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    6th Moscow Conference on International Security

    Il mondo a Mosca per la conferenza sulla sicurezza

    © Sputnik . Iliya Pitalev
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    Germano Dottori
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    Quest’anno, la settima edizione della Conferenza di Mosca sulla Sicurezza Internazionale si è tenuta in un momento particolarmente delicato, a ridosso del controverso caso Skripal ed in coincidenza con il vertice trilaterale che ha portato i Presidenti di Iran, Russia e Turchia ad Ankara.

    Di questo grande evento poco conosciuto da noi, ma in tutto e per tutto simile alla Wehrkunde di Monaco, meritano di essere analizzati due aspetti: gli obiettivi perseguiti dal governo russo in questa circostanza e gli spunti emersi meritevoli di particolare attenzione per le loro implicazioni globali.

    Veniamo ai primi. Da quattro anni, da quando cioè gli sviluppi della crisi ucraina hanno determinato l'imposizione di sanzioni contro la Federazione Russa, Mosca utilizza questo grande raduno soprattutto per dimostrare di non essere isolata.

    Il numero degli invitati si è conseguentemente via via dilatato, anche se i paesi dell'Alleanza Atlantica e dell'Unione Europea evitano ora il proprio coinvolgimento ufficiale nell'iniziativa. In una precedente edizione, peraltro, prese la parola tra i principali oratori l'allora Ministro greco della Difesa, Panos Kammenos, che era accompagnato da una folta delegazione. Questa volta, l'unica personalità politica euro-atlantica è giunta dalla Slovacchia, nella persona di Anton Hrnko, il quale ha detto di essersi presentato alla Conferenza "perché quando non ci si esprime in prima persona sono altri a parlare per te".

    Ciò nonostante, non si può dire che l'Occidente sia stato veramente assente. Nel 2017 prese la parola uno degli esponenti più brillanti della Kissinger Associates, invitato a dire la sua sulla politica estera che Trump avrebbe dato all'America. Quest'anno è invece toccato ad un inglese del prestigioso Royal United Services Institute, Malcolm Chalmers, anche lui convinto della necessità di dialogare, malgrado le tensioni crescenti ed autore di uno degli interventi più interessanti. Nel complesso, i dati sono in ogni caso impressionanti: stavolta sono giunti a Mosca ben 31 Ministri della Difesa ed 850 persone provenienti da ben 95 paesi, tra i quali i delegati di 70 organizzazioni non governative ed esponenti di spicco delle Nazioni Unite, dell'Osce, del Comitato Internazionale della Croce Rossa e della Lega Araba, oltre agli inviati dalla Csto (l'organizzazione che fa capo al vecchio Patto di Tashkent) e dalla Shanghai Cooperation Organization. Quest'obiettivo si può quindi considerare raggiunto.

    In secondo luogo, il Governo russo ha cercato di utilizzare la Conferenza per esprimere il proprio punto di vista sull'attuale momento politico internazionale. È emersa una certa amarezza per quanto sta accadendo. Il Ministro degli Esteri, Sergej Lavrov, ha senza mezzi termini accusato gli Stati Uniti di perseguire ancora un'agenda che mira a mantenere il pianeta in uno stato di "caos controllato", del quale si servirebbe per intralciare la trasformazione dei rapporti di potenza nel mondo. Il dibattito riservato agli strumenti del cosiddetto soft power, dei quali alcuni paesi si servirebbero per interferire nelle scelte degli altri, ha rinforzato il messaggio. La Russia, è stato ribadito, difenderà in ogni caso la sua indipendenza e l'ordine internazionale creato dopo la fine della Seconda guerra mondale, che si sta invece cercando di smantellare. Ha trovato spazio anche la celebrazione dei successi ottenuti in Siria, seppure le difficoltà della ricostruzione politica e materiale del paese abbiano suscitato un confronto piuttosto franco.

    Il messaggio veicolato da Mosca ha toccato corde sensibili, perché non sono pochi gli Stati che si ritengono minacciati da strumenti d'ingerenza più o meno opachi e temono comunque l'avvento di un mondo senza regole. Forse, la nazione tra quelle presenti ad aver maggiormente modificato la propria narrativa rispetto agli anni trascorsi è stata la Cina, ora impegnata nella difesa di uno status quo di cui solo due anni fa il Ministro della Difesa pro tempore aveva pronosticato il superamento ad opera di Pechino, che avrebbe contribuito a riscrivere le regole del gioco politico planetario.

    Anche se importanti autorità russe hanno ribadito alla Conferenza come non esiste nulla che possa oggi giustificare un ritorno alla Guerra Fredda — in particolare, l'influente Sergey Naryshkin — Mosca si sta preparando a fronteggiare la nuova sfida. Probabilmente a malincuore e sempre sperando che l'Occidente nel frattempo ci ripensi, magari accettando il rilancio di una collaborazione che è essenziale di fronte a fenomeni autenticamente globali come il terrorismo, di cui va sradicata l'ideologia e non solo sconfitta materialmente la sua espressione geografica. Nessun paese, nel succo, può far tutto da solo.

    L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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    Organizzazione di Shanghai per la cooperazione - SCO, Sergey Naryshkin, Sergej Lavrov, Vladimir Putin, Donald Trump, Occidente, Russia, Mosca
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