07:50 18 Ottobre 2018
From left: Russian President Vladimir Putin, South African republic President jacob Zuma, Indian Prime Minister Narendra Modi, Chinese President Xi Jinping and Brazilian President Michel Temer seen at the BRICS leaders' meeting with BRICS Business Council members, September 4, 2017

Un BIS riuscito male senza Russia e Cina

© Sputnik . Grigoriy Sisoev
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Mario Sommossa
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Fino a poco tempo fa si parlava dei Brics (fortunato acronimo di Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) come di un gruppo di Paesi destinati a costituire, nel loro insieme, la nuova guida mondiale che dovrebbe sostituire la supremazia economica e politica fin qui esercitata da Stati Uniti ed Europa. Ipotesi svanita, almeno per ora.

Mentre Cina e Russia, pur con i rispettivi problemi (la prima un forte indebitamento pubblico e privato, la seconda alle prese con il basso livello dei prezzi di gas e petrolio), continuano ad essere due potenze in costante espansione, gli altri tre stanno soffrendo crisi tali da farli retrocedere al livello di Paesi ancora in via di sviluppo.

Dopo due anni di marcata recessione, il Brasile aveva realizzato nel 2017 una crescita dello 0,7 percento lasciando sperare che il peggio fosse passato. Oggi, tuttavia, sta soffrendo una crisi di identità e di moralità pubblica, cose che sembravano soltanto un retaggio del passato. Assieme al Messico, vanta un record di morti ammazzati che si avvicina a 70.000 l'anno e un numero di detenuti che arriva quasi al milione (su circa 200 milioni di abitanti). Il Parlamento al suo interno ha così tanti indagati per corruzione da far sembrare quello italiano un'assemblea di catecumeni. Le due maggiori multinazionali brasiliane sono oggetto di scandali corruttivi intrecciati con il potere politico e sono ormai percepite in tutto il mondo come qualcosa da evitare assolutamente per non rimanere contaminati perfino attraverso un semplice scambio epistolare. I due ultimi Presidenti, il famoso Lula Da Silva e la sua pupilla Dilma Roussef, sono l'uno in carcere condannato a 12 anni per corruzione e ricettazione e l'altra sotto processo e costretta ad abbandonare la carica dopo alcune partecipatissime rivolte di piazza. Anche quello attualmente in carica, tale Michel Temer che riveste l'incarico solo per essere stato il vice della Roussef, è conosciuto per essere particolarmente spregiudicato verso la cosa pubblica, tanto che un sondaggio locale certificava che l'89 % degli intervistati lo avrebbe voluto sotto processo. Fatto che non è avvenuto solo per un voto parlamentare (sospettato essere stato oggetto di compra-vendita) che lo ha salvato (per ora).

Il Sud Africa non è da meno. L'ex Presidente Zuma, eletto per ben due volte nel 2009 e nel 2014 si è dovuto dimettere nel febbraio 2018 dietro le accuse di avere personalmente sottratto molti milioni di dollari alle casse dello Stato. Per spiegare il livello intellettuale dell'uomo basta citare un aneddoto che lo riguarda: qualche anno fa fu accusato di stupro da una delle sue segretarie, sposata, madre e ammalata di AIDS. Interrogato durante il processo sul fatto se sapesse della malattia di cui soffriva la donna, rispose di saperlo ma che, dopo il coito, si era lavato quasi subito. A proposito di AIDS, il Paese ha il record mondiale dei malati arrivando a più del 10% della popolazione. Ciò nonostante, vanta anche il record del maggior numero di violenze sessuali (132 ogni 100.000 abitanti) ed un altissimo tasso di omicidi.  Il presidente che ha sostituito Jacob Zuma proviene da quello stesso African National Congress che fu del grande Mandela ma di quel premio Nobel per la pace non ha proprio nulla e così niente resta della volontà di serena convivenza tra bianchi e neri che fu la parola d'ordine del Sud Africa post apartheid. L'economia è un disastro e la disoccupazione è arrivata al 40%. Il consenso elettorale per l'ANC è in crollo verticale e, per tacitare le critiche e fare dimenticare il crescente divario tra i neri ricchi e neri affamati, il nuovo capo dello stato, Cyril Ramaphosa, ha promesso che la miseria sarà eliminata confiscando le terre che sono ancora proprietà dei bianchi. Per immaginarne le possibili conseguenze basta ricordare che tale operazione fu applicata dal dittatore dello Zimbabwe (ex Rhodesia) con il risultato di costringere la maggior parte dei bianchi ad andarsene dal Paese e far diventare poverissimo un Paese che fino a poco prima navigava nelle ricchezze (almeno come prodotto nazionale lordo). Nonostante l'abbondanza di materie prime e di paesaggi da sogno, cose che potrebbero far pensare al Sud Africa come un potenziale paradiso, vivere in quel Paese oggi è più simile ad un inferno: sia i bianchi che i negri benestanti sono costretti a proteggere le proprie abitazioni con muri, reticolati e guardie armate se vogliono essere certi di risvegliarsi il mattino ancora vivi e sicuri.

Tra i BRICS "minori" anche l'India non se la cava troppo bene. L'elezione, nel 2014, del primo ministro Narendra Modi, già carismatico ed efficientissimo primo ministro dello Stato del Gujarat, aveva lasciato sperare che il rilancio dell'economia da lui già realizzato nello stato d'origine si sarebbe potuto estendere a tutto il paese. Inoltre, poco dopo la sua elezione e pur provenendo lui da un partito politico nazionalista, aveva promesso di voler tutelare tutte le minoranze fossero etniche o religiose. Contrariamente a quanto annunciato e, probabilmente, contro la sua stessa volontà gli scontri interetnici e religiosi hanno ripreso vigore e costituiscono oggi una costante quotidiana che minaccia fortemente la pace sociale. Dal punto di vista economico l'India è un Paese a macchia di leopardo e, mentre alcuni stati godono di un benessere relativamente diffuso, altri hanno popolazioni che vivono ancora in estrema povertà. Il pericolo maggiore però per un Paese abitato da più di un miliardo e trecento milioni di persone, composto da 29 Stati federati e 7 Territori, diviso in duemila gruppi etnici che parlano quattrocento lingue di cui ventidue ufficialmente riconosciute nella Costituzione, è la possibilità di una ulteriore e ancora più profonda frammentazione. Nel 2001 furono creati gli ultimi quattro nuovi Stati, ma le ineguaglianze crescenti stanno spingendo almeno altre dodici comunità a chiedere esse stesse il riconoscimento di Stato federato. A volte, queste spinte centrifughe si devono a criteri socio-economici, altre volte sono frutto di un particolarismo etno-linguistico. Questo ultimo è il caso, ad esempio, delle popolazioni che abitano nella parte est dell'India ai confini con la Birmania, con il Butan e con la Cina. Si tratta di minoranze quali, ad esempio, i Bodo attualmente inclusi nello stato dell'Assam e che contano poco più di un milione di persone. Costoro hanno una propria religione autonoma, una propria lingua e hanno dato vita ad un gruppo armato che con vari attentati hanno già causato un centinaio di morti. Anche i famosi Gurkha, già corpo scelto nell'esercito britannico ai tempi della colonizzazione, chiedono totale autonomia dallo stato del Bengala occidentale e lo fanno da tempo con scioperi e manifestazioni violente.

Ragioni puramente socio-economiche, invece, sono quelle invocate da minoranze che attualmente vivono a cavallo di due o più altri Stati della federazione e le loro richieste mirano soprattutto a mantenere per sé le ricchezze già in loro possesso e che non vogliono spartire con altri. È il caso, ad esempio, delle regioni del Purvanchal, del Harit Pradesh e del Bundelkhand nel centro nord dell'India, dl Saurashtra nell'ovest e del Kodagu nel sud.

Chi ritiene che le lotte interne indiane si limitassero solo agli scontri tra indù e mussulmani si sbaglia. Nonostante si fosse cercato di realizzare la suddivisione amministrativa interna in base alle appartenenze linguistiche, i motivi di frattura sono così numerosi e storicamente fondati da rendere vieppiù difficile ipotizzare che l'India possa restare uno Stato Federale unitario anche lungo i decenni a venire.

In conclusione, che nuovi Stati e nuove potenze possano nel futuro piu' o meno prossimo giocare nel panorama mondiale un ruolo molto maggiore che nel passato, magari soppiantando l'attuale egemonia "occidentale", è più che verosimile. Tuttavia, che il punto di partenza di queste nuovi equilibri siano o possano essere i BRICS nel loro insieme sembra, ad oggi, piuttosto improbabile.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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crisi economica, Michel Temer, Luiz Inácio Lula da Silva, Dilma Rousseff, Narendra Modi, Xi Jinping, Sudafrica, Brasile, Spagna, USA, India, Cina, Russia
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