15:35 23 Luglio 2018
Dimostrazione contro il conflitto in Siria

Il significato della crisi siriana

© AP Photo / Matt Dunham
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Germano Dottori
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Da alcuni giorni i media si affannano a descrivere cause e contorni della nuova crisi internazionale sorta in Siria a causa del presunto impiego militare di ordigni al cloro contro bersagli civili a Douma.

Pochi si sono domandati come mai questo episodio bellico minore abbia determinato un confronto tanto aspro tra Stati Uniti e Federazione Russa a pochi giorni di distanza da quello sorto in seguito all'avvelenamento degli Skripal a Salisbury. Se tuttavia si sottopone ad un'analisi combinata i due eventi e ciò che è avvenuto successivamente è difficile sfuggire alla tentazione di inquadrare i fatti in una prospettiva più ampia.

L'idea che degli agenti al servizio del Cremlino possano aver condotto un attentato alla vita di una ex spia proprio alla vigilia delle elezioni presidenziali russe — e mentre il Governo di Mosca stava intensificando gli sforzi tesi alla rimozione delle sanzioni imposte contro la Russia per l'annessione della Crimea — sfida la logica. Come fa a pugni con la razionalità politico-strategica anche l'ipotesi di un'eventuale scelta fatta da Assad o dai suoi militari in favore dell'uso di armi proibite proprio mentre l'attenzione nei confronti della Federazione Russa e dei suoi alleati era massima e la situazione sul campo in Siria non lo giustificava con alcuna impellente necessità operativa.

I dubbi che circondano le due vicende sono quindi tanti — anche dopo la caduta degli ordigni alleati — ed è interessante notare come ne nutrano anche persone che normalmente non mostrano alcuna simpatia nei confronti della Russia. A sollevarne ha contribuito anche la circostanza che Mosca avesse espresso più volte dopo Salisbury il timore di un prossimo attacco chimico sotto falsa bandiera proprio in Siria. 

Cosa spingesse le autorità russe a denunciare questo pericolo non è mai stato spiegato. Alla luce dei fatti, tuttavia, le interpretazioni relativamente convincenti non sono tantissime. E ce n'è solo una capace di spiegare le notevoli oscillazioni manifestate dal Presidente americano in questi giorni. Secondo alcuni analisti, quanto si è verificato a cavallo tra Inghilterra e Douma deriverebbe dalla battaglia in atto negli Stati Uniti tra coloro che appoggiano l'originaria agenda di Trump in politica estera e coloro che invece l'avversano con ogni mezzo possibile, in quanto aperta ad una più contenuta esposizione militare esterna degli Stati Uniti ed al riconoscimento di un ruolo russo di più alto profilo nella gestione dell'ordine internazionale. 

Si pensi al caso Skripal: Trump aveva ordinato l'espulsione di ben 60 diplomatici russi accreditati negli Stati Uniti e la chiusura del consolato di Seattle, reciprocate a stretto giro di posta da Mosca. Pochi giorni dopo, però, causando malcelato disappunto in molti ambienti, il Presidente aveva altresì dichiarato l'intenzione della Casa Bianca di ritirare i militari americani dalla Siria, affidando le sorti di quello sfortunato paese a chiunque volesse occuparsene. 

Dopo Douma, Trump ha fatto certamente di più: innanzitutto accusando apertamente il Presidente russo di essere corresponsabile di un crimine di guerra e quindi annunciando l'arrivo imminente di una tempesta di missili in Siria, prima di affermare in un tweet privo di precedenti nella storia delle relazioni russo-americane che l'attuale acrimonia contro la Russia non sarebbe mai sorta, se a scatenarla non vi fosse stata un'indagine "illegale" condotta ai danni del tycoon per il presunto aiuto ricevuto in campagna elettorale dagli hackers russi. 

A rendere ancora più grottesca l'intera situazione erano giunte in extremis le voci concernenti la ripresa dei contatti tra i militari di Mosca e quelli di Washington e, addirittura, la possibile concertazione congiunta dei bersagli da colpire. Le anomalie di queste dinamiche sono fin troppo evidenti, poiché di solito i tacchini non collaborano alla preparazione del pranzo di Natale. Ma sono anche del tutto compatibili con l'attuazione di una complessa offensiva trasversale al cuore delle politiche di Trump, promossa, occorre ammettere con un certo successo, da chi pensa che gli Stati Uniti non debbano cambiare postura internazionale né, tanto meno, fare la pace con Mosca. 

Se neanche l'ultimo attacco alla Siria bastasse a piegare il Presidente americano, non si dovrebbero perciò escludere ulteriori incidenti futuri, anche in altri teatri, come ad esempio quello ucraino. Sono infatti in gioco privilegi e rendite importanti, sui quali ha da poco gettato la luce un apprezzato giornalista del New York Times, Jerome Corsi, secondo cui Trump potrebbe persino essere assassinato se non si adeguasse. Il volume "Killing the Deep State" sta andando molto bene nelle vendite e nessuno lo sequestra, malgrado vi sia scritto che gli apparati americani controllano il traffico mondiale di stupefacenti. C'è davvero poco di cui essere ottimisti.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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crisi in Siria, Siria
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