11:05 14 Dicembre 2018
Residenti di Aleppo, Siria.

La crisi siriana nella cornice del diritto internazionale

© Sputnik . Muhammad Maarouf
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Giuseppe Paccione
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In questi ultimi anni, ci si trovi dinanzi al continuo schiaffeggiamento delle norme che regolano i rapporti fra gli Stati e, pertanto, alla minaccia di minare la già delicata e debole capacità del sistema dell'ONU e del diritto internazionale generale di circoscrivere la violenza ossia di impedire che si scivoli nel baratro dei conflitti armati.

Credo che sia fondamentale, data la crisi attuale in alcune zone del pianeta, in particolar modo nel Medioriente, uno sviluppo maggiore e un miglioramento del quadro giuridico affinché legittimi l'intervento d'umanità contro quei regimi che fanno uso di armi chimiche e biologiche sui civili, che sono bandite, può essere un percorso al fine di proteggere le persone e rendere più saldo l'intera struttura del diritto internazionale nel contesto delle Nazioni Unite.

La Carta delle Nazioni Unite riporta delle eccezioni come l'autorizzazione del Consiglio di Sicurezza ai sensi del Capitolo VII, concernente l'azione rispetto alla minaccia alla pace, alla violazione della pace e agli atti di aggressione, oppure alla norma che riguarda la legittima difesa individuale o collettiva, sancito dall'articolo 51 della Carta. Sembra chiaro che non vige alcuna autorizzazione netta per l'impiego dell'azione coercitiva armata da parte del Consiglio di Sicurezza, al di là delle eccezioni poc'anzi citate.

Dimostrazione contro il conflitto in Siria
© AP Photo / Matt Dunham

Il veto posto dalla Federazione di Russia alle tre risoluzioni presentate dagli Stati Uniti — come pure l'ultima bozza di risoluzione presentata dalla Russia avente ad oggetto la condanna degli attacchi del 14 aprile 2018, bocciata dagli Stati Uniti — stanno portando all'impasse il meccanismo di autorizzazione del Consiglio di Sicurezza per misure maggiormente energiche. In sostanza, alcuni Stati, tra cui sempre gli Stati Uniti, stanno cercando di aprire la porta a favore della c.d. dottrina d'umanità unilaterale — o non autorizzato — che aprirebbe la strada alla liceità di interventi non espressamente autorizzati dalla Carta delle Nazioni Unite, ma che trova gran parte degli Stati e della dottrina a non sostenerla.

Tuttavia, malgrado questa inibizione nell'attuale sistema delle Nazioni Unite, la prassi degli Stati in alcune aree come il Kosovo, la Siria e in altre parti del pianeta e l'ampia assenza di reazione di gran parte degli Stati, che caratterizzano la comunità internazionale, porta a intendere che molti Stati possano accettare tacitamente una norma divergente (quella appunto di intervenire senza autorizzazione del Consiglio di Sicurezza). Divergenza che è stata decifrata qualche anno fa dal rappresentante statunitense durante l'acceso dibattito in senso al Consiglio di Sicurezza, dove si discuteva dell'intervento degli Stati Uniti contro la Siria, il quale aveva asserito che "quando le Nazioni Unite continuano a manifestare fallimenti nell'adottare decisioni collettive, vi sono dei momenti nei quali gli Stati sono costretti ad agire per conto proprio", cioè a dire senza l'avvallo delle Nazioni Unite.

Le osservazioni del rappresentante statunitense in seno al Consiglio di Sicurezza, sono, a parere di chi scrive, inaccettabili e fuori da ogni logica. Il presidente della Casa Bianca ordinava il lancio di missili Tomahawk dai cacciatorpediniere Porter e Ross della marina statunitense contro la base militare siriana di Al-Shayrat, nella provincia di Homs in risposta al regime siriano per aver lanciato presumibilmente armi chimiche su molti civili. Questa discrasia tra principio legale formale e prassi statale, così come la disconnessione fra i fondamenti come linee guida della Carta delle Nazioni Unite sia per quanto concerne la questione della sovranità, sia per quanto riguarda il problema dell'umanità, sta cagionando confusione nell'ordinamento internazionale. Tale lacuna rappresenta, indubbiamente, una sorta di minaccia per la stessa legittimità e capacità del diritto internazionale di guidare il comportamento dello Stato o degli Stati, rischiando di rendere tale diritto internazionale, che serve per tenere saldi gli equilibri nelle relazioni interstatali, non più rilevante, mentre ciascuno Stato potrebbe agire per promuovere e gli interessi statali e i fondamenti dei diritti umani.

In base al diritto internazionale contemporaneo, per contrastare la c.d. dottrina d'umanità ossia di intervento per ragioni umanitarie va marcata probabilmente un'obiezione particolare, che è considerata la natura soggettiva di stabilire la legittimità di un tale intervento, attraverso l'identificazione minuziosa di concrete crisi umanitarie che necessitano l'azione coercitiva armata. Si sa bene che l'intervento di uno Stato, falsamente motivato da ragioni umanitarie, è sovente reputato come una vera e propria aggressione nei confronti di un altro Stato. Ciò deriva dalla questione che i recenti fondamenti per la realizzazione dell'intervento d'umanità hanno il loro punto cruciale su misure di danno. L'elemento innovativo dell'attuale quadro soft della c.d. responsabilità di proteggere, documento finale espressa da una conferenza del 2005, consiste in quel potere dell'interveniente alla protezione degli individui perseguitati all'interno del loro Stato.

Credo che sia necessario sottolineare che il passaggio dall'intervento alla responsabilità di proteggere implica che l'accento deve essere posto su coloro che necessitano della protezione, piuttosto che su coloro che vogliono intervenire. Tale responsabilità è a carico dello Stato incriminato — come in questo caso della Siria — e soltanto se lo Stato stesso non vuole o non può farvi fronte (il c.d. criterio unwilling or unable), ricade sulla comunità internazionale gestire una serie di responsabilità come quella di reagire, di prevenire e di ricostruire. Per rendere operativo il criterio della responsabilità di proteggere sono state enumerate una serie di iniziative possibili e, quindi, ad adottare seri provvedimenti nei casi di genocidio, crimini di guerra, pulizia etnica e crimini contro l'umanità.

Inoltre, tale principio può essere anche operativo attraverso risoluzioni dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite che incorporino il quadro generale di questo principio, direttive del Consiglio di Sicurezza per rispondere all'intervento militare con fini umanitari, intese entro il Consiglio medesimo per sospendere l'esercizio del diritto di veto — che consiste nel voto contrario di un solo membro permanente (Cina, Francia, Gran Bretagna, Russia e Stati Uniti) che impedisce l'adozione di una delibera — in tali situazioni. Ergo, il principio della responsabilità di proteggere non è divenuto una norma perfetta del sistema delle Nazioni Unite, ma una regola emergente che serve a fornire una valutazione di situazioni e comportamenti.

Il rivedere l'uso della forza ordinato dal Presidente degli Stati Uniti contro la Siria — come è accaduto nell'aprile 2017 — così come una parte degli Stati, tra cui l'Italia, che hanno espresso il loro supporto politico e non solo a tali azioni contro uno Stato sovrano e indipendente, ad eccezione della Russia e di altri Stati che hanno condannato duramente l'attacco in violazione delle norme sul divieto dell'uso della forza, porta a pensare che si voglia, in un certo senso, snobbare il fatto che ogni crisi, compresa quella attuale in Siria, vada gestita nei parametri delle regole internazionali ovvero occorre agire all'interno della cornice del diritto internazionale e non in via unilaterale o multilaterale al di fuori del sistema onusiano. L'intervento unilaterale al fine di rispondere agli attacchi di armi chimiche contro i civili, che rientrano nell'alveo delle armi di distruzione di massa inserita nella Convenzione sulla proibizione dello sviluppo, produzione, stoccaggio e uso di tali armi (c.d. Convenzione di Parigi del 1993), potrebbe essere autorizzato e considerato lecito ai sensi del diritto internazionale, anche senza l'approvazione del Consiglio di Sicurezza.

In conclusione, si può asserire che non vige un diritto di carattere coercitivo armato per fini umanitari che venga esercitato dagli Stati unilateralmente o collettivamente ponderati, senza che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite abbia concesso l'autorizzazione ad intraprendere la via della forza militare. Ma va posto in forte evidenza che il diritto d'intervento umanitario non può aver luogo quando l'organo principale delle Nazioni Unite, che ha la responsabilità del mantenimento della pace e della sicurezza internazionale, si trovi in totale impasse a causa del veto posto da uno dei membri permanenti. Ciò vale pure quando si fa ricorso ai c.d. missili umanitari che sta a indicare l'assenza di uomini in divisa nel territorio di un altro Stato, impiegati come cuscinetti in modo da evitare che uno Stato riutilizzi le armi chimiche e non solo. Certamente, chiunque faccia uso di armi chimiche commette un reato ed una violazione nei riguardi dell'intera famiglia umana ossia della comunità internazionale. Tuttavia, la reazione unilaterale o multilaterale deve avvenire con misure che non implichino l'impiego dell'azione coercitiva armata nei riguardi dello Stato responsabile, ma vanno adottate le misure come le sanzioni.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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Crisi in Siria, Inviato dell'ONU, Russia, USA, Siria
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