12:13 15 Novembre 2018
Sgombero del campo profughi a Idomeni

Il pericoloso rapporto fra immigrazione e terrorismo

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Tatiana Santi
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I quartieri poveri o le periferie abbandonate a sé stesse sembrano essere il nido perfetto per dare alla luce dei possibili terroristi. Gli immigrati mal integrati, proprio perché emarginati dalla società, potrebbero radicalizzarsi, gli attentati francesi ne sono una prova. Il pericoloso rapporto fra immigrazione e terrorismo.

Gli attentati che hanno scosso l'Europa hanno ovviamente un legame esterno con la causa di Daesh, ma il terrorismo nasce anche da fattori interni. "Banlieue. Tra emarginazione e integrazione per una nuova identità" è un libro che analizza i fenomeni dell'immigrazione e del terrorismo sotto una luce sociale attraverso le periferie pericolose e abbandonate al proprio destino.

Il libro di Pier Paolo Piscopo
© Foto : Pier Paolo Piscopo
Il libro di Pier Paolo Piscopo
Non è solo una questione di architettura, si tratta anche di spazi inadatti per incontrarsi e vivere, per formare una normale comunità. Le banlieue francesi sono un oggetto di analisi molto utile per capire le dinamiche fra l'immigrazione, la mancata integrazione e una possibile radicalizzazione dei soggetti a rischio. Quello francese potrebbe essere un esempio per l'Italia da cui trarre considerazioni e spunti per evitare di ripetere gli stessi errori? Sputnik Italia ha raggiunto per un'intervista l'autore del libro Pier Paolo Piscopo.

— Spesso il nesso fra immigrazione e terrorismo viene negato. Pier Paolo Piscopo, qual è il suo punto di vista in merito?

— Il prossimo libro che sto preparando verterà proprio su questa prima domanda. Le risponderò quindi su quello che ho potuto vedere nelle banlieue parigine. Lo scopo era cercare di capire le cause (interne) del terrorismo. Per quanto mi riguarda un nesso d'infiltrazione tra le file d'immigrati di persone che potrebbero divenire terroristi, ovviamente è presente. Anche se fino ad oggi tutti gli attacchi terroristici effettuati in Francia sono stati compiuti, a dir si voglia, da francesi di prima generazione o immigrati di seconda (G2). I casi di terroristi che hanno militato in Siria e Iraq e poi sono tornati in Europa sono passati normalmente attraverso le frontiere con passaporti europei.

— Nel suo libro analizza il caso delle banlieus francesi, luoghi dove sono cresciuti alcuni dei terroristi che hanno sferrato degli attentati terroristici negli ultimi anni. Qual è il peso dell'ambiente dove vivono gli immigrati, gli emarginati? Quanto sono importanti le infrastrutture e l'architettura in questo senso?

— L'ambiente è impressionante quanto incide. Uno specchio dal quale per qualsiasi ragione non si riesce a uscire, andando oltre e poter fare confronti, avere diversi punti di vista e opportunità, t'inghiotte e ti omogenea; l'ambiente è come se ti assoggettasse, sei costretto a conformarti, perché altrimenti sei vulnerabile, ti senti in minoranza, indicato e osservato. Il depauperamento dell'ambiente è stato progressivo, come una forbice, più i prezzi degli immobili scendevano, più persone della stessa classe e dallo stesso tenore sociale vi hanno abitato: chi se lo poteva permettere, appena riusciva, andava via.

L'architettura purtroppo appartiene agli sbagli e alle concezioni del passato. Per il governo e le istituzioni francesi sono fatti assodati ora e da anni si stanno muovendo verso altre soluzioni. I complessi residenziali che resistono tutt'oggi però, e sorgevano al ridosso delle fabbriche, sono stati progettati per dormirci solamente e per un'immigrazione immaginata come temporanea: vere e proprie loculi inadatti all'abitare e con nessuno spazio ideato per l'incontro, per formare comunità, vivere. Contemplate erano solo le otto, dodici ore di lavoro.

— Per la stesura del suo lavoro si è avvalso anche di interviste raccolte nelle periferie francesi? Che cosa non funziona precisamente nei quartieri più poveri e che cosa andrebbe fatto per migliorare l'integrazione dei migranti secondo le persone intervistate?

— Interessante come le banlieue povere (perché ci sono anche quelle molto ricche, come Versailles o Neuilly-sur-Seine a ovest) sorgono tutte a est di Parigi, perché il vento dall'Atlantico spira da ovest verso est e spingeva il fumo dei camini e delle fabbriche oltre Parigi, investendo così solo l'est povero.

La metropoli di Parigi assorbe tutto, dalla vita culturale alle imprese economiche, emanciparsi, dalla periferia, diviene arduo. I mezzi per raggiungere la capitale ci sarebbero ma sono cari e con tempi di percorrenza lunghi, mentre tra banlieue, lungo le arterie perimetrali, non ci sono che poche linee di autobus. Sei costretto a frequentare Parigi. Far crescere centri nevralgici di spessore e vita culturale ed economica medio — alta, che possano attirare la gente da fuori, è difficile.

Le persone intervistate per lo più riflettono un'opinione comune che tende a livellarsi e non essere oggettiva. Ad esempio incolpano di razzismo i francesi de souche. Certo ci sono discriminazioni negli ambienti di lavoro, nella lettura del curriculum, se uno si chiama Mohamed e viene da Mantes-La-Jolie è facilmente scartato. Questo però è da attribuire non a un atteggiamento razzistico ma più di tutela, sicurezza e garanzia.

— In Italia solo adesso crescono e si inseriscono nella società i migranti di seconda generazione. Le politiche sociali per la loro integrazione sono sufficienti a suo avviso?

— La sola accoglienza mette in reale pericolo la sicurezza della cittadinanza, il nesso tra mancata integrazione e terrorismo è evidente e come dice lei il reale problema di sicurezza non proviene dagli immigrati di prima generazione e nemmeno per casistica da quelli di terza ma dalle G2. Perché le prime generazioni subiscono molto di più delle seconde e quelle di terza si sono ormai integrate da sole. Per le G2 in Italia è da fare un discorso diverso rispetto a quelle francesi: la conformazione delle periferie è diversa. Fino a che in classe si ritroveranno venti alunni italiani e dieci figli d'immigrati, l'integrazione sarà più agevole di quando ci saranno interi comuni abitati da famiglie con lo stesso status economico-sociale. 

Una volta un ragazzo, originario del Ciad, fu molto chiaro e mi disse: "Se tu scavi una buca e la riempi di merda, poi non ti meravigli che c'è solo merda e che tutti i vestiti puliti sono ora sporchi!"

— La triste esperienza francese che ha visto crescere nelle periferie molti migranti di seconda generazione emarginati dalla società può essere utile per l'Italia? Qual è la lezione da imparare per non ripetere gli stessi errori?

— Secondo me non stiamo imparando nulla. E questo mi meraviglia, la nostra attenzione è ancora focalizzata sull'immigrazione come processo d'entrata, quando come fenomeno storico è irreversibile e ciclico, vale a dire che rientrerà da sé. Cosa che non caleranno saranno i problemi legati a chi pur nato in un Paese non si sente parte di quel Paese, finendo per mitizzare e cercare emancipazione in favole mitiche di propagande politiche pericolose.

La lezione da imparare è che una politica d'integrazione è una parola vuota, non deve essere intesa come politica assistenzialista e alla fine parassitaria. La politica sociale e d'integrazione dovrebbe essere una politica indirizzata ad agevolare l'incontro economico e culturale di entrambi i gruppi: autoctono e migrante. In Francia ci sono invece molti aiuti, centri, agevolazioni e assistenza verso il gruppo minoritario e nessuna politica avente lo scopo di creare dialogo, far convivere, insegnare e agevolare partnership.  

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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rifugiati, migranti, profughi, Terrorismo, Crisi dei migranti, Lotta al terrorismo, Daesh, UE, Italia, Francia
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