20:26 22 Aprile 2019
Bombardamenti coalizione anti-ISIS a Kobani, Siria

Situazione fluida dopo i bombardamenti in Siria

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Germano Dottori
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Le prospettive del dialogo russo-americano, le ambizioni della Francia, la situazione a Roma.

Raid occidentali contro Damasco
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A distanza di alcuni giorni, è forse possibile valutare in modo più sobrio cosa è veramente successo in Siria il 14 aprile scorso e subito dopo. Dopo aver perfezionato tutti i preparativi occorrenti all'effettuazione di una campagna aero-missilistica prolungata, gli alleati si sono accontentati di una salva di missili da crociera di varie tipologie lanciati da piattaforme statunitensi, francesi e britanniche. Le dimensioni dell'attacco sono rimaste entro limiti molto ragionevoli, poiché anche se è arrivato sul suolo siriano il doppio dei razzi dello scorso anno, nessuno sembra essersi fatto male.

Si è certamente trattato di un uso della forza a fini dimostrativi, perché se obiettivo dichiarato era quello di effettuare una vera rappresaglia nei confronti di Bashar al Assad, occorre sottolineare che il Presidente siriano non ha sofferto alcun danno personale o patrimoniale. Lo stesso può dirsi delle forze di cui dispone, lasciate sostanzialmente indisturbate, dopo aver completato la conquista della regione di Ghouta proprio mentre si attendeva che gli Alleati dessero corso alle loro minacce.

Si sono registrati peraltro alcuni movimenti significativi di uomini e mezzi, perché i siriani hanno cercato di radunare i loro apparecchi nelle basi protette dalle difese anti-aeree russe, mentre si ha notizia di un ripiegamento delle milizie dell'Hezbollah verso il Libano, dove sembra che servano in vista di possibili scontri con Israele.

Non è chiaro cosa abbia indotto americani, francesi e britannici a tornare sui propri passi. Ma è possibile che si sia voluto contenere al minimo il rischio di provocare incidenti suscettibili di provocare un'escalation pericolosa delle tensioni tra Stati Uniti e Federazione Russa. Ci sono voci insistenti secondo le quali a raffreddare gli animi abbiano concorso per primi gli uomini del Pentagono, consapevoli delle gravi conseguenze di eventuali errori, trovando interlocutori attenti nelle controparti russe.

Ma è altrettanto possibile che il vero obiettivo dello showdown fosse proprio la volontà del Presidente Trump di archiviare il pregiudizio antirusso cui si è a lungo informata la politica estera e di difesa degli Stati Uniti.

Sotto questo punto di vista, gli oppositori del tycoon hanno certamente messo a segno un successo, posto che per la prima volta l'inquilino della Casa Bianca ha apertamente insultato quello del Cremlino. Su questo risultato hanno certamente influito le diverse inchieste che coinvolgono Trump e la stessa perquisizione dell'ufficio del legale personale del Presidente, ordinata alla vigilia dei bombardamenti da un procuratore federale in evidente spregio delle più elementari garanzie dello stato di diritto. Ma non va neanche sottovalutato l'impatto emotivo delle immagini dei bambini di Douma apparse sui teleschermi di tutto il mondo, vere o manipolate che fossero. A prescindere da cosa è effettivamente accaduto sul posto, infatti, Trump ben conosce l'impatto psicologico della mediatizzazione dei crimini di guerra almeno dagli anni novanta e ne tiene conto.

Russian cities. Yalta
© Sputnik . Konstantin Chalabov
A dispetto di quanto è accaduto, peraltro, il disegno di imporre nuove sanzioni alla Russia, annunciato da Nikki Healey alle Nazioni Unite, è stato bloccato da Trump in persona, che ha cercato di riannodare le fila del dialogo con Vladimir Putin, seppure ora con una credibilità di gran lunga inferiore. A Washington la battaglia, chiaramente, è ancora in corso. E continuerà senza esclusione di colpi, con esiti imprevedibili momento per momento. Tutto è ancora possibile, ma fidarsi è diventato decisamente più difficile per entrambi gli interlocutori. Il gioco non pare più interamente nelle loro mani, semmai lo è stato.

I raid hanno anche rafforzato le ambizioni straripanti del Presidente Macron, che sta cercando di dilatare il peso geopolitico della Francia in tutti i modi possibili. Si è appreso poco dopo i bombardamenti che il prossimo vertice della francofonia si terrà ad Erevan, come se in Armenia si parlasse la lingua di Molière. Di certo, l'incursione caucasica del giovane leader transalpino non riuscirà gradita né ai russi né, tanto meno, ai turchi, già indispettiti dall'appoggio francese ai curdi.

Quanto è accaduto in Siria potrebbe infine avere ripercussioni importanti in Italia, dal momento che il grosso delle forze politiche locali ha sfruttato la circostanza per creare difficoltà alla Lega, partito che punta alla premiership e sulla cui lealtà atlantica si è cercato di sollevare dubbi per bloccarne l'ascesa verso posizioni di maggiore responsabilità, complicando anche i negoziati con il Movimento Cinque Stelle, pronto a riposizionarsi. Non va escluso che nel prosieguo delle trattative a Roma possano scattare dei veti.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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crisi in Siria, Guerra in Siria, Pentagono, M5S, Donald Trump, Emmanuel Macron, Nikki Haley, Italia, Russia, Gran Bretagna, Francia, USA, Siria
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