Il partito favorito è quello dello stesso Barzani e del nipote Nechirvan che presenta un'unica lista con il PUK che fu di Jalal Talabani. Con loro ci sono liste minori rappresentanti gruppi cristiani e una parte degli islamici. A puntare sul voto curdo però ci sarà anche un altro raggruppamento che riunisce due formazioni che, in tempi diverse, si erano scisse dal partito di Talabani piu' altre formazioni islamiche curde. Questa lista si presenta sotto il nome di: Coalizione per la Democrazia e la Giustizia (o Madrepatria). Delle due, la prima ha annunciato di voler boicottare il voto nel distretto di Kirkuk (12 seggi) perché' "sotto occupazione militare" dopo l'arrivo dell'esercito iracheno e delle brigate filo iraniane.

    Allo stato dei fatti, nessun partito (oltre a quelli menzionati se ne presenteranno anche altri minori, con piu' o meno forti radicamenti locali) sembra essere in grado di raggiungere da solo la maggioranza necessaria per governare e, come nel passato, una qualche alleanza sarà necessaria.

    Il risultato di queste elezioni non interessa solamente i cittadini iracheni perché la vittoria dell'uno o dell'altro o dell'altro ancora non mancherà di avere conseguenze sul posizionamento dell'Iraq negli equilibri dell'area e nei rapporti di forza internazionali. 

    L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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    Elezioni, Iraq
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